Il tumore del collo dell’utero è per incidenza il secondo tumore
femminile. L’80% dei casi sono diagnosticati nei paesi in via di
sviluppo. L’attivazione di programmi di screening (Pap-test) nei paesi
cosiddetti sviluppati ha permesso una diminuzione dell’incidenza e della
mortalità per tumore del collo dell’utero. Circa 3.000 nuovi casi di
tumore della cervice uterina sono diagnosticati in Italia ogni anno.
La prevenzione secondaria (Pap test) permette una diagnosi precoce del
tumore del collo dell’utero, pertanto la malattia in stadio precoce è
oggi un problema clinico di sempre più frequente riscontro ed è spesso
diagnosticata in donne che vorrebbero mantenere la possibilità di
diventare madri. Oggigiorno circa il 40% di tutti i casi di carcinoma
del collo dell’utero sono diagnosticati in donne con età inferiore a 40
anni. Inoltre, nelle ultime due decadi, si è assistito ad un aumento
dell’incidenza dell’adenocarcinoma del collo uterino (20-25% di tutti i
casi di tumore della cervice uterina) specialmente nelle donne giovani.
Tali dati epidemiologici, unitamente al fatto che l’età media del primo
figlio è sempre più posticipata, rendono quanto mai importante e attuale
la problematica della conservazione della fertilità nelle giovani donne
(<40 anni) affette da tumore del collo uterino.
La questione a cui si è cercato di rispondere negli ultimi anni è stata:
“è possibile e oncologicamente sicuro conservare l’utero in pazienti
affette da tumore della cervice uterina?“.
Il trattamento classico del tumore del collo uterino in stadio iniziale
(I A 2, I B 1 con diametro inferiore a 4 cm) è l’asportazione radicale
dell’utero, dei tessuti peri-uterini (situati tra utero, vescica, retto
e parete pelvica) e dei linfonodi pelvici (linfoadenectomia)
Il Professor Daniel Dargent, per primo, ha cercano di applicare a
livello dell’utero quel concetto di “conservazione d’organo” che, negli
anni, è stato approfondito dai ricercatori clinici in altri campi
oncologici, quale ad esempio quello del tumore mammario: asportazione di
una sola parte dell’organo malato sede del tumore (quadrantectomia) per
evitare l’asportazione di tutto l’organo (mastectomia totale).
Se a “livello mammario” il motivo che hanno spinto a perseguire tale
filosofia è stato essenzialmente il voler conservare un organo simbolo
della femminilità, per quanto riguarda il tumore del collo dell’utero è
in gioco la fertilità della donna con tutto ciò che la sua privazione
comporta psicologicamente, umanamente e socialmente per una donna e per
il suo partner.
L’intervento, codificato dal Professor Dargent ed eseguito la
prima volta a Lione nel Dicembre 1986, è denominato trachelectomia
radicale per via vaginale (vaginal radical trachelectomy) e consiste
nell’asportazione, eseguita per via vaginale, di: collo uterino, tessuti
peri-cervicali (parametri) e del terzo craniale della vagina. Per via
laparoscopica nell’ambito dello stesso intervento vengono rimossi i
linfonodi pelvici. Le ovaie, le tube e soprattutto il corpo uterino,
sede abituale della gravidanza, sono conservati. La vascolarizzazione
uterina da parte delle due arterie uterine viene conservata. Un
cerchiaggio cervicale viene posto in sede per migliorare la continenza
uterina, ruolo svolto fisiologicamente dal collo uterino oramai mancante
(Figura n. 1).

Fig. 1. Raffigurazione
schematica degli organi genitali femminili interni. In violetto sono
evidenziati i tessuti asportati nel corso dell’intervento chirurgico di
trachelectomia radicale: collo uterino, tessuti peri-cervicali
(parametri) e del terzo craniale della vagina. L’arteria uterina, che
fornisce la vascolarizzazione all’utero, è conservata bilateralmente.
