Genova Anno VII - n°39 - 11.09.2009 Pagine Nazionali

del 09/12/2009

 

Cancro alla Prostata: un Gene per Vincerlo


Aldo Franco De Rose* - da La Repubblica-Salute dello 08/12/2009

La terapia per il tumore della prostata potrebbe cambiare radicalmente. Non più interventi, radioterapia, ormoni o chemioterapia ma solo una iniezione di un gene che, attivato da ultrasuoni emessi da un semplice ecografo, determina la distruzione del tumore a livello della prostata e delle metastasi, se presenti.

 

E’ quanto hanno dimostrato alcuni ricercatori, per ora solo su animali di laboratorio; ma la speranza che questo modello di terapia possa essere trasferito all’uomo diventa sempre più una certezza. Ne è convinto il prof Pier Paolo Claudio, napoletano, laureato all’Università Federico II, ma direttore di Terapia Molecolare alla Marshall University in West Virginia, che ha pubblicato lo studio “Eradication of Therapy-resistant Human Prostate Tumors Using an Ultrasound-guided Site-specific Cancer Terminator Virus Delivery Approach” sulla rivista scientifica Molecular Therapy.

 

Il meccanismo di questa “terapia intelligente” è semplice: un gene killer, Mda-7/IL-24 viene incapsulato in microbolle e introdotto nell’organismo attraverso una semplice puntura endovenosa. “Le microbolle, normalmente utilizzate come mezzo di contrasto per ecocardiografia, vengono preparate mescolandole insieme al gene che è veicolato da un virus opportunamente modificato”, spiega il prof Pier Paolo Claudio. Una volta in circolo le microbolle vengono “bombardate” dagli ultrasuoni”, prodotti da una comune apparecchiatura ecografica, proprio sulla zona dove si desidera ottenere il rilascio del gene e cioè il tumore, individuato sempre con la stessa apparecchiatura ecografia. La funzione del gene è quella di bloccare la crescita di cellule tumorali, la formazione di vasi sanguigni nei tumori (la cosiddetta angiogenesi) e stimolare l’apoptosi, cioè la morte cellulare programmata. Però il gene non ha effetti su cellule normali, in quanto viene attivato solo nel tumore. “ Fino ad oggi, conclude il prof Claudio, il problema più grosso nei tentativi di terapia genica in vivo, era rappresentato dalla mancanza di specificità del trasferimento genico”. “La metodica messa a punto da noi risolve il problema della specificità dei vettori ipotizzando presto una terapia di questo tipo anche per l’uomo”. Alla ricerca, tra gli altri, hanno partecipato Luigi Claudio Urologo del’IST di Napoli, Marco Salvatore direttore di Scienze Biomorfologiche dell’Università Federico II e Paul B. Fisher direttore di Genetica Molecolare Umana della West Virginia.

*Specialista Urologo e Andrologo Clinica Urologica Genova

 

 

 






 
 
 
 

  



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