Genova Anno VI - n°38 - 12.05.2009 Pagine Nazionali

 

Più sicuro il trapianto da donatori solo parzialmente compatibili


Alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano è stato condotto il primo studio al mondo di fase I-II, pubblicato su Blood, l’autorevole rivista della società americana di ematologia, il cui obiettivo principale era quello di valutare l’utilizzo di una radio-chemioterapia a basse dosi, seguito da infusioni post-trapianto di basse dosi di linfociti del donatore (linfociti CD8-depleti) nel contesto di un trapianto, di staminali ematopoietiche, compatibile solo al 50%. Scopo dello studio era diminuire la tossicità del trapianto e di migliorare la funzione del sistema immunitario dopo il trapianto per ridurre la mortalità da infezioni e da recidiva della malattia.
Il trapianto di cellule staminali provenienti da un donatore pienamente compatibile (HLA-identico), rappresenta un’opzione terapeutica per molti malati con tumori del sangue. Tuttavia, solamente per il 50 -60% dei pazienti riesce a trovare un donatore familiare o dal registro internazionale pienamente compatibile. Per i pazienti con leucemie o linfomi ad alto rischio di recidiva precoce che non riescono a trovare un donatore identico familiare o nel registro dei donatori, l’unica alternativa concreta può essere il trapianto da un donatore familiare compatibile al 50% (trapianto aploidentico) o l’uso del cordone ombelicale per i pazienti di basso peso o pediatrici.


L’utilizzo del trapianto da donatore parzialmente compatibile è stato ostacolato in passato dai pesanti effetti collaterali, di cui i principali sono il rigetto e l’aggressione del trapianto verso l’ospite, una reazione immunitaria sistemica mediata dai linfociti T del donatore contro i tessuti del paziente, che può determinare un’elevata mortalità legata allo stesso trapianto (50% circa).
Per queste ragioni, i trapianti da donatori aploidentici non sono utilizzati in modo routinario nei pazienti adulti e nuove strategie per migliorare i risultati si sono rese sempre più necessarie.


Lo studio ha arruolato 28 pazienti adulti affetti da neoplasie ematologiche avanzate che non avevano nessuna altra alternativa terapeutica per sopravvivere alla loro malattia: 24 linfomi e 4 leucemie acute. La mortalità trapiantologica a 2 anni è stata ridotta dal 40-50% al 25%. La sopravvivenza globale a 2 anni è stata del 44% con un miglior risultato rilevato per pazienti con malattia chemiosensibile (sopravvivenza a 2 anni del 75%). Complessivamente sono state effettuate 54 infusioni di linfociti CD8-depleti del donatore a 23 pazienti, utilizzando 3 dosi diverse di cellule con lo scopo di definire quale fosse quella più indicata nel favorire la ricostituzione di una efficace immunità verso gli agenti infettivi e le eventuali cellule tumorali residue, riducendo le probabilità di indurre da parte delle cellule trapiantate un’aggressione nei confronti del ricevente. Le infusioni sono state ben tollerate dai pazienti, non hanno causato perdita di attecchimento del trapianto e non hanno indotto tossicità acute.

“Il nostro studio - sostiene Paolo Corradini, primo firmatario dello studio e Direttore della struttura di Ematologia della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori - ha perciò definito:

1) la fattibilità e la efficacia di un regime di condizionamento a ridotta intensità in grado di consentire l’attecchimento del trapianto di cellule emopoietiche non completamente compatibili, con una bassa incidenza di mortalità dopo il trapianto e un incoraggiante sopravvivenza libera da malattia;

2) la dose adeguata di linfociti del donatore CD8-depleti da infondere post-trapianto senza causare tossicità al paziente (con limitata aggressività dell’organo trapiantato nei confronti dell’organismo del ricevente);

3) la efficacia di queste infusioni post-trapianto di linfociti del donatore CD8-depleti nel favorire la ricostituzione di un’efficace immunità verso agenti infettivi quali citomegalovirus ed virus di Epstein Barr”.

 

 






 
 
 
 

  



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