Genova Anno VI - n°37 - 19.02.2009 Pagine Nazionali

del 22/04/2009

 

Leishmaniosi, una malattia da prendere per il collo


Stefania Bortolotti - redazione@clicmedicina.it

Un metodo tra i più efficaci per controllare la diffusione della leishmaniosi canina è applicare al cane un collare a base di deltametrina, una sostanza che si distribuisce sulla cute dell’animale e impedisce la puntura del flebotomo (o pappatacio), il pericoloso insetto in grado di trasmettere l’agente responsabile della leishmaniosi.

 

Con l’arrivo della primavera e della stagione calda, torna a l’allarme leishmaniosi, una grave malattia parassitaria causata da un protozoo (Leishmania infantum) che può essere trasmesso al cane, principale “serbatoio” della malattia, e talvolta anche all’uomo tramite la puntura del pappatacio. E torna a imporsi il collare per proteggere il cane dal pericoloso insetto.

 

Le ragioni di allarme sono di due ordini. Da un lato, le indagini scientifiche più recenti – tra cui la LeishMap, il network scientifico per il monitoraggio e la mappatura della leishmaniosi canina nel Nord Italia – segnalano che i numeri della malattia nel cane sono in costante e rapido aumento. E non solo nelle regioni centro meridionali e insulari a clima mediterraneo, dove la prevalenza della sieropositività tocca punte che vanno dal 40 (area napoletana) al 60 per cento (area catanese), ma anche nelle regioni pre-appenniniche e addirittura in quelle prealpine a clima continentale delle regioni del Nord Italia, tradizionalmente indenni. Il fenomeno desta preoccupazione non solo per la necessità di proteggere i cani dalla malattia, ma anche per garantire un’adeguata protezione sul fronte umano. Molti sforzi per il controllo della leishmaniosi sono focalizzati sul cane perché la prevenzione della puntura dell’insetto vettore è l’unica misura di profilassi per proteggere i cani dalla leishmaniosi e ridurre il rischio di infezione nell’uomo. Il pappatacio infetto può infatti inoculare la leishmania all’uomo, che in particolari condizioni – specie se immunodepresso – può ammalarsi.

 

«A causa del comportamento dei pappataci (che non pungono solo l’uomo), delle loro piccole dimensioni e del loro volo silenzioso (sono detti pappa-taci proprio perché “pappano in silenzio”), di solito l’uomo non si accorge della loro presenza» ricorda Michele Maroli, dirigente di ricerca presso il Dipartimento di Malattie infettive, parassitarie e immunomediate (MIPI) all’Istituto Superiore di Sanità (ISS). Se la malattia nel cane è di estrema gravità, anche l’uomo deve affrontare per guarire un percorso diagnostico e terapeutico lungo e complesso. «Oltre tutto, grazie allo sviluppo di tecniche diagnostiche molecolari, negli ultimi anni è stato dimostrato che le forme cliniche di leishmaniosi rappresentano solo la “punta dell’iceberg”, perché nella maggior parte degli individui venuti a contatto con il parassita l’infezione è del tutto asintomatica» aggiunge Luigi Gradoni, dirigente di ricerca presso il MIPI all’ISS.

 

Le misure per il controllo della leishmaniosi sono la protezione dal contatto con il patogeno responsabile dell’infezione e la vaccinazione. A tutt'oggi, però, non esiste ancora un vaccino anti-leishmania per uso umano o canino di comprovata efficacia, pertanto l’unico strumento disponibile rimane la prevenzione del contatto con il flebotomo. L’uovo di Colombo per bloccare questa spirale perversa è quindi la prevenzione, che si può realizzare bloccando la circolazione della leishmania nel triangolo pappatacio-cane-uomo. E dal punto di vista epidemiologico, il collare a base di deltametrina – con un’efficacia che dura cinque mesi – è utile in ogni caso: se il cane è sano, il presidio impedisce a un eventuale pappatacio infetto di contagiarlo, mentre al contrario (cane infetto e pappatacio sano), evita che un insetto “non infetto” diventi vettore del parassita. In entrambi i casi, il vantaggio si estende all’uomo. Secondo Marco Melosi, medico veterinario libero professionista e vicepresidente nazionale dell’Associazione nazionale medici veterinari italiani (ANMVI) con delega al settore Animali da compagnia, «è fortemente consigliato l’utilizzo di strumenti che attuino una strategia no-feeding (capaci di impedire il "pasto di sangue" del vettore) di provata efficacia. L’uso di questi presidi è indicato pure per evitare un’ulteriore espansione della patologia anche in zone oggi indenni, ma che in un prossimo futuro potrebbero non esserlo più”.
 

 

 






 
 
 
 

  



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