La
lombalgia è il mal di schiena che colpisce più frequentemente un
individuo nel corso della vita (il 40% oltre i 25 anni) ed è una delle
ragioni più comuni per cui i pazienti richiedono cure mediche: in ordine
di frequenza è la seconda causa di visite in ambiente di medicina
generale.
Anche atleti e sportivi in genere non sono esenti da dolori alla
schiena, spesso determinati proprio dal tipo di attività sportiva
svolta: la lombalgia rappresenta, infatti, più del 10-15% di tutte le
lesioni sportive che occorrono a livello agonistico. «Non esiste uno
sport che 'fa bene alla schiena' - spiega il Dott. Marco
Monticone, Primario dell’Unità Operativa Neuromotoria Specialistica,
dell’Istituto Scientifico di Lissone, dell’IRCCS Fondazione Maugeri. -
Se l'esercizio fisico aiuta ad avere una colonna vertebrale sana, è
anche vero che l’attività sportiva può addirittura aggravare il rischio
di lombalgia. In caso di dolore occorre sempre una valutazione medica
del problema e un conseguente intervento terapeutico mirato».
Negli atleti la lombalgia può essere determinata da più cause, come un
insufficiente riscaldamento generale e specifico, un’inadeguata
esecuzione degli esercizi di “defaticamento” al termine di ogni
allenamento, o uno scarso recupero tra un allenamento e l'altro. «Si
possono distinguere tre tipi di sovraccarico funzionale causa di dolori
lombari - continua il dottor Monticone -: il sovraccarico da
fatica, dove i continui movimenti di flesso-estensione e torsione sono
la causa di microtraumi ripetitivi che spesso vengono aggravati da
periodi di recupero non adeguati tra uno sforzo e l’altro; il
sovraccarico da carico supermassimale, che si verifica per esaurimento
della forza muscolare, quando, per sopportare il carico, si utilizzano
improvvisamente le strutture ossee, tendinee e capsulari del rachide,
che può andare, quindi, incontro a cedimenti strutturali; e infine
sovraccarico involontario, causato da un errore tecnico, una caduta o
collisione accidentale, o anche solo una cattiva forma fisica».
«Negli atleti l’indagine sulla frequenza del “mal di schiena” può essere
più difficoltosa che nel caso della popolazione generale, in quanto,
spesso tale sintomo viene sottovalutato - ribadisce il Dott.
Monticone - fino al momento in cui la situazione clinica non peggiora
al punto da impedire ogni gesto atletico. Lo sport ha effetti
contraddittori sul rachide lombare: da un lato rinforza le masse e
l’elasticità muscolare, con un effetto ammortizzante sulle strutture
discali, dall’altro i microtraumi ripetuti della pratica sportiva
possono risultare nocivi».
«Una corretta gestione terapeutica necessita un’attenta valutazione
dell’atleta e dei suoi obiettivi, da studiare anche insieme
all’allenatore - continua il Dott. Monticone -. Innanzitutto
vanno escluse instabilità spinali potenzialmente mielolesive: si
procede, quindi, con le indagini radiografiche, al fine di escludere
lesioni ossee e instabilità durante eventi acuti, ed eventualmente con
tomografia computerizzata e risonanza magnetica nucleare per meglio
delineare le cause potenziali del dolore lombare».
Sebbene la maggior parte delle lesioni presenti una storia naturale
favorevole, altre possono essere acute e condurre a un ritardo del
processo di guarigione: in questi casi si adotta un programma di
riabilitazione che si concentri sul controllo del dolore, sulla
riduzione delle rigidità articolari, sull’incremento dei deficit di
forza, sul recupero cardiovascolare e sul controllo del disagio
psico-sociale.
In tutti i casi si incoraggia un precoce ritorno all’attività, evitando
il riposo prolungato e iniziando, invece, quanto prima, un training
specifico per il recupero articolare dorso-lombare.
La lombalgia “sportiva”: le cause
Numerose sono le possibili cause del dolore lombare nello sportivo:
l’atleta non è adatto alle situazioni richieste
la biomeccanica del gesto sportivo risulta scorretta
il lavoro sul rachide comporta carichi, tensioni o resistenze che non
riflettono la sua fisiologia
sono presenti anomalie morfologiche del rachide, congenite o acquisite,
che ne alterano l’equilibrio meccanico e funzionale.
Lombalgia: gli sport più a rischio
Le lesioni al rachide rappresentano il 10-15% delle lesioni tipiche
della pratica sportiva a livello agonistico e le più gravi sono
riportate negli sport da contatto come calcio, rugby, hockey,
pallanuoto, pallavolo e pallacanestro, ma si registra un’alta frequenza
anche in altri sport: 85% nel canottaggio, 65% nello judo, 50% nel golf,
così come nella ginnastica e nel nuoto.
Calcio – la colonna vertebrale è messa a dura prova da scontri,
dribbling, colpi di testa, rimesse in gioco, acrobazie. Le lesioni
lombari sono quindi spesso associate a lesioni muscolari, rotture
anulari e artropatie delle articolazioni.
Ciclismo – Nella posizione di corsa il rachide è in ipercifosi
dorso-lombare, con aumento della pressione sui dischi intervertebrali.
Importante quindi l’assetto posturale, dato dalla regolazione di sellino
e manubrio.
Tennis – Dolori lombari sono causati da overuse e da iperestensioni
ripetute unite a movimenti rotazionali (nel gesto del servizio).
Nuoto – Anche per questo sport, generalmente consigliato a chi
soffre di lombalgia, l’eccessiva pratica accelera i fenomeni
degenerativi. Lo stress maggiore si riscontra nella fase di tuffo e nel
sovraccarico dato da estensioni e rotazioni del tronco.
Sci – La posizione flessa, forzata e prolungata, durante la
discesa può essere correlata a lombalgia, e può favorire la cascata
degenerativa della colonna.
Golf – I golfisti professionisti soffrono più di altri atleti di
algie vertebrali. Lesioni lombari sono dovute alle forze di compressione
e rotazione generate dallo swing.