Genova Anno VI - n°37 - 19.02.2009 Pagine Nazionali

del 29/04/2009

 

No agli interventi “low cost”


No ai pacemaker e ai defibrillatori “di Stato”: le comprensibili esigenze di risparmio del Servizio Sanitario Nazionale non devono impedire l'accesso dei pazienti che ne hanno bisogno alle più recenti e innovative tecnologie, che spesso sono più costose al momento dell'impianto ma possono poi rivelarsi più convenienti perché maggiormente efficaci nel prevenire ricoveri e mortalità. Tantomeno il bisogno di contenere la spesa può indurre al ricorso, in futuro, ad apparecchi più economici ma di scarsa qualità e provenienza non garantita. “I pazienti sono diversi l'uno dall'altro per caratteristiche e patologie concomitanti: la scelta del dispositivo da impiegare non può prescindere dal tenerne conto. Esistono centinaia di modelli di defibrillatori e pacemaker, è perciò tecnicamente possibile trovare l'apparecchio giusto per ogni singolo caso” – spiega Michele Gulizia, presidente dell'Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione – “È un diritto del paziente ricevere lo strumento più adatto ed è dovere del medico indicare quale sia la risposta più corretta al fabbisogno clinico di ciascuno. A maggior ragione è impensabile esporre i cittadini al rischio di ricevere apparecchi poco sicuri per la sola necessità di risparmiare, come già è avvenuto in passato con il caso delle valvole brasiliane”.

Secondo le linee guida, in Italia i pazienti a rischio di aritmie mortali con indicazione all'impianto di dispositivi cardiaci sono circa 350.000 ogni anno, eppure nel 2008 sono stati solo 80.000 i pazienti impiantati. Di questi almeno il 50 per cento potrebbe trarre maggiori benefici da un apparecchio ad alta tecnologia; si stima che per impiantare un defibrillatore o un pacemaker di ultima generazione a 40.000 pazienti italiani sarebbe sufficiente un investimento di 287 milioni di euro all'anno, una cifra che corrisponde a meno dello 0.28 per cento del Fondo Sanitario Italiano del 2008. A fronte di questo esborso, tuttavia, vi sarebbe una riduzione di ricoveri, recidive, mortalità e costi accessori cui corrisponderebbe un risparmio stimato di almeno 120 milioni di euro, con cui si potrebbe intervenire su ulteriori pazienti che avrebbero l'indicazione all'impianto. Di questo si è discusso alla Tavola Rotonda “Crescita sostenibile in aritmologia: progetti e risorse” organizzata nell'ambito del Mediterranean Cardiology Meeting, che riunisce a Taormina dal 26 al 28 aprile i massimi esperti italiani e internazionali nel campo della cardiologia e dell'aritmologia. Alla Tavola Rotonda hanno partecipato Michele Gulizia, presidente dell'Associazione Italiana di Aritmologia e Cardiostimolazione, Ugo Ortelli, Vicepresidente di Assobiomedica, Giuseppe Ruocco, Direttore dell'Ufficio III Direzione Generale dei Farmaci e dei Dispositivi Medici del Ministero della Salute, Antonio Tomassini, Presidente della XII Commissione Permanente Igiene e Sanità del Senato della Repubblica e Giuseppe Limoli, deputato regionale e componente VI Commissione Sanità Regione Siciliana e Orazio D’Antoni deputato regionale e componente VI Commissione Sanità Regione Siciliana.

Le patologie aritmiche colpiscono circa 600.000 italiani e le alterazioni gravi del ritmo del cuore riguardano 250.000 persone, provocando la morte di circa 60.000 pazienti ogni anno. Tutti possono ottenere grandi benefici dagli strumenti in commercio, a patto che la scelta sia adeguata ai bisogni del singolo caso. “Dobbiamo ragionare con maggior intelligenza e soprattutto lungimiranza: un costo più elevato oggi può tradursi in un maggior risparmio in futuro” – chiarisce Gulizia “Se la scelta è oculata, infatti, garantisce una minor necessità di assistenza al paziente e soprattutto un minor numero di eventi cardiovascolari e quindi di ricoveri futuri, rendendo disponibili le risorse per altre richieste sanitarie della popolazione. Considerare i nuovi strumenti semplicemente più costosi e guardare soltanto al tetto di spesa rischia di far perdere di vista il loro valore aggiunto e ci costringe a impiegare apparecchi desueti, non in grado di offrire i maggiori vantaggi possibili ai pazienti. E ciò è ovviamente ingiusto e inopportuno”.

Per migliorare il trattamento dei pazienti con aritmie sono in arrivo anche nuove terapie mediche: la Food and Drug Administration statunitense, infatti, entro la fine del mese di aprile autorizzerà l'arrivo in commercio negli Stati Uniti del dronedarone, un nuovo principio attivo che si è dimostrato molto efficace nel ridurre la mortalità e gli eventi cardiovascolari nei pazienti con fibrillazione atriale. In questi pazienti, che hanno il battito cardiaco irregolare e accelerato, c'è un elevato rischio di morte improvvisa e di ictus. Per ridurre il pericolo il ritmo cardiaco deve essere riportato e mantenuto nella norma: oltre alla possibilità di intervenire chirurgicamente, ad esempio con tecniche di ablazione o impianto di pacemaker, è importante associare farmaci antiaritmici. “L’amiodarone, l’antiaritmico ad oggi più utilizzato, è abbastanza efficace ma è gravato da vari effetti collaterali: ad esempio interferisce spesso con il metabolismo della tiroide, rendendone impossibile l'impiego nei pazienti con problemi tiroidei; inoltre, possono provocare seri effetti collaterali polmonari ed epatici” – dice Gulizia“Dronedarone, che è già stato sperimentato su oltre 5000 pazienti, è invece molto efficace: riduce del 30 per cento la morte per eventi cardiovascolari e del 25 per cento i ricoveri. Per di più è tollerato molto meglio rispetto agli altri principi attivi: non contiene iodio ed è perciò privo di effetti collaterali a livello tiroideo, in più non è tossico su fegato e polmoni. Infine, resta attivo in circolo per uno, due giorni e non per 30-55 giorni come il suo predecessore, amiodarone: questo significa che in caso di eventi avversi in breve tempo l'organismo è “ripulito” dal farmaco e del tutto fuori pericolo. Dronedarone – prosegue Gulizia – è stato finora sperimentato su pazienti anziani e spesso compromessi: verosimilmente, quindi, in soggetti più giovani e in migliori condizioni sarà possibile ottenere risultati ancora più significativi”. Dronedarone dovrebbe arrivare anche in Europa entro la fine dell'anno, dopo aver ottenuto l'autorizzazione da parte dell'EMEA.

 

 






 
 
 
 

  



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