Genova Anno VI - n°37 - 19.02.2009 Pagine Nazionali

del 05/03/2009

 

Curare con il calore: l'ipertermia oncologica


Elisabetta Pontiggia - redazione@clicmedicina.it 

Le usuali terapia antineoplastiche (chemioterapia, radioterapia) trovano una loro limitazione nella comparsa, a dosi terapeutiche, di effetti collaterali che si moltiplicano con l’incrementare della dose e nella comparsa, o meglio nella selezione, di cloni cellulari chemio e radioresistenti. Inoltre lo sviluppo di una massa tumorale comporta la neoformazione di capillari ectasici e a decorso tortuoso che finiscono per configurare una circolazione tumorale spesso ricca ma sempre estremamente lenta e ad elevata resistenza. Ne consegue che spesso i farmaci chemioterapici, sia somministrati per via endovenosa sia assorbiti per via intestinale, giungono alla cellula tumorale in concentrazioni, quindi in quantità, inferiori alla concentrazione che raggiungono nei tessuti sani, con un gradiente sfavorevole sia per gli effetti collaterali che per i risultati terapeutici. L’utilizzo esclusivo della chemioterapia comporta dunque una elevata tossicità, un risultato spesso insoddisfacente e, in molti casi, induce a livello del tumore una resistenza delle cellule tumorali ai farmaci con incremento della tendenza alla disseminazione della malattia (comparsa di metastasi).


L' ipertermia è una metodica terapeutica che utilizza diverse tecnologie per ottenere un innalzamento artificiale delle temperatura a livello di determinati organi e tessuti o, in alcuni casi, dell'intero organismo. L'ipertermia come metodo per la cura dei tumori ha una storia molto lunga: tentativi di trarre vantaggio dal punto di vista clinico dagli effetti antitumorali della febbre sono stati inizialmente fatti utilizzando sostanze ad azione pirogena, in grado cioè di provocare reazioni febbrili, nei paziente neoplastici. Negli anni '70 il Prof. Harry Le Veen ha poi approfondito i meccanismi fisiologici innescati dal trattamento con il calore, mettendo tra l'altro a punto i primi macchinari a radiofrequenza per il trattamento loco-regionale di profondità. Successivi studi clinici hanno definitivamente confermato l'efficacia dell' ipertermia nel determinare regressione tumorale, da sola o in associazione ai trattamenti convenzionali (radioterapia e chemioterapia).
La risposta delle cellule tumorali al calore è legata sia a fattori cellulari che alle caratteristiche dell'ospite. Quando le cellule neoplastiche sono sottoposte a temperature elevate (43-44 °C) esse subiscono un danno irreversibile, in maniera tempo e dose dipendente, legato ad una riduzione dell'efficacia dei sistemi riparativi normalmente presenti a livello cellulare. A 43-44°C la maggior parte delle cellule tumorali tende a morire, mentre la maggior parte delle cellule sane tende a sopravvivere: questa è la base fisiologica dell'efficacia terapeutica dell'ipertermia. La maggior sensibilità della cellula tumorale al calore dipende in parte dalle proprie caratteristiche genetiche e in parte dal microambiente in cui la cellula tumorale viene a trovarsi.
La neo-vascolarizzazione, cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni man mano che il tumore si accresce, è infatti insufficiente e ciò determina a livello cellulare una combinazione di basso pH, scarsa presenza di ossigeno, carenza di zuccheri e di altri elementi nutritivi. La cellula maligna che cresce a distanza dai capillari non viene perciò raggiunta dai farmaci chemioterapici somministrati per via sistemica (che tendono invece ad accumularsi preferenzialmente nei tessuti sani ben vascolarizzati), è relativamente resistente alle radiazioni ionizzanti utilizzate in radioterapia (che necessitano per agire di un ambiente ben ossigenato) ma è estremamente sensibile al danno termico. Mentre il tessuto sano può disperdere calore perché i suoi vasi, in conseguenza dell’effetto termico si dilatano aumentando il flusso ematico per mantenere l’omeostasi termica, la stessa cosa non avviene nel tessuto tumorale, irrorato da capillari anomali e privi dei sistemi di regolazione. Ne deriva che a parità di energia termica somministrata il tessuto tumorale raggiunge temperature maggiori rispetto la tessuto sano. L’utilizzo dell’ipertermia ha lo scopo di aumentare l’efficacia dei farmaci a livello locale e di ottenere a livello del microcircolo quelle alterazioni a carico dei vasi che diminuendo l’apporto vascolare peggiorano le condizioni metaboliche del tumore con una sofferenza ischemica e nutrizionale soprattutto a livello del nucleo centrale, ipossico del tumore, ciò della regione scarsamente sensibile, per ragioni vascolari e emodinamiche, all’azione della chemio e della radioterapia.L’effetto del calore sulle cellule maligne, in vitro, è minimo finchè non vengono raggiunte temperature di circa 43°C. L’effetto letale non viene raggiunto da una specifica temperatura ma piuttosto da un determianto quantum di calore per produrre l’inattivazione cellulare. Lo studio delle reazioni chimiche e dell’inattivazione cellulare dimostra che vi sono due diverse vie indipendenti che conducono alla morte termica: una è conseguente all’aumentate velocità delle reazioni chimiche l’altra ha a che fare con la denaturazione proteica che impedisce i processi cellulari connessi al metabolismo del DNA e alla sintesi proteica intracellulare. Questa situazione amplifica la risposta delle cellule tumorali all’ipertermia inibendo la riparazione del danno termico e interferendo con lo sviluppo della tolleranza termica che protegge invece il tessuto sano).L'ipertermia attiva, soprattutto nelle cellule tumorali geni che a loro volta codificano per proteine, note con il nome di caspasi, in grado di attivare il meccanismo del suicidio cellulare. In altri termini il calore induce il fenomeno di morte cellulare noto come apoptosi (parola greca che indica la caduta delle foglie in autunno). E ' stato ampiamente dimostrato, dapprima su linee cellulari tumorali coltivate in vitro e successivamente nell'animale e nell'uomo, come l'uso dell’ipertermia provochi l'induzione di apoptosi in un elevato numero di tali cellule. Tale fenomeno è incrementato dalla contemporanea somministrazione di alcuni farmaci chemioterapici (ad esempio ciclofosfamide, bleomicina, cisplatino, ecc.) che possono pertanto essere vantaggiosamente associati con un incremento dell'efficacia del meccanismo di distruzione delle cellule tumorali.

