Le
coppie con problemi di fertilità soffrono di una sorta di sospensione
esistenziale legata alla genitorialità mancata. Il trascorrere del tempo
senza riuscire ad ottenere una gravidanza rappresenta una delle cause
principali di disagio (per l’87,3% delle coppie). Poco meno della metà
(44,5%) soffre per il sentimento di diversità legato alla condizione di
infertilità. Il 44% vive questo problema come un assillo, sembra non
riuscire a pensare ad altro. In gran parte le coppie sono però fiduciose
che riusciranno, prima o poi, ad avere un figlio (il 70,8%), e se la
terapia cui si stanno sottoponendo non avrà successo, ci riproveranno
(per il 65% circa, e quasi il 5% ha già deciso che lo farà all’estero).
L’indagine realizzata dal Censis per la Fondazione Cesare Serono su un
campione di 606 coppie prese in carico da un centro di procreazione
medicalmente assistita (l’età media degli uomini è pari a 37,7 anni,
quella delle donne a 35,3) evidenzia altre sacche di disagio profondo
che, seppure minoritarie, sono sintomatiche delle implicazioni
psicologiche, sociali ed affettive dell’infertilità. Una coppia su dieci
non ha confidato a nessuno né l’esistenza del problema, né di essere in
cura; il 20% circa non trova comprensione presso amici e parenti; quasi
il 30% lamenta un peggioramento della qualità della vita sessuale. Ma 7
coppie su 10 indicano invece che questa esperienza ha consolidato il
rapporto.
Oltre la metà delle coppie (il 56,2%) ha inoltre lamentato difficoltà
nel conciliare le esigenze della terapia con i tempi lavorativi,
sommando così ai disagi emotivi e pratici anche una problematica
professionale.
«L’infertilità è un problema diffuso che in Italia riguarda 1 coppia
su 5 di quelle in età fertile – ha affermato Giovanni Scacchi,
presidente della Fondazione Cesare Serono –. Attraverso la
realizzazione di questa indagine, abbiamo voluto dare voce proprio a
coloro che convivono ogni giorno con il dramma di non poter avere figli.
L’obiettivo è di far conoscere anche il loro punto di vista, non sempre
preso in considerazione all’interno dei grandi dibattiti sul tema della
fecondazione assistita».
L’accesso a un centro di procreazione medicalmente assistita rappresenta
il punto di arrivo di un percorso che spesso taglia fuori le coppie più
deboli sotto il profilo culturale ed economico. Le donne del campione
intervistato sono laureate nel 30,3% dei casi (la quota corrispondente
nella popolazione generale è pari al 17,7%), gli uomini sono laureati
nel 26,9% dei casi (contro il 14,2% della popolazione generale
maschile).
In tutte le fasi del trattamento terapeutico si rileva che le coppie
svantaggiate sotto il profilo culturale hanno perso più tempo, hanno
sofferto di più, e probabilmente molte di loro hanno rinunciato prima di
arrivare al centro di procreazione assistita.
Il tempo intercorso tra i primi tentativi di diventare genitori e il
primo contatto con il medico (21,4 mesi in media) passa da 15,5 mesi per
le coppie con titoli di studio più elevati a 30 mesi per quelle con
basso tasso di scolarizzazione.
Il percorso diagnostico rappresenta una fase piuttosto lunga e
complessa. Dura in media poco più di un anno (13,6 mesi). Ma la
variabile territoriale e soprattutto quella culturale pesano in modo
decisivo sui tempi. Si arriva a 18,7 mesi in media al Sud e 21,3 mesi
tra le coppie meno scolarizzate, contro i 9 mesi nel Nord Est e i 10,4
mesi delle coppie più istruite.
Ad aver ottenuto una diagnosi certa sulle cause dell’infertilità è il
63,8% delle coppie, il 29,1% non l’ha ottenuta, mentre nel 7,1% dei casi
è rimasta incertezza sulle cause possibili.
Il ruolo del ginecologo si conferma centrale. È sua la diagnosi nel
48,4% dei casi in cui ne è stata formulata una. Il 47,4% delle coppie ha
però dovuto interpellare più medici prima di arrivare a una diagnosi. Il
valore aumenta ancora una volta tra le coppie residenti al Sud (55,1%) e
tra quelle con livelli di istruzione più bassi (56%).
Le coppie intervistate sono abbastanza compatte nel ritenere che
l’attuale quadro normativo le sfavorisca rispetto agli altri Paesi
europei (80,5%) e che danneggi soprattutto le coppie con minori
possibilità economiche (77,4%). In maggioranza sentono che la legge 40
ha di fatto ridotto le loro possibilità di diventare genitori (77,4%) e
più della metà sono disposte a recarsi in un centro all’estero (55,5%).
Infine, è pari al 32,5% la quota di coppie disposte a sottoporsi a
fecondazione eterologa.
«Il percorso delle coppie che effettuano i trattamenti di
procreazione medicalmente assistita è lungo e spesso tortuoso – ha
affermato Concetta M. Vaccaro, responsabile del settore welfare
del Censis –. Il percorso è tendenzialmente più facile per chi ha un
livello culturale e socioeconomico più elevato. Queste coppie
individuano prima il problema e riescono in tempi brevi ad avviare gli
interventi più appropriati, senza perdersi nei meandri di un sistema
frammentato e pieno di ostacoli. Circa un terzo delle coppie non fertili
sperimenta una sofferenza psicologica profonda che può minare anche lo
stesso rapporto di coppia».
Questi sono alcuni dei principali risultati di una ricerca realizzata
dal Censis per conto della Fondazione Cesare Serono, presentata a Roma,
presso la Sala delle Colonne di Palazzo Marini, da Carla Collicelli,
Vice Direttore del Censis, Concetta M. Vaccaro, Responsabile del
settore Welfare del Censis, Giovanni Scacchi, Presidente della
Fondazione Cesare Serono, con i commenti di esperti e le conclusioni di
Eugenia Roccella, Sottosegretario del Ministero del Lavoro, della
Salute e delle Politiche Sociali.