Genova Anno VI - n°38 - 12.05.2009 Pagine Nazionali

del 30/06/2009

 

Infarto, dopo il ricovero si rischia di più


Per chi ha subito un infarto, i primi due mesi dopo l'ospedale sono il momento peggiore. Durante il ricovero, infatti, la mortalità è in costante diminuzione e non supera il 7-8 per cento; tornati a casa, però, il 10 per cento dei 25.000 pazienti ad alto rischio che sopravvivono a un infarto non ce la fa: lo rivelano gli esperti riuniti a Roma il 26 e 27 giugno per il “Forum Interattivo di Cardiologia”, interamente dedicato alla gestione del paziente cardiologico ad alto rischio.


L'allarme arriva dalla valutazione dei dati dei circa 100.000 casi di infarto che si verificano ogni anno nel nostro Paese, secondo cui la mortalità durante i primi 60 giorni fuori dall'ospedale è in continuo aumento: nella popolazione generale dei pazienti sopravvissuti all'attacco cardiaco si attesta attorno al 4 per cento, ma nei casi ad alto rischio supera il 10 per cento. «Negli ultimi anni, grazie all'introduzione delle unità coronariche e alla realizzazione di reti ospedaliere in grado di assicurare livelli di assistenza omogenei anche in realtà territoriali diverse, la mortalità per infarto durante il ricovero in ospedale ha continuato a scendere – spiega Alessandro Boccanelli, coordinatore del Forum e Direttore del Dipartimento per le Malattie dell’Apparato Cardiocircolatorio dell’Ospedale S.Giovanni – Addolorata di Roma – Oggi c’è la pericolosa tendenza, già attuata in diverse realtà regionali, a passare ad un'assistenza organizzata secondo intensità di cura, con posti letto accomunati solo dal livello di gravità invece che dal tipo di malattia. Ciò non tiene conto della continuità delle cure che solo la disciplina specialistica può fornire, tenendo il paziente per mano attraverso il tunnel della sua malattia. Questo potrebbe mettere a rischio l’efficacia del sistema. Il timore dei cardiologi è che con accorpamenti semplicistici le competenze e le conoscenze del personale delle UTIC, formato ed esperto nella gestione delle emergenze cardiologiche, vadano disperse con risultati negativi sul contenimento della mortalità ospedaliera e post-ospedaliera. L’incremento rilevante della mortalità dopo la dimissione dall'ospedale si può spiegare soprattutto con la mancata riorganizzazione dell'assistenza e della fase di riabilitazione cardiologica».


Oggi il percorso riabilitativo viene intrapreso da non più di due terzi dei pazienti e i Centri in grado di offrirla sono 190, per un totale di 3000 posti letto concentrati soprattutto al Nord. Il 55 per cento dei pazienti in riabilitazione ha subito un'operazione al cuore, meno del 10 per cento vi arriva dopo un infarto. E in questi casi quasi sempre la riabilitazione è poco incisiva: consigli generici sullo stile di vita, la prescrizione di una dieta, qualche sessione di esercizio fisico. «Purtroppo in questo modo non riusciamo a essere efficaci quanto potremmo e dovremmo – afferma Cesare Greco, Direttore della Cardiologia Riabilitativa dell'Ospedale S. Giovanni - Addolorata di Roma e coordinatore del Forum –. Per questo è stato siglato un Protocollo d'intesa fra l'Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO) e il Gruppo Italiano di Riabilitazione Cardiovascolare (GIRC), che prevede un “triage” dell'infarto: al momento dell'arrivo in ospedale il paziente dovrebbe essere valutato e classificato in una di tre-quattro diverse categorie di rischio e poi in base a questa dovrebbe intraprendere uno specifico percorso di assistenza ospedaliera ed extra-ospedaliera. L'individuazione del grado di rischio è semplice – prosegue Greco la difficoltà sta nel prevedere poi approcci diversi e personalizzati a seconda del livello di rischio, ed è questo che le cardiologie e le istituzioni devono impegnarsi a offrire».


Proprio per garantire ai pazienti ad alto rischio di superare indenni i primi due mesi dopo l'infarto è partito all'Ospedale San Giovanni-Addolorata di Roma un progetto pilota chiamato “Life Vest”, grazie al quale ai casi più delicati verrà fornito un giubbetto-defibrillatore portatile in attesa di decidere se è opportuno impiantare un defibrillatore sottocutaneo. «La scelta deve essere fatta 40 giorni dopo l'infarto – dice Greco –. L’impianto di defibrillatore definitivo può essere evitato qualora in questo periodo il cuore riacquisti spontaneamente funzionalità: il Life-Vest serve per proteggere il paziente dalla morte improvvisa in questa fase di osservazione. Per questo abbiamo pensato di dare loro il giubbotto-defibrillatore: si tratta di una sorta di zainetto, poco pesante e non ingombrante, da indossare sempre. È collegato con elettrodi al torace e, in caso di aritmia pericolosa, avverte con un “bip” che sta per partire una scarica: se il paziente è cosciente e quindi si tratta di un'aritmia transitoria il dispositivo può essere bloccato, se il soggetto è incosciente entro 30 secondi parte la scarica salvavita», conclude Greco.
Tutto ciò presuppone però che il paziente sia seguito lungo tutto il suo percorso assistenziale senza “perdere il filo”, dalla classificazione del livello di rischio al momento del ricovero fino al periodo post-ospedaliero. Il solo modo per garantirlo, secondo gli esperti, è una cardiologia unitaria, in grado di prendersi cura del paziente nello svolgersi di tutte le fasi della malattia.

 

 






 
 
 
 

  



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