Genova Anno VI - n°38 - 12.05.2009 Pagine Nazionali

del 17/06/2009

 

Danno alle arterie sempre in agguato


Quanti sono gli Italiani affetti da Arteriopatia Obliterante Periferica? Fino a ieri la Medicina Italiana non era ancora in grado di stimarlo con precisione.
Oggi invece, grazie alle evidenze dello Studio Multicentrico Europeo PANDORA, sappiamo che le persone che soffrono di questa patologia nel nostro paese sono molto più numerose di quanto ci si possa attendere. In queste persone il rischio di subire in 5 anni un infarto miocardico, un ictus o di morire per cause vascolari è pari, addirittura, al 30%.


Lo studio Pandora (Prevalence of peripheral Arterial disease in subjects with a moderate CVD risk, with No overt vascular Disease nOR diAbete mellitus) è uno studio internazionale osservazionale e multicentrico, che ha coinvolto 10.287 pazienti a rischio cardiovascolare moderato ed è stato realizzato in 594 centri di sei paesi: Italia, Belgio, Olanda, Svizzera, Grecia e Francia. In Italia, i pazienti arruolati in 30 diverse A.S.L., grazie al contributo di 289 medici di Medicina Generale associati alla Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG), sono stati 5.298, circa il 51,5% della popolazione totale.


"Lo studio PANDORA - afferma il Prof. Claudio Borghi, Professore Ordinario di Medicina Interna Università degli Studi di Bologna - ha valutato i pazienti nei quali, in linea teorica, non era sospettabile la presenza di una patologia vascolare e per i quali il medico non avrebbe richiesto ulteriori accertamenti specifici. Lo studio, infatti, è stato disegnato in modo da identificare nella popolazione le persone che soffrono di una patologia aterosclerotica significativa, ma difficilmente presumibile sulla base dei fattori di rischio "abituali". A tali persone, in genere, non si attribuisce un rischio cardiovascolare elevato.”
Secondo le evidenze dello studio PANDORA, il 17.8% dei circa 10.000 soggetti studiati, a rischio cardiovascolare moderato, presenta l'Arteriopatia Obliterante Periferica (AOP), documentata da un alterato indice pressorio caviglia/braccio (Ankle-Brachial Index, ABI), il parametro diagnostico principale per questa patologia. Inoltre il 20,7% dei pazienti mostra un ABI borderline. In particolare, in Italia la percentuale di prevalenza di AOP nel campione raggiunge addirittura il 22.9%.


Va ricordato che il rischio che ciascuno di noi corre di subire un evento cardio-cerebro-vascolare viene classificato in relazione alle Carte del rischio (i maggiori fattori di rischio sono ad esempio fumo di sigaretta, ipertensione, età avanzata, dislipidemia, etc.). Questo permette di individuare i soggetti che devono essere tenuti sotto controllo con più assiduità.
"Purtroppo, il 25-30% degli eventi avviene proprio nelle persone che risultano classificabili a livello di rischio basso o comunque non elevato - avverte il Prof. Claudio Cimminiello, Direttore Dipartimento Medico Azienda Desio e Vimercate. – Ecco perché abbiamo realizzato lo studio PANDORA utilizzando l'indice caviglia/braccio per individuare la presenza dell'Arteriopatia Obliterante Periferica già in atto. Si tratta di una malattia vascolare e, come tale, costituisce un predittore assai più potente di un fattore di rischio".


Identificare l'Arteriopatia Obliterante Periferica e non "dimenticarsi" di ricercarne la presenza anche nelle persone apparentemente a rischio basso-moderato è importante. È questa la prima lezione che traggono oggi gli esperti dai risultati dello studio PANDORA. Riuscire a diagnosticare precocemente l'AOP, un vero e proprio indicatore di elevato rischio cardiovascolare, consente, dunque, di diminuire il rischio di disabilità e la mortalità per cause cardiovascolari (infarto, ictus).
Purtroppo, ad oggi, la misurazione ambulatoriale dell’indice pressorio caviglia/braccio è uno strumento ancora poco utilizzato nella pratica clinica sebbene la sua rilevazione sia efficace, poco costosa e assolutamente praticabile nell’ambulatorio del medico di Medicina Generale. Ciò, forse, è dovuto anche al fatto che la consapevolezza di questa malattia è decisamente inferiore a quella di altre patologie cardiovascolari, nonostante condivida gli stessi fattori di rischio e le Linee Guida raccomandino per questa malattia gli stessi obiettivi terapeutici (controllo dei livelli plasmatici di colesterolo) raccomandati nei pazienti che hanno avuto un infarto.