Da allora sono passati oramai più di vent’anni, centinaia di donne sono
state sottoposte a tale operazione, molteplici equipe a livello mondiale
hanno adottato questa tecnica operatoria e la propongono a giovani donne
desiderose di conservare la propria fertilità (Tabella 1). Ma
soprattutto, molti bimbi sono stati partoriti da donne sottoposte a
trachelectomia radicale.
| Equipe |
N. di pazienti |
Follow-up
(mesi) |
Recidive /
totale VRT |
| Dargent D,
Marchiolé P, Mathevet P. (Lyon, Genova) |
118 |
95 (31-234) |
7 (6 %) |
| Hertel H,
Schneider A (Jena, Berlino, Colonia) |
100 |
29 (1-128) |
3 (3%) |
| Covens A.
(Toronto) |
93 |
30 (1-103) |
7 (7.5%) |
| Plante M,
Roy M (Quebec) |
115 |
74 (4-204) |
4 (3%) |
| Shepherd JH
(Londra) |
112 |
45 (1-120) |
3 (3%) |
| Burnett AF,
Morrow CP (Los Angeles) |
19 |
21 (22-44) |
2 (10.5 %) |
| Schlaerth
JB, Spirtos (Pasadena, Palo Alto) |
10 |
48 (28-84) |
0 |
| Sonoda Y |
36 |
21 (3-60) |
1 (3%) |
| Totale |
603 |
|
27 (4.5 %) |
Tab.
1. Recidive dopo trachelectomia
radicale per via vaginale VRT nelle serie pubblicate (esclusione di due
casi di carcinoma neuroendocrino).
1. Criteri di eleggibilità per il trattamento fertility-sparing:
Carcinoma squamoso, adenosquamoso o adenocarcinoma del collo uterino,
stadio di malattia IA2 con emboli peri-tumorali e stadio IB1
Desiderio di preservazione della fertilità indipendentemente dalla
parità della donna
Massimo diametro tumorale di 2 cm. Per i tumori con diametro compreso
tra i 2 e i 4 cm sono riportate alcune considerazioni nel paragrafo
“Alternative attuali e future alla trachelectomia radicale per via
vaginale”
Invasione dell’endocervice limitata (presenza di margine sano di almeno
10 mm tra tumore e orifizio uterino interno)
Attendere 4 – 6 settimane dopo un’eventuale antecedente conizzazione
Il fatto che la donna abbia già partorito in precedenza non rappresenta
una controindicazione alla trachelectomia !
2. Un’accurata valutazione pre-operatoria è indispensabile per
valutare le dimensioni del tumore e l’estensione endo-cervicale (in
senso craniale) dello stesso, fattore cruciale per avere un’ottimale
resezione “in sano” e poter quindi mantenere l’intento conservativo. In
tal senso sono indicati i seguenti esami:
Visita clinica ginecologica
Colposcopia e eventuale isteroscopia se un’invasione dell’orifizio
uterino interno è sospettata
Risonanza magnetica pelvica: a tal proposito è particolarmente utile
eseguire tale esame dopo avere creato artificialmente un idrocolpo
mediante introduzione di soluzione fisiologica in vagina. Tale artifizio
rende più agevole e immediata la valutazione dei diametri tumorali,
l’esplorazione dei fornici vaginali e del canale endocervicale disteso
dal liquido (Fig. 2-3)
Revisione dei vetrini dell’esame istologico (da biopsia cervicale o
conizzazione) per valutazione delle caratteristiche tumorali
(dimensioni, istotipo, margini di resezione, presenza/assenza emboli
peri-tumorali)
Radiografia torace
TAC – PET
Markers tumorali (SCC, CA 125)

Fig.
2. Donna di 30 anni, nullipara,
affetta da un adenocarcinoma del collo uterino (stadio FIGO IB1).