Dal punto di vista tecnico il riscaldamento dei tessuti può essere ottenuto con diverse metodiche. Nella pratica clinica vengono oggi principalmente utilizzate:

• apparecchiature a radiofrequenze (13.56 MHz) in grado di ottenere un riscaldamento ottimale dei tessuti profondi. Vengono utilizzate per il trattamento localizzato di tutte le forme tumorali solide, primitive o metastatiche.
• apparecchiature di tipo capacitivo (TECAR® terapia) utilizzate per il trattamento di localizzazioni superficiali (cutanee, sottocutanee, linfonodali, ecc.) e per il trattamento intrarettale dell'ipertrofia prostatica benigna o delle neoplasie prostatiche localizzate.
• apparecchiature a raggi infrarossi di tipo A per il trattamento total-body nelle forme disseminate
• apparecchiature di perfusione ipertermico-antiblastica per il trattamento delle localizzazioni peritoneali multiple (carcinosi peritoneale).
Come precedentemente accennato l'ipertermia può in molti casi essere vantaggiosamente associata alla chemioterapia ed alla radioterapia.

Ipertermia e Radioterapia
L'utilizzo concomitante di ipertermia e radioterapia potenzia l'effetto della radiazioni ionizzanti con meccanismo:
superaddittivo, cioè con un sommarsi degli effetti maggiore di quanto atteso dall'applicazione indipendente dei due trattamenti. Tale potenziamento è massimo se i due trattamenti vengono somministrati entro un breve intervallo di tempo.
complementare in quanto le cellule radio-resistenti sono normalmente sensibili alla terapia con il calore.
Numerosi trials clinici hanno documentato un incremento di risposte complete di circa 1.5/2 volte nel trattamento associato delle recidive locali di carcinoma mammario, delle metastasi linfonodali di neoplasie del distretto testa-collo e delle metastasi cutanee, sottocutanee e linfonodali di melanoma. Promettenti sono anche i risultati ottenuti dall'associazione di radioterapia e ipertermia nell'impiego neoadiuvante (cioè prima dell'intervento chirurgico, con l'obbiettivo di favorirne la radicalità) nei tumori del retto e della mammella.


Ipertermia e chemioterapia
Quando le cellule sono esposte ai farmaci in condizioni di ipertermia esse reagiscono molto spesso in maniera diversa rispetto a quanto avviene a 37°C. I farmaci il cui effetto è soprattutto di tipo chimico (non coinvolge cioè sistemi enzimatici) sono generalmente più efficaci alle elevate temperature. I processi di alchilazione del DNA o la conversione da una forma inattiva a una forma attiva avvengono più facilmente alle alte temperature. Anche il pH cellulare può influenzare l'attività dei farmaci.
Su tali osservazioni si basano le metodiche di chemio-ipertermia loco-regionale associata a riduzione del flusso sanguigno (chemioembolizzazione epatica, stop flow , ecc.)
Tutti questi elementi portano alla conclusione che, per combattere efficacemente contro la malattia neoplastica tutte le terapie in grado di provocare apoptosi devono essere utilizzate nell'intento di distruggere il maggior numero possibile di cellule tumorali, sostenendo nel contempo la funzione del sistema immunitario. Particolarmente efficaci risultano infatti le combinazioni di ipertermia, radio e/o chemioterapia e immunoterapia (IL-2, interferon, derivati timici ebatterici, antiossidanti,isoflavoni, ecc).
 

 

Dr.ssa Elisabetta Pontiggia,Specialista in Oncologia
CENTRO DI IPERTERMIA ONCOLOGICA E TERAPIE INTEGRATE
www.ipertermia.org


 

 






 
 
 
 

  



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