 

Un’altra importante evidenza dei risultati dello studio è relativa all’utilizzo di statine.
Nell’ambito della popolazione esaminata, il trattamento con statine è risultato significativamente associato ad un minore rischio (-46%) di soffrire di Arteriopatia Obliterante Periferica.
"Per l'Italia, - precisa a riguardo il Prof. Cimminiello - l'elemento forse più significativo è che i pazienti italiani esaminati, che presentano un’incidenza di AOP maggiore rispetto alla media europea, avevano un consumo molto inferiore di statine rispetto agli altri paesi. Segno evidente, verrebbe quindi da concludere, che il controllo dei livelli di colesterolo sia un fattore strategico nell’insorgenza di tutte le malattie vascolari, compresa l’AOP”.


"PANDORA è stato condotto su quasi diecimila pazienti, il maggior numero di pazienti mai studiati al mondo su una popolazione di questo genere, ed è uno studio importante per molte ragioni: innanzitutto perché permette di portare alla luce l'esistenza di una popolazione in cui il rischio di sviluppare manifestazioni cliniche cardiovascolari (infarto, ictus) è superiore a quanto è generalmente atteso
- sostiene il Prof. Borghi. – Inoltre, mette in relazione la presenza di AOP asintomatica con tutti gli altri fattori di rischio (ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, ipertensione arteriosa, fumo di sigarette, scarso esercizio fisico), sui quali è possibile agire in modo sostanziale. Ciò conferma e rinforza l'importanza della correzione dei fattori di rischio modificabili e fornisce al medico un nuovo strumento per rendere ancora più efficace la prevenzione".
"Infine, non va dimenticato che lo studio prevedeva, da parte del medico di medicina Generale, l’impiego di uno strumento relativamente semplice da usare (doppler per la misurazione dell’ABI), utilizzabile nella pratica clinica ambulatoriale per porre una diagnosi che, altrimenti, verrebbe demandata ad uno specialista.
- aggiunge il Prof. Borghi- La valutazione del rischio è del tutto alla portata della Medicina del territorio: un semplice esame del sangue per valutare il profilo lipidico, un metro per misurare la circonferenza addominale, una bilancia per misurare il peso, uno sfigmomanometro per misurare la pressione". In definitiva, quindi, lo studio PANDORA mette oggi a disposizione del medico di Medicina Generale anche il razionale per un accesso "strumentale" al suo paziente, con il duplice risultato di un vantaggio in termini di alleggerimento degli oneri sulle strutture specialistiche ospedaliere e di una gratificazione professionale.
"Dal punto di vista scientifico - conclude il Prof. Borghi - lo studio segue la linea di ricerca condotta in questi anni in ambito cardiovascolare. Ovvero studi finalizzati alla ricerca di marker clinici o biochimici di malattia, che possano essere predittivi anche in assenza di comportamenti a rischio, profili lipidici francamente alterati e così via, come ad esempio il recente studio JUPITER."
"Sul fronte italiano, lo studio è stato condotto da medici di Medicina Generale associati a FIMMG
- ricorda il Dott. Giacomo Milillo, Segretario Generale Nazionale FIMMG. - Vi hanno aderito 289 medici, in 13 diverse Regioni, con il coordinamento nazionale di FIMMG/Metis. La fase di arruolamento dei pazienti si è conclusa il 30 giugno 2008, con 5.298 pazienti reclutati, pari a una media di 26,6 per ogni medico ricercatore.”
“Lo Studio Pandora ha rappresentato un importante traguardo per la FIMMG e per la nostra categoria; - conclude il Dott. Milillo - ha dato evidenza della capacità della medicina generale di confrontarsi con progetti di ricerca di rilevanza internazionale. Il buon esito della ricerca è stato consentito dall’assiduità, dalla tempestività e dalla scrupolosità degli sperimentatori. Questo ha ulteriormente confermato che il coinvolgimento di una larga e diffusa base di ricercatori è in grado di fornire dati rappresentativi della realtà italiana e dell’universo dei MMG, presentandosi come valida alternativa a studi caratterizzati da una forte selezione dei ricercatori".


“Lo studio Pandora rappresenta un nuovo ulteriore contributo al tradizionale impegno di AstraZeneca nelle attività di ricerca scientifica -
conclude Raffaele Sabia, direttore medico di AstraZeneca Italia. - La ricerca e' per noi un settore fondamentale: solo in Italia sono in corso circa 60 progetti, compresi quelli di ricerca pre-clinica. Inoltre, l’impegno della nostra Divisione Medica è ed è stato caratterizzato da rilevanti collaborazioni con istituzioni e istituti di ricerca, come ad esempio l’Istituto Superiore di Sanità ed Il Mario Negri, e diverse Società Scientifiche sia in ambito specialistico che della Medicina Generale”.

 

 






 
 
 
 

  



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