Aumentano
le speranze di cura per il tumore nelle donne. Lo dicono i risultati
della ricerca BIG 1–98, presentati durante il St. Gallen Oncology
Conferences che si è tenuto in questi giorni a St. Gallen, in Svizzera.
Condotta su oltre 8 mila donne (fra cui 1000 italiane) seguite dagli
specialisti per dieci anni, la ricerca BIG 1–98 (tra gli argomenti
maggiormente discussi dai ricercatori di tutto il mondo presenti a St.
Gallen), coordinata dall’International Breast Cancer Study Group (IBCSG),
apre importanti prospettive per la lotta contro il cancro della
mammella.
Il tumore della mammella colpisce circa 40 mila donne ogni anno in
Italia. Sono più di 20 mila quelle che si ammalano dopo la menopausa e
presentano recettori ormonali positivi. “Il 70% circa dei tumori
della mammella si presentano dopo la menopausa e nell’80% dei casi si
tratta di tumori ‘ormono-dipendenti’, che hanno cioè cellule che si
sviluppano e si riproducono sulla spinta degli ormoni estrogeni prodotti
dal corpo femminile”. Così spiega il prof. Paolo Pronzato,
Direttore Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sul
Cancro di Genova.
“Lo studio BIG 1-98 dimostra chiaramente che il trattamento adiuvante
(cioè somministrato dopo l’intervento chirurgico di asportazione della
lesione) con Letrozolo consente di ridurre del 13% il rischio di morte,
rispetto a quanto si osserva con Tamoxifene, la terapia fino ad ora
considerata ottimale per queste situazioni ma che, con gli anni, può
perdere efficacia. Si tratta di un farmaco che riesce a bloccare
specificamente e a lungo l’attività degli ormoni estrogeni, veri e
propri ‘propellenti’ negativi per le cellule tumorali che presentano
sulla loro superficie i recettori per questi ormoni. Inoltre –
continua il professore -, questo trattamento permette di limitare il
pericolo che insorgano metastasi a distanza e recidive di malattia e il
vantaggio si accentua ulteriormente con una riduzione del rischio di
morte del 19%, escludendo le pazienti che sono passate dalla terapia con
Tamoxifene a quella con Letrozolo”.
“Quindi abbiamo oggi a disposizione qualcosa in più – precisa il
prof. Pronzato - in termini di sopravvivenza e di protezione
da recidive e metastasi a distanza, rispetto ad un farmaco come
Tamoxifene che in 20 anni ha già consentito di salvare milioni di vite
nel mondo. Oltre a influire positivamente sulla mortalità, questo nuovo
trattamento è in grado di limitare il rischio di metastasi a distanza
del 15% e di ridurre il rischio globale di recidive della malattia del
12%, consentendo di bloccare specificamente la produzione periferica di
ormoni estrogeni e quindi determinando un effetto molto ampio che si
mantiene nel tempo. Pur essendo diversi, comunque – conclude
Pronzato -, i due farmaci presentano entrambi un profilo di
tollerabilità accettabile”.