“Abbiamo
decodificato nel genoma umano i geni correlati alla
ereditarietà/predisposizione all’infarto miocardico, in particolare
quando precoce ‘giovanile’, nonché alle ricadute/‘secondo infarto’:
quindi ora sappiamo quando e quanto mettere in guardia chi ne sia
portatore, e opportunamente regolarne e attuarne la necessaria
prevenzione”: con queste parole il professor Diego Ardissino,
Direttore della Cardiologia a Parma e propulsore della ricerca e dei
suoi risultati, annuncia la scoperta appena comunicata in forma
ufficiale al Congresso ‘mondiale’ dell’American College of Cardiology,[28-31/3
Orlando FLO] nella prestigiosa sessione “Most Innovative Findings in
Cardiovascular Relevant Practical Applications”, dedicata appunto alle
“scoperte più innovative per la pratica cardiovascolare”.
“Col nostro Italian Genetic Study of Early-onset Myocardial
Infarction/’studio genetico italiano sull’infarto miocardico precoce’
– dichiara Ardissino – abbiamo determinato l’importanza che
varianti genetiche nella regione cromosomiale 9p21.3 [il polimorfismo
del singolo nucleotide rs1333040] hanno nell’influire sull’incidenza di
eventi cardiovascolari avversi, e del progredire di aterosclerosi
coronarica, nelle persone colpite da un primo infarto cardiaco precoce
(già a meno di 45 anni).
“Lo studio appena presentato all’American Cardiology, accolto perché
ovviamente già analizzato e accettato dalla Comunità scientifica
internazionale ai suoi massimi livelli, è frutto esclusivamente di
lavoro italiano: la popolazione dei pazienti, le analisi, la loro
elaborazione, tutto è stato impegno nostro. Il consorzio internazionale
ha bensì generato delle informazioni, ovviamente quantitativamente e
qualitativamente importanti, ma che potremmo definire ‘nude’ cioè, così
com’erano, inapplicabili: solo quando sono state riprese da noi, unici
ad avere la forza di farlo sulla base della nostra esperienza (che
infatti era servita di base perché venissero generate) si sono
finalmente rivestite del risvolto pratico per la gente”.
L’ereditarietà delle malattie cardiovascolari, pur chiaramente
constatabile, era tuttavia come un “buco nero” astronomico: si capiva
che senza dubbio ci fosse qualcosa di validamente grosso, tuttavia non
soddisfacentemente scientificamente ‘afferrabile’.
“Con questo nostro primo Cavallo di Troia che porta la Genetica
direttamente fin dentro al core della Medicina Cardiologica – tiene
a ben precisare Ardissino - abbiamo concretamente messo in luce che
l’appartenenza di una persona al genotipo rs1333040 accresce
significativamente il pericolo di incorrere in una ‘scelta’, dal meglio
al peggio, di: necessità d’interventi per la rivascolarizzazione delle
arterie coronariche, infarto/reinfarto miocardico, morte
cardiovascolare.”
“Per chi nasce ereditando giusto un singolo gene della serie 9p21.3
– avverte Ardissino – si può stimare un aumento di rischio del 19 per
cento, mentre chi l’eredita da entrambe le proprie linee genetiche,
paterna e materna, il rischio si accresce fin al 41 per cento.
“Se si hanno consistenti precedenti familiari, o personali, per queste
specifiche patologie – prosegue Ardissino - il sospetto può
adesso venir correttamente accertato e chiarito con quindi adesso
disponibili raffinate analisi del sangue: eventualmente già alla
nascita”.
O, ad esempio, un esame da consigliarsi di routine a giovani e
giovanissimi che vogliano intraprendere un’attività agonistica, i cui
sforzi potrebbero al caso risultare altamente sconsigliabili.
Si pensi infatti a quelle morti cardiache improvvise in campo di atleti
risultati invece sanissimi a tutti gli altri controlli: come pure a chi
‘incorre’ in un infarto pochi giorni dopo un check-up del tutto
tranquillizzante, o nell’ambito d’una vita controllatissima...
“Ecco perché possiamo ribadire che ora sappiamo quando e quanto
mettere in guardia chi sia portatore di questa variante genetica 9p21.3
rs1333040, e opportunamente regolarne e attuarne precocemente la
necessaria prevenzione”.
Prevenzione e terapia personalizzate
“Quest’identificazione ora dei marcatori genomici vistosamente
associati ai rischi di infarto miocardico – annota compiaciuto
Ardissino - segna l’inizio di una nuova era, in grado di
rivoluzionare la pratica clinica. Infatti determina la conseguente
focalizzazione di nuovi bersagli terapeutici, ovvero l’identificazione
di nuove terapie.
“L’integrazione dei fattori di rischio ambientali con l’aggiunta adesso
delle varianti genetiche aumenta basilarmente la nostra capacità di
predire e prevenire l’infarto miocardico, rispetto all’uso dei soli
fattori di rischio fin qui tradizionali. In quanto la migliore
stratificazione del rischio su base individuale permette l’attuazione di
una più efficace strategia di prevenzione, primaria e secondaria.
“In conclusione, la conoscenza delle basi genetiche correlate
all’infarto miocardico – ribadisce Ardissino - concretizza per la
Cardiologia l’ambizioso obiettivo della medicina personalizzata, vale a
dire la medicina modulata sulle specifiche caratteristiche biologiche
del singolo individuo”.
