Si
aprono le porte della terapia genica per la mucopolisaccaridosi di tipo
II, grave malattia ereditaria del metabolismo: in uno studio pubblicato
sull’American Journal of Human Genetics, Maria Pia Cosma e
Vinicia Polito dell’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem)
di Napoli hanno dimostrato come un particolare approccio di terapia
genica sia in grado di curare nel modello animale i principali sintomi
della malattia, compresi quelli cerebrali.
Nota anche come malattia di Hunter, la mucopolisaccaridosi di tipo II è
dovuta alla mancanza di un enzima contenuto nei lisosomi (organuli
cellulari deputati a ripulire le cellule dagli scarti del loro
metabolismo) e al conseguente accumulo di sostanze tossiche in tutti i
tessuti dell'organismo. In genere si manifesta fin dall’infanzia, con
sintomi molto vari (anche nella loro gravità): sordità, disturbi della
vista, problemi scheletrici, cardiaci e respiratori, ritardo mentale
nelle forme più gravi. Il gene responsabile si trova sul cromosoma X: di
conseguenza la malattia colpisce soprattutto i maschi, mentre le femmine
sono in genere portatrici sane.
Attualmente si può intervenire soltanto somministrando periodicamente
l’enzima mancante, prodotto con tecniche di ingegneria genetica, ma con
il rischio di andare incontro a effetti collaterali anche piuttosto
pesanti, come per esempio lo sviluppo di una risposta immunitaria contro
l’enzima iniettato. Ecco perché la terapia genica potrebbe rappresentare
un’alternativa molto valida: da diversi anni i ricercatori del Tigem
sono infatti al lavoro per individuare la modalità migliore per
trasportare il gene corretto nell’organismo dei malati.
Già nel 2006 Pia Cosma aveva dimostrato che utilizzando un certo
tipo di adenovirus (AAV 2/8) si potevano curare i sintomi a carico degli
organi interni. Oggi con questo lavoro la ricerca fa un significativo
passo avanti: cambiando vettore virale (AAV 2/5) e inserendo una
particolare sequenza di un altro virus in grado di far produrre l’enzima
in modo molto efficiente, i ricercatori del Tigem sono riusciti a curare
completamente la malattia nei topi malati. È bastata una sola
somministrazione in topi neonati nel sangue per ripristinare valori
sufficienti di enzima tali da impedire la comparsa dei sintomi per tutta
la vita degli animali. In particolare, a livello cerebrale l’enzima così
prodotto si è dimostrato in grado di superare la barriera
ematoencefalica, una sorta di “filtro” molto severo che normalmente
controlla il passaggio di sostanze verso il sistema nervoso. In altre
parole, il vettore virale rimane nel sangue, ma l’enzima riesce a
raggiungere le cellule cerebrali e a fare il suo dovere di “spazzino”.
I ricercatori sono già al lavoro per capire meglio come l’enzima
attraversi la barriera ematoencefalica, ma soprattutto per verificare se
la terapia sia efficace anche nei topi adulti, che abbiano cioè già
sviluppato la malattia: un passaggio essenziale per proseguire verso
un’eventuale terapia sull’uomo.
Il lavoro di Maria Pia Cosma è sostenuto anche da Bnp-Paribas
Assett Management.