Vent'anni
fa c'erano le scritte sui muri o le voci malevole sul conto della
vittima di turno. Oggi i ragazzi mettono su YouTube video imbarazzanti
dell'amico da ridicolizzare, bombardano i loro 'bersagli' con scherzi
telefonici e sms offensivi e minacciosi, intasano la posta elettronica
di email di insulti. È il cyberbullismo, un fenomeno in crescita: è
infatti vittima di un cyberbullo uno studente su tre, soprattutto a
scuola e durante l'anno della maturità. Lo dimostra una ricerca condotta
su 700 studenti delle scuole medie superiori di Chieti dalla cattedra di
Psichiatria dell’Università di Chieti in collaborazione con la
Cooperativa Lilium di accoglienza e recupero di minori provenienti da
tutta Italia; i risultati saranno presentati in anteprima durante il
Convegno Nazionale interdisciplinare ‘Abusi, maltrattamenti, violenze
sui minori: i professionisti di interrogano’, a Pescara dal 25 al
26 giugno. E gli psichiatri avvertono: in un caso su dieci la
vittima di bullismo digitale soffre di depressione, mentre i cyberbulli
sono destinati a sviluppare in futuro disturbi antisociali nell'8 per
cento dei casi.
Secondo i dati raccolti, la metà degli episodi di cyberbullismo avviene
durante l’anno dell’esame di maturità, quando si esasperano i confronti
fra studenti. In 4 casi su dieci si prende di mira la vittima per il
modo di vestire o un difetto fisico, in 3 su dieci per il colore della
pelle o per il buon rendimento scolastico; in un caso su due gli episodi
si ripetono più volte e il 70 per cento degli atti di bullismo digitale
ha per teatro la classe o altri luoghi della scuola. «Durante l'esame
aumentano lo stress e la paura di essere inadeguati; ciò si traduce in
atteggiamenti aggressivi verso i compagni ritenuti più deboli e
manipolabili perché incapaci di difendersi – osserva Massimo di
Giannantonio, coordinatore della ricerca e Ordinario di Psichiatria
all'Università di Chieti –. I motivi che spingono i ragazzi ad
assumere atteggiamenti di prepotenza “digitale” nei confronti di altri
sono gli stessi del bullismo tradizionale: il tentativo di ottenere
maggiore popolarità nel gruppo, la voglia di riscattarsi o vendicarsi,
il semplice divertimento per passare il tempo e vincere la noia –
continua di Giannantonio –. Sono a rischio di diventare
cyberbulli i ragazzi che passano molto tempo in rete, magari
frequentando gruppi online dove si affrontano temi legati a
comportamenti sessuali a rischio o violenti, e quelli che amano i
videogiochi con contenuti inadeguati o aggressivi: questi elementi,
infatti, rinforzano nei ragazzi l'idea che tutte le interazioni virtuali
e la violenza online siano “solo un gioco”».
Purtroppo in un caso su dieci le vittime di bullismo elettronico
manifestano sintomi di depressione e il 35 per cento di chi ha subito
molestie digitali è stato poi oggetto di approcci sessuali indesiderati
anche nella vita reale. L'8 per cento dei cyberbulli è destinato a
sviluppare un comportamento antisociale e problematico, fra cui
vandalismo, furti, tendenza ad assumere alcolici. «I bulli esportano
nella società comportamenti appresi in famiglia: se in casa non c'è
interesse verso i figli né dialogo e prevalgono sopraffazione e
violenza, si hanno tutte le premesse perché il figlio diventi un bullo –
riprende lo psichiatra –. Al contrario, se in famiglia c'è la
tendenza alla menzogna e a fuggire dalle responsabilità e dai problemi,
si pongono le basi perché i ragazzi siano oggetto di sopraffazioni. Il
modo migliore per mettere al riparo i figli dal bullismo, o almeno far
sì che poi raccontino le loro esperienze, è educarli all'indipendenza,
al rispetto delle regole, alla sicurezza in se stessi».
Cresce anche il bullismo tradizionale: alle superiori uno studente su
due ne è vittima o spettatore. Nel 26 per cento dei casi si manifesta
con prepotenze fisiche come calci, spintoni, danni alle cose; nel 40 per
cento dei casi l'aggressione è verbale e il bullo minaccia, offende,
prende in giro o racconta storie false sul conto della vittima.
Purtroppo in un caso su due la vittima non ne parla con nessuno. Nemmeno
con gli insegnanti, che nell'80 per cento dei casi dichiarano di aver
assistito o di sospettare fenomeni di bullismo nella loro classe. I più
sensibili al tema sono i docenti più giovani, che dimostrano di
accorgersi più degli altri dell’esistenza del fenomeno. Ma non di rado
gli insegnanti stessi sono vittime di prepotenze da parte dei ragazzi,
così come le strutture scolastiche diventano teatro di atti vandalici.
«L’unica cosa che sembra accomunare gli studenti e gli insegnanti, in
molte realtà scolastiche, è il malessere – osserva di
Giannantonio –. Purtroppo c’è uno scollamento sempre maggiore fra
ciò che la scuola offre e i reali bisogni degli studenti. I ragazzi
manifestano perciò forme di rifiuto e di protesta che non sono dovute a
una devianza delle nuove generazioni, ma alla “critica” a un sistema
formativo estraneo, incapace di trasformarsi e slegato dal contesto
sociale di riferimento e dalla cultura giovanile, di cui diventa
antagonista. La scuola, luogo fondamentale di aggregazione giovanile, è
oggi incapace di arginare i modelli antisociali proposti dai media, di
proporre orientamenti educativi validi e condivisi e di formare una
identità forte degli studenti, che vanno aiutati non solo ad acquisire
conoscenze e competenze, ma anche a intrecciare legami e rapporti»,
conclude Di Giannantonio.