Genova Anno VI - n°38 - 12.05.2009 Pagine Nazionali

del 03/07/2009

 

L’autolesionismo e i disordini dell’adolescente


Secondo un articolo pubblicato su J Adolesc Health 2009 ( 44: 464-7) la depressione maggiore, disordini d'ansia e dell'alimentazione sono comuni nelle adolescenti che praticano forme di autolesionismo procurandosi dei tagli. Questo tipo di comportamento è divenuto negli ultimi anni più comune negli adolescenti: in particolare, nelle ragazze che lo praticano residenti in comunità esso risulta fortemente associato alla presenza di disordini depressivi maggiori, segni di abuso di alcool e comportamento tendente all'internalizzazione. Un fenomeno insolito, in crescita ma ancora poco conosciuto, che coinvolge nel Belpaese ben un ragazzo su cinque. E inizia prestissimo.

 

Secondo i dati presentati nel corso ‘Autolesionismo, disturbi alimentari e disturbi di personalità’ che si terrà domani a Vicenza, il 20,6% degli studenti universitari ha sperimentato nel corso della propria vita un episodio di autolesionismo, con un’età media di inizio intorno ai 12 anni. Ma in che modo i ragazzini riescono a farsi male? Soprattutto con i graffi, scelti dal 50% dei giovani pazienti. Seguono tagli (34%), colpi e lividi (24%), bruciature (20%, una strategia che pare preferita dai maschi), e morsi (14%).

Se si guarda alle scuole superiori, la percentuale cresce ancora: da una ricerca compiuta su 219 studenti emerge che il 22,8% si è procurato ferite o traumi volontariamente almeno un volta nella vita.

 

“Sono diversi i motivi per cui ragazzi si infliggono ferite o si procurano un dolore anche molto acuto: evitare o sopprimere immagini o ricordi dolorosi, o in generale emozioni negative. Ma anche entrare in uno stato di torpore o insensibilità, e avere l’attenzione degli altri”, spiega Roberto Ostuzzi, presidente del convegno e della Società italiana per lo studio dei disturbi del comportamento alimentare (Sisdca). Questi comportamenti si possono presentare con frequenza e intensità variabili, fino a compromettere l’integrità fisica del soggetto e giungere, talvolta, a esiti fatali. L’indice di mortalità di questi pazienti, precisano gli esperti, è stimato intorno al 9-10%.


 

 






 
 
 
 

  



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