Come ci siamo arrivati
L’infarto miocardico è una patologia multifattoriale che comunque
sapevamo derivare dall’interazione fra molteplici fattori di rischio
genetici ed ambientali. Il ruolo della predisposizione genetica si
evinceva chiaramente dagli studi epidemiologici. La ‘familiarità’ per
cardiopatia ischemica costituisce infatti di per sé un fattore di
rischio per l’infarto miocardico e, come si deduce dagli studi condotti
sui gemelli identici e non (mono o dizigoti) tale associazione non può
essere giustificata dalla sola esposizione agli stessi fattori di
rischio ambientali. Nell’ultimo decennio sono stati effettuati numerosi
tentativi, mediante studi di geni apparentemente ‘candidati’per
identificare varianti genetiche associate al rischio di infarto
miocardico. Tuttavia, i risultati erano stati finora poco incoraggianti:
le varianti genetiche proposte che si sono dimostrate effettivamente
correlate allo sviluppo della malattia spiegavano solo una minima parte
(meno dell’1 per cento) dei casi.
Solo molto recentemente, una nuova metodica di analisi genomica, la
genome-wide association study-GWA ha permesso di identificare le prime
chiare e riproducibili evidenze relative alla base genetica dell’infarto
miocardico.
Tale metodica, partendo dalla mappatura del genoma umano ed in
particolare dalla mappa che individua le varianti genetiche - single
nucleotide polymorphism-SNP-‘polimorfismo dei singoli nucleotidi - più
frequentemente e stabilmente presenti nel genoma, utilizzando chip che
permettono di analizzare sino ad 1.000.000 di nucleotidi-SNP per ogni
persona, è in grado di individuare piccole regioni del DNA che
massimamente si differenzino tra i sani ed i malati. L’approccio
genome-wide è rivoluzionario in quanto permette l’identificazione di
comuni varianti genetiche associate ad una determinata patologia:
indipendentemente da ogni precedente ipotesi patogenetica. Tuttavia,
questi singoli nucleotidiSNP, pur massimamente diversi tra sani e malati
non necessariamente costituiscono essi stessi le sequenze genetiche che
causano la malattia, ma, piuttosto, sono sequenze nucleotidiche ubicate
in vicinanza o all’interno della regione genetica che determina la
malattia.
Questo appena scorso 8 Febbraio, la rivista scientifica internazionale
Nature Genetics, ha pubblicato i risultati del Myocardial Infarction
Genetics-MIGEN Consortium, il più grande studio condotto finora sui
fattori genetici che predispongono all’infarto miocardico.
Si tratta di uno studio di associazione caso-controllo effettuato
mediante la metodica genome-wide ed articolato in 4 fasi: nella prima è
stata testata l’associazione tra comuni varianti genetiche,
frequentemente rappresentate nella popolazione, e lo sviluppo di infarto
giovanile in 2967 casi e 3075 controlli ad essi appaiati, mentre nelle
tre fasi successive, gli SNPs identificati nella prima sono stati
testati in popolazioni indipendenti, per un totale di 19.492 individui,
al fine di eliminare i risultati falsi positivi e selezionare le
varianti effettivamente associate allo sviluppo di infarto giovanile.
Fondamentale è stato il ruolo dei ricercatori italiani del gruppo
Ateroscerosi, Trombosi e Biologia Vascolare-ATVB, coordinato giusto dal
prof. Diego Ardissino dell’A.O.-Universitaria di Parma, dalla dott.ssa
Piera Angelica Merlini dell’Ospedale Niguarda Cà Granda di Milano, dal
dott. Pier Mannuccio Mannucci e dalla dott.ssa Flora Peyvandi della
Fondazione Ospedale Maggiore di Milano.
Lo studio concludente presentato ora a livello mondiale
“I risultati pratici, l’applicabilità concreta, arriva ora con questo
nostro concludente studio – riprende Ardissino - accolto fra le
maggiori novità di questo American Cardiology.
“Abbiamo dunque, nell’ambito del Progetto Italiano per la genetica
dell’Infarto precoce, dal 1998 al 2008, studiato 1508 pazienti al di
sotto dei 45 anni, ospedalizzati per infarto miocardico in 123 Unità
Coronariche italiane. Questi pazienti sono stati da noi consecutivamente
seguiti per rilevarne gli eventi cardiovascolari avversi e la
progressione angiocrafica dell’ateroslerosi coronarica.
“Nel corso di tutti questi anni di attento follow up, abbiamo osservato
in questi pazienti ben 683 eventi cardiovascolari avversi: 77 decessi di
origine cardiovascolare, 223 reinfarti e 383 interventi di
rivascolarizzazioni coronariche.
Le parallele rilevazioni genetiche su questi pazienti colpiti da infarto
miocardico in giovane età [prima dei 45 anni] hanno evidenziato che
nella regione cromosomica 9p21.3 il polimorfismo del singolo nucleotide
rs1333040 influisce attivamente sulla progressione dell’aterosclerosi
coronarica, e sulla probabilità di dover col tempo necessariamente
subire interventi di rivascolarizzazione coronarica”.