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Elvira Naselli |
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Si usa ormai da quasi
dieci anni in tutta Europa, dal 2000 anche negli Stati Uniti. Eppure in
Italia la RU 486, la pillola che consente di interrompere una gravidanza
in fase precoce, non riesce ancora ad arrivare e i medici che la usano
continuano a far ricorso - quando hanno una struttura ospedaliera ben
organizzata alle spalle - allo strumento dell'importazione ad personam
del farmaco dalla vicina Francia. Con tanto di spese di corriere, di
fax, permessi e quant'altro. La richiesta per il mutuo riconoscimeno del
farmaco da parte dell'azienda che produce RU 486, la francese Exelgyn, è
ferma da molto tempo all'AIFA, l'Agenzia Italiana del Farmaco.
Il problema del prezzo
Gli ostacoli sono stati parecchi, a cominciare dall'arbitrato chiesto
dall'Ungheria, che ha imposto una rivalutazione del farmaco, cosa che ha
allungato i tempi della messa in commercio anche da noi. Adesso il punto
pare sia soltanto di carattere economico. La Exelgyn, che preferisce non
commentare e intervenire soltanto in caso di ostacoli, pare non sia
soddisfatta del prezzo di rimborso proposto dal nostro paese.
Quello del rimborso dovrebbe essere in ogni caso il passaggio finale:
una volta concordato il prezzo, la richiesta dovrebbe passare al
consiglio di amministrazione dell'AIFA (e ne è stato convocato uno per
fine aprile) che, a quel punto, dovrebbe autorizzare l'entrata della
pillola nel mercato italiano. Cosa che non vuol dire, però, che si potrà
comprare in farmacia, perché la RU 486 sarà comunque in faschia H,
quella di somministrazione ospedaliera.
Non sarà, insomma, un aborto-fai-da-te, come pretestuosamente obiettano
alcuni, perché verrà utilizzata soltanto in ospedale e con i protocolli
che già adesso vengono applicati. E non sarà "più facile" abortire,
anche perché, molto spesso, le donne che chiedono di interrompere una
gravidanza lo fanno quando è già troppo tardi - in termini di settimane
- per poter ricorrere al farmaco.
La procedura di richiesta
La RU486, infatti, è tanto più efficace quanto più precocemente viene
utilizzata. "Il periodo di applicazione è entro le 7 settimane",
spiega Emilio Arisi, direttore della Unità operativa di
Ginecologia e Ostetricia dell'ospedale Santa Chiara di Trento, "anche
se in Scozia e in Svezia la usano anche entro le nove. Più l'utilizzo è
precoce, più il farmaco funziona ed è rispettoso della salute delle
donne". Per quanto riguarda i costi, "sono certamente più elevati
adesso, con la procedura della richiesta specifica per singola paziente.
In pratica", continua Arisi, "oggi la procedura è questa: quando
una donna mi chiede di poter utilizzare la pillola abortiva, e ci sono
le condizioni perché possa farlo, faccio una richiesta al farmacista
dell'ospedale, che invia una richiesta di autorizzazione all'ufficio
decentrato del ministero della Salute che si occupa dell'importazione di
farmaci dall'estero. Nel giro di qualche giorno il permesso arriva, mai
accaduto che sia stato negato, e l'ospedale si attiva direttamente con
la Exelgyn. La richiesta è nominale, per singola paziente, e contiene i
dati del medico che la richiede. A quel punto, con un corriere, il
farmaco viene spedito in Italia. Tutta la procedura dura circa 7-8
giorni, e ovviamente ha dei costi aggiuntivi, che sono quelli del
corriere, ma anche di tutta l'organizzazione che si attiva".
Una scelta difficile
Il punto è che in molti ospedali questa organizzazione non c'è, la
procedura si blocca e la RU486 non si riesce ad ordinare. In questo modo
le donne non hanno alcuna possibilità di scelta, se non l'intervento
chirurgico o, in alcune regioni, gli studi medici dove si praticano gli
aborti clandestini. Considerato che nel nostro paese esiste una legge
che consente, a certe condizioni, di interrompere una gravidanza
legalmente, il discorso da fare "è solo di sanità pubblica",
ragiona Emilio Arisi, che è anche membro della SIGO, la Società
Italiana di Ginecologia e Ostetricia, "ovvero un ragionamento di
costo e beneficio per il sistema. L'aborto medico è meno invasivo e, a
seconda dell'epoca gestazionale, efficace tra il 95 e il 98 per cento
dei casi. Solo nel 2-5 % occorre un intervento chirurgico di
completamento. Insomma, il gioco vale certamente la candela".
Il ruolo dell'ospedale
Alcuni obiettano che, in questo percorso, le donne restano sole. "Non
scherziamo", conclude Arisi, "posso testimoniare
personalmente che nel mio ospedale medici e infermieri sono accanto alle
donne durante il periodo di day hospital, in genere un intero giorno
quando somministriamo la RU486 e un altro quando somministriamo la
prostaglandina. Non lasciamo solo nessuno".