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Genova Anno VII - n°40 - 18.01.2010 Pagine Nazionali
Obesità Elvira Naselli - da salute repubblica - redazione@clicmedicina.it
Non basta che l'ago della bilancia schizzi in alto per essere considerati più a rischio per malattie cardiache o metaboliche. Molti obesi, infatti non sono ipertesi né hanno il diabete e le loro percentuali di colesterolo e trigliceridi sono nella norma. Dunque non possono essere considerati malati solo perché grassi. Ben diverso, invece, il caso dell'obesità addominale, che non necessariamente comporta un aumento di peso complessivo, quindi non è legata al Bmi, l'indice di massa corporea che è una semplice relazione matematica tra peso e altezza, ma è considerata un fattore di rischio importante per molte patologie. Il messaggio ulteriore, e nuovo, che arriva dal primo convegno internazionale di obesità addominale, organizzato dalla Iccr (International Chair on cardiometabolic Risk, organizzazione di accademici indipendenti), che si è appena concluso ad Hong Kong, è però un altro: il concetto di obesità addominale è ancora troppo generico, non basta il metro per una diagnosi.
L'obiettivo è capire se l'adipe attorno al giro vita è superficiale o se, invece, è un grasso viscerale, che si è depositato, cioè, in organi come fegato, intestino o cuore. Questo grasso è infatti molto pericoloso perché interagisce con i nostri organi alterandone la funzionalità. «C' è una correlazione fortissima tra questo tipo di grasso intraddominale - spiega Vincenzo Di Marzo, coordinatore dell'Endocannabinoid research group, direttore di ricerca dell'Istituto di chimica biomolecolare del Cnr di Pozzuoli e unico italiano nel comitato scientifico della Iccr - e i fattori di rischio cardio-metabolici. Semplificando, nel grasso addominale spesso gli adipociti non aumentano in numero ma in dimensione fino quasi a necrotizzarsi e attirando cellule infiammatorie che contribuiscono all'insulino-resistenza, e quindi al diapete tipo2, o all'arteriosclerosi. Inoltre, non riuscendo più gli adipociti a contenere il grasso, questo finisce per depositarsi in fegato, cuore, pancreas e muscoli, provocando gravi anomalie. Nel fegato, per esempio, gli effetti sono tanti: steatosie insulino-resistenza epatica, e uno sbilanciamento tra colesterolo buono Hdl e cattivo Ldl a favore di quest'ultimo». E non solo: studi svedesi hanno dimostrato come questo tipo di grasso condizioni negativamente anche la densità ossea e il livello infiammatorio dell' organismo.
Come capire, però, di fronte ad un aumento di circonferenza complessivo di quale grasso si tratta? «La misurazione è fondamentale - precisa Jean Pierre Després, dell'università di Laval e presidente del comitato scientifico dell'Iccr - insieme però al profilo dei trigliceridi. Se questo è alterato quasi certamente il grasso è viscerale». La predisposizione ad accumulare grasso addominale inoltre sembra essere diversa da un'etnia a un'altra. «Gli asiatici accumulano più grasso viscerale- ha spiegato Juliana Chan, della Chinese University di Hong Kong - soprattutto se il loro Bmi è basso ma, a parità di grasso addominale con un europeo, l'asiatico avrà un volume maggiore di quello viscerale». La misura della circonferenza può infatti non essere la stessa per europei ed orientali. «In Giappone, dove abbiamo già 8,9 milioni di diabetici - ha raccontato Takashi Kadowaki, del dipartimento di malattie metaboliche dell'università di Tokyo - il parametro di riferimento è 85 cm per le donne (e non 88, come da noi) e 88 per gli uomini (e non 102)». Servono, dunque, target antropometrici, tagliati su misura delle diverse popolazioni del pianeta, e indicatori genetici e biochimici del grasso viscerale. In Italia, per esempio, l'obesità sul giro vita è molto diffusa, ma viene ancora considerata un effetto collaterale, e magari esteticamente sgradevole, di un più globale aumento di peso. «Questo primo appuntamento scientifico punta a sensibilizzare i medici - conclude Di Marzo - perché non sottovalutino l'obesità addominale, che da noi è certamente la più diffusa anche tra persone soltanto in sovrappeso. È importante sapere che i processi innescati dal grasso viscerale sono reversibili: può bastare una perdita di 5 chili con la dieta e un'attività fisica costante anche moderata per ridurre il tessuto adiposo viscerale e abbassare i fattori di rischio cardiovascolare».
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