Nell’ultimo
trentennio la mortalità operatoria per un paziente sottoposto ad
intervento chirurgico del tumore epatico è passata dal 20-30% degli anni
’70-‘80 all’attuale 1-5%. “Un dato significativo - afferma la
Dott.ssa Rubina Ruggiero, responsabile dell’U.O. di Chirurgia
Generale e Mininvasiva della IRCCS Fondazione Maugeri di Pavia - a
conferma del continuo progresso della tecnica chirurgica in questo
particolare ambito, determinato dal miglioramento delle tecniche
anestesiologiche, da un’attenta gestione metabolica del paziente e da
una corretta selezione dei candidati a questa forma di intervento
terapeutico”.
La scelta di ricorrere alla chirurgia implica, infatti, un’attenta e
precisa selezione dei pazienti che possono ottenere un buon risultato
sottoponendosi a questo tipo di intervento. “In quest’ottica -
spiega la Dott.ssa Ruggiero - sono considerati operabili i pazienti
nei quali il tumore può essere asportato in modo completo e che non
presentano localizzazioni tumorali extraepatiche. In particolare, per
quanto riguarda l’epatocarcinoma (che rappresenta il 90% delle forme di
tumore epatico ed è presente nell’80-85% dei pazienti affetti da cirrosi
epatica), è necessario studiare accuratamente il paziente e programmare
un intervento in base alla capacità del fegato di rigenerarsi e alla sua
funzionalità residua. In genere, negli epatocarcinomi con cirrosi, si
privilegiano resezioni minori per preservare la maggior quantità di
fegato funzionante”.
Nel caso dei noduli epatici secondari (metastasi) occorre invece che il
tumore primitivo sia stato completamente asportato e, in ambito di
strategia chirurgica da adottare, bisogna tenere conto della sede, delle
dimensioni e del numero delle lesioni epatiche. Sono considerate
operabili le metastasi epatiche da carcinoma colorettale e da tumori
neuroendocrini mentre non è possibile intervenire chirurgicamente nei
casi di metastasi derivanti da carcinomi polmonari, pancreatici e da
melanoma.
I pazienti affetti da tumori epatici non trattati in alcun modo hanno
una sopravvivenza che può variare da 0 a 8 mesi, a seconda dello stadio
della malattia. In termini di risultati, l’intervento chirurgico, ove
possibile, costituisce una delle principali forme di cura ed è in grado
di fornire i migliori risultati sulla sopravvivenza a distanza. In
particolare, per quanto riguarda gli epatocarcinomi, i dati a 5 anni
dall’intervento sono incoraggianti: la sopravvivenza dei pazienti
sottoposti ad asportazione chirurgica del tumore varia dal 30 al 50%.
Per i pazienti portatori di metastasi epatiche la sopravvivenza nel
medesimo periodo temporale è invece del 30%.
Quali sono i rischi associati all’intervento?
“Il rischio maggiore che deriva dalla chirurgia epatica - afferma
la Dott.ssa Ruggiero - è rappresentato dall’emorragia in sede
di intervento, anche se, negli ultimi decenni si sono affinate tecniche
di controllo vascolare, fondamentali per minimizzare il pericolo di
sanguinamento. Grazie anche all’impiego dell’ecografia intraoperatoria,
siamo ora in grado di guidare le resezioni lungo piani anatomici sicuri,
altrimenti non visibili”.
Oltre all’intervento chirurgico, negli ultimi anni si sono sviluppate
altre valide possibilità terapeutiche alternative per questa patologia.
Metodi quali la chemioembolizzazione, l’alcolizzazione, la
radiofrequenza e la chemioterapia hanno il vantaggio di essere meno
invasivi e possono essere applicati ai pazienti nei quali non è
possibile intervenire chirurgicamente e ai pazienti che, proprio a
seguito del trattamento di una di queste terapie, possono risultare
operabili. “Fondamentale nell’interesse del paziente - conclude
la Dott.ssa Ruggiero - è la stretta collaborazione tra diverse figure
specialistiche quali il chirurgo, l’epatologo, l’oncologo,
l’anestesista, l’endoscopista, il radiologo interventista, l’ecografista
e l’infettivologo”.
Tumore epatico: di che tipo?
I tumori maligni del fegato si suddidono in tre categorie: i tumori
primitivi, tra i quali l’epatocarcinoma (che rappresenta il 90% delle
forme), il colangiocarcinoma e i tumori definiti “secondari”, ovvero le
metastasi epatiche conseguenti a tumori di altri organi.