Genova Anno VI - n°37 - 19.02.2009 Pagine Nazionali

del 11/05/2009

 

I farmaci anti-diabetici fanno bene o male al cuore?


Stefania Bortolotti - redazione@clicmedicina.it

La terapia del diabete di tipo 2, patologia che colpisce più del 5 per cento della popolazione italiana, va “dosata” con il bilancino dallo specialista. L’obiettivo è di tenere a valori accettabili la glicemia per ridurre il rischio di infarto del miocardio, ma anche contenere il rischio di ipoglicemie. La terapia deve quindi mirare ad assicurare un efficace controllo della glicemia e al contempo limitare al minimo i rischi di improvvisi cali del tasso di glucosio nel sangue.

 

Nella scelta del trattamento da effettuare, debbono entrare in gioco diversi elementi, compresa l’attenzione all’eventuale comparsa di effetti indesiderati a carico del cuore e dell’apparato cardiovascolare. Nel tempo, infatti, alcune ricerche hanno fatto ipotizzare un possibile effetto negativo sul cuore di alcuni trattamenti, come quelli che prevedono l’impiego dei glitazoni. “Per quanto riguarda rosiglitazone, uno dei due farmaci di questa classe, nell’estate del 2007 è stata pubblicata da due cardiologi americani, Nissen e Wolski, una meta-analisi che ne metteva in dubbio la sicurezza cardiaca – spiega Edoardo Mannucci, direttore dell’Agenzia Diabetologica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze. Il risultato della meta-analisi di Nissen e Wolski, condotta solo su 40 studi, era totalmente inatteso. Infatti, non esistevano evidenze di rischio cardiovascolare associato all’altro farmaco della stessa classe, il pioglitazone, che ha un profilo d’azione pressoché sovrapponibile. Al contrario, era opinione diffusa che, eventualmente, i farmaci di questa classe, molto efficaci nel controllo della glicemia a lungo termine, avrebbero potuto avere degli effetti favorevoli sul rischio cardiovascolare. Un esame attento della meta-analisi sul rosiglitazone mostrava, però, vari limiti metodologici che rendevano i risultati poco attendibili”.

 

Da questa osservazione è nata una ricerca tutta italiana, una nuova meta-analisi, che ha preso in esame tutti gli studi pubblicati, oltre ad utilizzare molti studi completati ma non ancora pubblicati. “Siamo così riusciti a costruire un database di oltre 160 studi sul rosiglitazone. Abbiamo quindi combinato i risultati dei vari studi utilizzando metodi statistici la cui validità è universalmente riconosciuta - sottolinea Mannucci. Come risultato, non abbiamo osservato alcun effetto del rosiglitazone, sull’incidenza di infarto, sulla mortalità da tutte le cause o sulla mortalità cardiovascolare, rispetto ai farmaci di confronto. Si può quindi dire che l’insieme dei dati oggi disponibili esclude che rosiglitazone si associ ad un incremento complessivo del rischio di infarto o di morte cardiovascolare. Questo risultato è in contrasto con la meta-analisi pubblicata, meno di due anni fa, da Nissen e Wolski, che tante preoccupazioni aveva provocato nella comunità diabetologica”.

 

La ricerca italiana porta un importante tassello nel mosaico delle discussioni scientifiche sul trattamento del diabete di tipo 2, offrendo anche un elemento di serenità per medici e pazienti. E soprattutto conferma il ruolo chiave nel trattamento di questa patologia dei glitazoni, farmaci che si stanno ritagliando uno spazio sempre più ampio nel trattamento precoce del diabete per la loro azione protettiva per l’organismo. Come è noto, Il diabete di tipo 2 insorge sostanzialmente per la combinazione di 2 processi patologici: da un lato una resistenza dei tessuti all’azione dell’insulina, dall’altro un deficit di secrezione dell’ormone da parte delle cellule endocrine del pancreas. La resistenza all’azione dell’insulina è in parte legata a cause genetiche, ma in grande parte causata dall’accumulo di tessuto adiposo in quantità eccessive. Ogni persona con diabete di tipo 2, nelle diverse fasi di malattia, ha la necessità di avere il trattamento più indicato per il proprio singolo caso, che soppesi rischi e benefici della terapia. Ed è fondamentale che il medico possa seguire quanto viene indicato dalle Linee Guida, integrando queste indicazioni con la propria esperienza personale e la conoscenza del complesso quadro che ogni paziente diabetico presenta. Anche se la sfida non è certo semplice, soprattutto quando, superata la prima fase di trattamento con metformina unita a modificazione degli stili di vita, si provvede a trattare la patologia con associazioni farmacologiche diverse.“Il paziente deve essere sempre al centro di ogni nostro approccio – commenta Giorgio Grassi, Divisione di Endocrinologia, Dipartimento di Medicina Interna dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria San Giovanni Battista di Torino. Per quanto riguarda il razionale che guida la scelta della terapia del diabete tipo 2, ovvero la forma più diffusa e gravida di conseguenze a carico dell’apparato cardiovascolare, avere a disposizione più classi di farmaci, rapidamente comparse negli ultimi anni, è un elemento potenzialmente positivo”.


 

 






 
 
 
 

  



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