 |
|
Renata Perretti |
|
-“Stavo per diventare madre un’altra volta”.
-“Ha avuto paura?”
-“Ero terrorizzata solo all’idea!”
E’ una storia vera quella di Paola, fiorentina, che a trent’anni,
con un bambino di quattro e una carriera di architetto ben avviata, è
rimasta incinta del secondo figlio.
In soli nove mesi, Paola ha messo su venti chili, ha sospeso il lavoro,
che poi ha abbandonato per sempre, e ha sofferto a lungo di una forma
depressiva molto grave.
Me l’ha raccontata lei la sua storia, in modo schietto, diretto, senza
cercare di abbellirla o di renderla più drammatica, senza mai lamentarsi
né commiserarsi. “Desiderare un secondo bambino”, mi ha detto,
“non sempre significa essere pronte ad averlo. Con il primo è stato
diverso: era il primo figlio! Tanto desiderato, tanto atteso non solo da
me, ma da tutti quelli che mi circondano. E’ come se non lo avessi fatto
da sola, ma con mio marito, mia madre, mio padre, le mie sorelle e gli
amici. Erano così tante le attenzioni nei miei riguardi durante la
gestazione, che non mi accorsi nemmeno del fisico che cambiava, del
gonfiore alle gambe, della nausea tremenda dei primi mesi e, poi, delle
notti passate insonni, del dolore ai capezzoli quando allattavo…era mio
figlio, il mio primo bambino. Con l’aiuto degli altri, ero riuscita a
tornare al lavoro in tempi brevi, sebbene a orario ridotto, ma con
entusiasmo e impegno. Con il secondo è stato tutto diverso. Ero più
grande, più provata fisicamente, più stanca perché avevo comunque
l’altro bambino a cui badare e ho ricevuto meno attenzioni dai miei
familiari, che hanno considerato la seconda gravidanza più facile: ci
ero già passata una volta quindi non si pensava e non si parlava che del
bambino in arrivo: IO, era come se non esistessi, ero soltanto il suo
mezzo per venire al mondo. E questa volta è stata davvero difficile. Non
ho avuto le nausee, ma il mio corpo si è trasformato così tanto da non
essere spesso riconosciuta: ho messo più di 20 chili, mi sono gonfiata
come un pallone, anche il mio volto è cambiato. Lo detestavo. Non potevo
guardarmi allo specchio. Mi vestivo solo con tute extra-large di colore
scuro, che ho bruciato tutte nel camino quando finalmente ho cominciato
a perdere peso; restavo tutto il giorno a letto in pigiama, piangevo per
inezie, dormivo poco e non avevo mai la forza e l’energia per fare
niente. Perfino per la spesa, mandavo mio marito al supermercato con una
lista che compilavo svogliatamente. Mia madre si era appena
trasferita in un’altra città e non potevamo permetterci una baby-sitter.
Non riuscii mai più a tornare a lavorare. Dapprima continuavo a
rimandare, e non solo per le difficoltà pratiche, ma perché non ne avevo
voglia, poi lo studio d’architettura mi diede un mese di tempo per
ritornare altrimenti avrei perso il lavoro. E così accadde. Da allora
non ho mai più lavorato. Ho preso e continuo a prendere antidepressivi
perché non sono mai riuscita a farne a meno, una volta abituatami. A
volte ne riduco la dose, poi ricomincio con la solita. Oggi ho due
bellissimi bambini, che amo più di qualsiasi altra cosa ma se ripenso a
quello che ho passato, non so se, tornando indietro, riaffronterei
quella seconda gravidanza. E’ stato davvero un miracolo uscirne”.
Con gli occhi velati di lacrime, Paola mi ha sorriso e poi si è girata
ed è andata via a passo svelto.
Oggi l’80% delle neo mamme è colpita dal baby blues, fortunatamente una
condizione che, in genere, dura una decina di giorni, ma che a volte può
sfociare in una forma di depressione grave.
La depressione post-partum colpisce circa il 13% delle neo mamme,
iniziando tra il secondo e il terzo mese dal parto e, se non si
interviene, si mantiene costante fino a 8 mesi dopo, con tutti i sintomi
che caratterizzano una depressione comune. Se non curati, alcuni casi
gravi possono generare situazioni pericolose, sia per la madre che per
il bambino. Non sono rari i casi in cui giovani madri hanno ucciso o
tentato di uccidere la creatura che avevano da poco concepito.
Quando il sostegno dei parenti e degli amici non è più sufficiente,
bisogna assolutamente rivolgersi a un centro di ascolto, a uno
specialista per iniziare un percorso psicoterapeutico o, in casi più
seri, all’aiuto della farmacoterapia, nella forma e nelle dosi suggerite
dal medico. I nuovi antidepressivi possono risolvere, o comunque
migliorare notevolmente, lo stato depressivo in 4/6 settimane e non
hanno controindicazioni per l’allattamento, essendo bassissimo il
rischio che possano raggiungere il bambino attraverso il latte.
Ma prima di arrivare al baby blues o alla depressione vera e propria, ci
sono dei chiari segnali che non andrebbero mai sottovalutati, come
l’irritabilità, la stanchezza, l’apatia, i disturbi del sonno e
dell’alimentazione, il sentimento di inadeguatezza o il senso di colpa,
la perdita del desiderio sessuale e i pensieri di tipo ossessivo,
soprattutto se rivolti al bambino.
Se Paola avesse riconosciuto la depressione in tempo, forse avrebbe
cercato l’aiuto adeguato, evitando quel periodo terribile e godendosi
appieno il suo neonato e la sua vita di madre e di donna.