Genova Anno VI - n°37 - 19.02.2009 Pagine Nazionali

del 22/04/2009

 

La Comunicazione non verbale ai pazienti


Il 93 per cento della comunicazione che si stabilisce fra medico e paziente è di tipo non verbale, in cui posture del volto e movimenti inconsci possono tradire le parole rivelando ciò che le parti pensano veramente. Capire la mimica facciale e i messaggi impliciti può aiutare a rafforzare il rapporto fra chi cura e chi è curato - specie se il paziente è un bambino e il tramite col pediatra è la sua mamma – e influenzare positivamente l’esito della terapia. Con questi due obiettivi in mente, pediatri esperti e specializzandi dell’IRCCS materno-infantile Burlo Garofolo di Trieste assieme a colleghi pediatri del FVG hanno acconsentito a essere ripresi – contemporaneamente ai genitori dei loro piccoli pazienti – durante alcuni incontri ambulatorali.
I filmati sono stati poi analizzati da un esperto in comunicazione interpersonale non verbale.


Si tratta del primo studio del genere realizzato in Italia, in cui sono state esaminate simultaneamente la mimica facciale del pediatra e del genitore. I risultati dell’indagine, successivamente presentati ai medici che hanno partecipato alla sperimentazione, hanno permesso ai pediatri di introdurre nella comunicazione non verbale specifici accorgimenti che si sono tradotti in un migliore risultato terapeutico. Il lavoro è stato pubblicato preliminarmente sulla rivista Medico e Bambino, ma la ricerca prosegue ora in tutto il Friuli Venezia Giulia, nell’ambito di una collaborazione tra Burlo e CeForMed (Centro Regionale di Formazione per l’Area delle Cure Primarie) di Monfalcone (Gorizia), con l’obiettivo di coinvolgere in una nuova analisi i medici di medicina generale e i loro pazienti adulti.
Gesti, espressione del volto, tono di voce sono alcuni dei momenti chiave del processo comunicativo non verbale, quello che tradisce realmente ciò che pensiamo a dispetto delle parole che usiamo per dirlo. Agendo su questi elementi è possibile migliorare la relazione interpersonale che si instaura fra medico (pediatra) e paziente (genitore di un bambino piccolo) portando il genitore a fidarsi maggiormente dello specialista, inducendolo ad aprirsi in fase di descrizione del problema, e portandolo a seguire più scrupolosamente le indicazioni terapeutiche.


“Per riuscire a quantificare il grado di fiducia reciproca e il livello di comunicazione tra medico e paziente – spiega Vanessa Greco, ricercatrice in medicina materno-infantile presso il Burlo Garofolo e realizzatrice dello studio - ci siamo serviti del sistema FACS (Facial Action Coding System) ideato da due ricercatori statunitensi, con il quale abbiamo effettuato 132 analisi su 22 incontri pediatra-genitore, ciascuno filmato con doppia telecamera (una puntata sul pediatra e una sul genitore). Il FACS decodifica le espressioni facciali associandole a emozioni specifiche.
Esistono sei “emozioni di base-universali” (felicità, sorpresa, tristezza, rabbia, paura, disgusto) condivise da tutte le culture e un vasto numero di “sotto-emozioni” che invece sono specifiche di ogni contesto socio-culturale. Tutte vengono registrate con cambiamenti dei muscoli della fronte, delle sopracciglia, delle palpebre, delle guance, del naso, delle labbra e del mento. Non c’è possibilità di fingere: ciò che appare sul volto dei soggetti ne rispecchia il pensiero e il vero stato d’animo”.

 

I risultati sono stati istruttivi. Dai filmati è emerso che, pur mantenendo un atteggiamento in positivo e orientato al paziente, ci sono differenze significative tra pediatri di sesso maschile e femminile, e tra medici con anzianità di servizio o più giovani. Le pediatre sono più inclini al sorriso mentre i pediatri, specie se giovani, tendono a esprimere perplessità, scetticismo o sorpresa. Tutte modalità di comunicazione che, agli occhi del genitore, spesso risultano fonte di inquietudine. Anche da parte dei genitori sono venute informazioni interessanti: la partecipazione emotiva è stata evidente e tra le reazioni immediate durante il colloquio con il medico sono stati registrati sorrisi, ansia e sorpresa. Nella maggior parte dei casi, e questo è uno dei dati confortanti, il genitore si congedava dal medico con un sorriso sincero.


“Nel percorso di comunicazione fra medico e paziente – precisa Alessandro Ventura, Direttore della Clinica Pediatrica e del Dipartimento di Scienza della Riproduzione e dello Sviluppo al Burlo – possono esserci atteggiamenti da seguire e altri da evitare. Ma l’obiettivo resta sempre uno: riuscire ad avvicinarsi più possibile alle esigenze del paziente. In seguito a questa indagine abbiamo capito che alcuni atteggiamenti, per quanto involontari, andrebbero evitati: per esempio, tenere le braccia incrociate sul petto, guardare il paziente con poca empatia o, viceversa, fissarlo con troppa insistenza comunicano, da parte del medico, poca apertura e disponibilità. Tutti i professionisti che hanno partecipato allo studio hanno apprezzato i suggerimenti emersi dall’analisi dei filmati e dalla discussione che ne è derivata, e i diversi suggerimenti vengono ora trasferiti nella pratica quotidiana con reciproca soddisfazione nostra e dell’utenza. Studi come questo andrebbero incoraggiati e inseriti nei programmi di educazione permanente in ambito sanitario, per migliorare in tutto il Paese la performance dei pediatri/medici e il loro rapporto con i pazienti”.

 

 






 
 
 
 

  



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