Immagini saggitali T2-pesate, rispettivamente prima (A) e dopo (B)
l’esecuzione di un idrocolpo con soluzione fisiologica. Nella Fig. 2° la
lesione a carico del labbro cervicale posteriore è visibile ma con
ridotta accuratezza. La distensione del fondo vaginale (Fig. 2B)
facilita l’analisi della distanza tra la lesione tumorale e l’orifizio
uterino interno.

Fig.
3. Donna di 33 anni affetta da
un carcinoma squamoso del collo uterino (stadio FIGO IB1). La risonanza
magnetica visualizza una lesione di 34 mm di diametro massimo che invade
l’orifizio uterino interno (freccia): cntroindicazione alla
trachelectomia radicale.
3. L’intervento chirurgico consiste in:
Un primo tempo laparoscopico che prevede l’esplorazione dell’intera
cavità endoaddominale e l’asportazione dei linfomodi pelvici (linfoadenectomia)
L’eventuale esame istologico intra-operatorio dei linfonodi sentinella
e/o di linfonodi macroscopicamente “sospetti”
Un secondo tempo vaginale in cui viene eseguita la trachelectomia
radicale propriamente detta
L’atto finale di confezionamento dell’anastomosi tra istmo uterino e
vagina previo posizionamento di un cerchiaggio cervicale
4. Controindicazioni al trattamento fertility –sparing.
Nel 10 % circa dei casi il proposito di conservare la fertilità deve
purtroppo essere abbandonato in corso di intervento. Ciò è solitamente
dovuto al riscontro di metastasi linfonodali e/o all’impossibilità di
garantire un adeguato (10 mm) margine “in sano” (privo di tumore) al
momento dell’asportazione del pezzo operatorio a livello uterino.
5. Risultati oncologici.
La comunità scientifica ha oramai riconosciuto la “sicurezza” oncologica
della trachelectomia radicale nei casi di donne affette da tumore del
collo uterino inizialmente invasivo (stadio IA2 –IB1, diametro < 2 cm).
Un recente riesame della letteratura scientifica riporta che il tasso di
recidiva dopo trachelectomia radicale è del 4.5% (Tabella 1) con una
mortalità <3%. Tale dato è sovrapponibile al tasso di recidive che si ha
dopo trattamento chirurgico classico (isterectomia radicale) in donne
con tumore del collo uterino con stadio di malattia eguale.
Il diametro tumorale e la presenza di emboli neoplastici peri-tumorali
sono riportati essere i più importanti fattori di rischio di recidiva.
Dall’analisi delle serie delle differenti equipe emerge che il maggior
numero di recidive si ha in casi di tumori con diametro superiore ai 2
cm.
Per quanto riguarda l’istotipo tumorale, pur non rappresentando esso un
fattore di rischio di recidiva indipendente, è opportuno fare alcune
considerazioni sull’adenocarcinoma del collo dell’utero. Tale tumore
tende per sua natura a svilupparsi nella parte più interna del collo
uterino (più vicino pertanto all’orifizio uterino interno) ed è spesso
diagnosticato più tardivamente perché tende a dare sintomi solo quando
raggiunge un volume più importante. Nel caso dell’adenocarcinoma
microinvasivo, la malattia può essere diffusa (pur in forma in situ) a
tutto il canale endocervicale anche in maniera multifocale. Certe equipe
hanno segnalato un aumentato tasso di recidiva tumorale a livello
dell’utero residuo in donne affette da adenocarcinoma cervicale.
6. Quale follow-up ?
Molto importante è eseguire un’accurata visita post-operatoria (6
settimane dopo l’intervento) per valutare accuratamente la
cicatrizzazione a livello del fondo vaginale (neo-anastomosi
utero-vaginale). Il neo-orifizio uterino esterno deve essere ricercato e
possibilmente se ne deve verificare la pervietà. Un’ecografia pelvica
permetterà di escludere la presenza di un’ematometra (raccolta ematica
intrauterina dovuta a stenosi del canale cervicale residuo). I primi
cicli mestruali dopo l’intervento possono essere più dolorosi. Una
stenosi del collo uterino si verifica in circa il 10% delle donne
sottoposte a trachelectomia radicale.
