Curare le forme gravi e
farmaco-resistenti di depressione con una stimolazione alimentata da una
pila: è quanto emerge da uno studio condotto dal Centro Clinico per la
Neurostimolazione della Fondazione Ospedale Maggiore Policlinico
Mangiagalli e Regina Elena diretto dal professor Alberto Priori
dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con l’equipe
medica della Clinica Villa Santa Chiara di Verona, coordinata dal
dottor Marco Bortolomasi, pubblicato sulla prestigiosa rivista
scientifica internazionale Journal of Affective Disorders.
Si tratta di una metodica, descritta nel 1998 dallo stesso Priori, poi
diffusasi in tutto il mondo, di modulazione non invasiva dell’attività
cerebrale denominata “Stimolazione transcranica con correnti dirette” o
“transcranial Direct Current Stimulation (tDCS)”. La tDCS (che nulla ha
a che vedere con l’elettroshock) consiste nell’applicazione di due
elettrodi sulla cute del cranio che vengono poi connessi ad un
dispositivo simile ad una pila che rilascia una corrente continua di
bassa intensità (1-2 mA) per alcuni minuti. Tale protocollo determina
modificazioni funzionali cerebrali senza che il soggetto percepisca
alcuna sensazione e che persistono anche per ore dopo che la corrente è
stata interrotta. Potrebbe essere utilizzata in quei pazienti - circa il
30% dei 5 milioni di italiani colpiti dalla depressione - affetti da
forme molto gravi della malattia, che non rispondono ai farmaci
antidepressivi e rappresentano una popolazione di difficile gestione,
con elevato rischio suicidario ed elevati costi sociali. “Questa
metodica, seppur ancora sperimentale, vista la sua semplicità ed
efficacia potrebbe essere utilizzata nel prossimo futuro come terapia
coadiuvante nella depressione grave in ambiente ospedaliero o
ambulatoriale” - spiega la dottoressa Roberta Ferrucci del
Centro per la Neurostimolazione della Fondazione. L’impiego di tale
metodica potrebbe avere anche delle ricadute pratiche. “Consentendo
una riduzione del tempo di ricovero - aggiunge lo psichiatra
Bortolomasi - tale metodica permetterebbe anche un notevole
abbattimento delle spese per il Sistema Sanitario Nazionale”.
Lo studio ha valutato l’effetto della tDCS in pazienti con depressione
maggiore grave e resistente ai farmaci antidepressivi. 15 pazienti sono
stati sottoposti a tDCS due volte al giorno per cinque giorni
consecutivi riportando tutti un marcato miglioramento già dopo cinque
giorni e che si manteneva per diverse settimane. Seppure lo studio sia
ancora preliminare e su un piccolo numero di individui, i risultati
indicherebbero una nuova possibilità per il trattamento della
depressione grave farmacoresistente.
"Le forme depressive farmaco-resistenti, pur essendo una minoranza,
costituiscono un rilevante problema per il sistema sanitario nazionale
- spiega il professor Carlo Altamura, Direttore U.O.
Psichiatria della Fondazione e ordinario all’Università degli Studi di
Milano - Sono quei casi in cui si sono registrati almeno tre
tentativi consecutivi falliti di trattamento con farmaci differenti. La
loro gestione clinica è spesso complessa e necessita di essere
affrontata in ambiente ospedaliero da equipe specializzate.
Ritengo che quando gli effetti della tDCS nella malattia depressiva
grave saranno confermati in un’ampia casistica di pazienti, la metodica
possa rappresentare un grande progresso nella gestione di tali malati,
molto sofferenti e, spesso, ad elevato rischio suicidario”.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono 121 milioni le
persone affette da depressione. In Italia si stimano 5 milioni di
cittadini colpiti, con una spesa sanitaria di 15 miliardi di euro
l’anno. Seppure la terapia farmacologica sia efficace in molti casi,
circa il 30% dei pazienti sviluppa forme molto gravi che non rispondono
ai farmaci. Per tali pazienti gravi sono disponibili trattamenti
invasivi e traumatici, spesso poco accettati dal paziente stesso.