Come per tutte le pazienti trattate per un cancro della cervice uterina,
il follow-up consiste in un esame clinico e in un pap-test della
neo-giunzione istmo-vaginale ogni 3-4 mesi durante i primi 3 anni,
quindi ogni 6 mesi tra il 4° e il 5° anno, annualmente in seguito. In
alcuni casi può risultare non agevole eseguire un prelievo citologico
(Pap-test) in ragione della difficoltosa individuazione dell’orifizio
uterino esterno o a causa della stenosi dello stesso e dell’insofferenza
della donna (spesso la visita è fastidiosa e dolorosa per queste donne).
La citologia (Pap-test) è molto importante perché può diagnosticare una
recidiva prima che questa sia sospettata alla visita clinica o con le
tecniche di imaging. Spesso i pap-test di donne trachelectomizzate non
sono di facile interpretazione. E’ alto il rischio di falsi positivi che
richiedono ulteriori esami di secondo livello (colposcopia ± biopsia) e
che soprattutto generano molta ansia alla donna. Una caratteristica
peculiare è l’alto tasso di ritrovamento di cellule endometriali (circa
60%) in questi Pap-test. Si ritiene che la presenza di tali cellule sia
necessaria per giudicare adeguato un prelievo citologico fatto entro i
24 mesi dall’operazione nelle donne sottoposte a trachelectomia. In
ragione delle peculiarità citologiche sopra descritte è opportuno
affidarsi a un citopatologo di riferimento, familiare con
l’interpretazione dei preparati citologici provenienti da queste
pazienti.
Pur non esistendo precise linee guida per quanto riguarda l’esecuzione
di una risonanza magnetica di controllo, pare appropriato eseguirne una
ogni anno.
7. Fertilità e trachelectomia radicale.
Una storia clinica di pregressa infertilità non è considerata una
controindicazione alla trachelectomia radicale. Donne con problemi di
fertilità sono state capaci di concepire, ricorrendo o meno a tecnologie
riproduttive artificiali, anche dopo la trachelectomia radicale.
Il 70 – 79% delle donne che hanno provato a concepire dopo una
trachelectomia radicale vi sono riuscite. Il tasso stimato di fertilità
è del 55% con la maggior parte delle donne che riesce a concepire entro
il primo anno di tentativi.
Alcuni autori hanno ipotizzato potenziali cause di un’eventuale
diminuita fertilità dopo la trachelectomia radicale: salpingiti
sub-cliniche, assenza del muco cervicale, stenosi cervicali e aderenze
post-chirugiche. Ricerche future sono attese per confermate tali
ipotesi.
8. La gravidanza dopo la trachelectomia radicale.
La gravidanza dopo trachelectomia radicale è considerata essere una
gestazione cosiddetta “a rischio” per vari motivi: in primis il rischio
di aborto tardivo, in secondo luogo quello del parto pre-termine.
Aborto: il rischio di aborto precoce (<12° settimana di amenorrea) è
sovrapponibile a quello riscontrato nella popolazione femminile generale
(16-20%).
Al contrario, il rischio di aborto tardivo del secondo trimestre di
gravidanza è raddoppiato rispetto alla popolazione generale (8.6% versus
4%). Ciò è dovuto all’assenza della funzione protettiva anti-batterica
del muco cervicale e alla conseguente aumentata incidenza di rottura
prematura delle membrane amniotiche
Parto pre-termine: tale rischio è probabilmente determinato sia da cause
meccaniche (ridotta continenza cervicale) sia da cause infettive
(assenza funzione protettiva del muco cervicale) sia da una combinazione
delle due. Il tasso di nascite pre-termine tuttavia varia ampiamente tra
le diverse equipe (9-43%) e ciò è verosimilmente dovuto alla differenza
di canale cervicale lasciata dai differenti operatori.
Il tasso di nascite pre-termine (<37° settimana d’amenorrea) è del 28%,
ma di queste solo il 12% comporta una prematurità severa (<32 settimane
d’amenorrea).
Pur non esistendo linee guida per la gestione della gravidanza dopo
trachelectomia radicale, alcuni autori consigliano alcune misure
preventive: screening continuativo delle infezioni del basso tratto
genitale, antibioticoterapia profilattica, chiusura del collo uterino
all’inizio del secondo trimestre di gravidanza (cerchiaggio di Saling),
riposo a letto e/o diminuzione dell’attività fisica, somministrazione
sistematica di corticosteroidi per stimolare la maturazione polmonare
fetale.
Tutte le pazienti devono essere informate che la gravidanza dopo la
trachelectomia radicale comporta i suddetti rischi al momento della
scelta terapeutica iniziale.
9. Alternative attuali e future alla trachelectomia radicale per via
vaginale.
Tecnicamente la trachelectomia radicale può essere eseguita anche per
via laparotomia: l’accesso è più invasivo ma la sostanza dell’intervento
resta eguale.
Per quanto riguarda le alternative terapeutiche alla trachelectomia
radicale, restando ovviamente nell’ambito sempre dell’intento
conservativo della fertilità, in questi recenti anni sono stati proposti
da differenti equipe almeno due disegni terapeutici sperimentali:
Chirurgia “ultraconservativa” della fertilità: consiste nell’esecuzione,
in casi selezionati a basso rischio (stadio IA2, IB1 < 2 cm, assenza di
emboli tumorali peritumorali), di una conizzazione o di una
trachelectomia semplice (asportazione del solo collo uterino)
consensualmente alla linfoadenectomia pelvica. Due equipe stanno
lavorando su tale ipotesi che verosimilmente permetterebbe di ridurre la
successiva morbidità ostetrica con un approccio tecnicamente più
semplice;
Effettuazione di una chemioterapia neo-adiuvante (3 cicli di taxolo,
isofosfamide/epirubicina, cis-platino) finalizzata a ridurre il volume
tumorale prima dell’intervento chirurgico, sia esso conizzazione o
trachelectomia semplice/radicale. Tale ipotesi potrebbe essere
particolarmente interessante per le pazienti affette da un tumore stadio
IB1, con diametro compreso tra i 2 e i 4 cm e/o presenza di emboli
peritumorali. Sono infatti queste le pazienti con maggior di rischio di
recidiva come emerge dai dati ad oggi riportati in letteratura.
Conclusioni
L’intervento di trachelectomia radicale per via vaginale con consensuale
linfoadenectomia pelvica laparoscopica bene riassume i tre principali
obbiettivi della medicina moderna: cura della paziente, mini-invasività
e conservazione della funzione d’organo.
In considerazione degli eccellenti risultati oncologici e ostetrici
riportati dopo la trachelectomia radicale, le pazienti affette da tumore
del collo dell’utero e desiderose di preservare la loro fertilità,
devono essere informate di questa possibilità terapeutica.
Una volta ricevuta un’ informazione completa, sono solo le donne a poter
e dover decidere. Le une non accetteranno che si aggiunga al rischio di
recidiva la certezza di perdere la possibilità di divenire madre. Le
altre, anche se molto desiderose di conservare la loro fertilità,
valutando la prospettiva di dare un giorno la vita a un bambino che
rischierà di divenire orfano, vi rinunceranno.
La ricerca clinica ci dirà in futuro se la chemioterapia neoadiuvante
permetterà di allargare le indicazioni al trattamento fertility-sparing
a donne con lesioni più grosse (2-4 cm) e se una scelta chirurgica meno
aggressiva sarà altrettanto sicura dal punto di vista oncologico per le
pazienti affette da piccoli tumori (< 2 cm).
*Ginecologo Ostetrico