Colesterolo. Quando il gioco si fa duro scendono in campo due
“squadre” di studiosi italiani. Vincenti. La posta in gioco è la vita.
Correggere lo stile di vita non basta, servono interventi mirati e “su
misura”. E il gioco si fa duro, addirittura drammatico, per tutti coloro
che, oltre a livelli alti di colesterolo, si trovano a fare i conti
anche con il diabete o con una malattia cardiovascolare. E’ l’anticamera
di un infarto o di un ictus. Ecco perché sono proprio questi pazienti ad
altissimo rischio a non potersi permettere di perdere la partita con il
colesterolo. Adesso due studi, totalmente italiani, confermano una
strategia di approccio: dati alla mano, dimostrano come i pazienti ad
altissimo rischio possono vincere la battaglia contro l’ipercolesterolemia.
Gli studi DIALOGUE e LEAD, condotti in 46 centri in tutta Italia su
pazienti italiani con cardiopatia ischemica e, rispettivamente,
diabetici, hanno dimostrato che in questi soggetti occorre una “doppia
forza” per tenere il colesterolo sotto controllo. Una “doppia forza” che
non è data da una doppia dose di farmaco ma dall’associazione di due
farmaci in un’unica compressa, ezetimibe/simvastatina.
Gli studi DIALOGUE e LEAD confermano definitivamente, dunque,
l’importanza di questa associazione terapeutica proprio per quei
pazienti per i quali, più di tutti gli altri, la posta in gioco è la
vita. Una terapia particolarmente appropriata per loro che consente di
raggiungere valori ambiziosamente bassi di “colesterolo cattivo”. E
vincere, così, la partita. Qualche numero vale più di cento parole.
Nello studio DIALOGUE, condotto su pazienti con precedenti coronarici o
cerebrovascolari, l’attacco a “doppia forza” ha aumentato di otto volte
la probabilità di portare il colesterolo LDL (quello “cattivo”) al
valore ideale di 100 mg/dL e di sette volte quella di scendere al valore
ancora più tranquillizzante di 80 mg/dL. Nello studio LEAD, condotto su
pazienti non solo cardiopatici ma anche diabetici, la terapia con
ezetimibe/simvastatina ha ridotto il C-LDL e il colesterolo totale di
una volta e mezza in più rispetto a una doppia dose di simvastatina,
aumentando di tre volte la probabilità di raggiungere i 100 mg/dL.
Infine, l’analisi combinata dei due studi ha confermato che
l’associazione dei due farmaci aumenta di cinque volte la probabilità di
portare il C-LDL sotto il traguardo dei 100 mg/dL in pazienti ad alto
rischio (cardiopatici con o senza diabete), raggiungendo dopo sei
settimane un valore medio di C-LDL di circa 85 mg/dL.
Questi studi rappresentano quindi un’importante conferma che segna una
via nella terapia più appropriata per i soggetti ad altissimo rischio. E
portano i colori italiani. Gli studi sono stati presentati in una
conferenza stampa a Roma dai professori Gian Franco Gensini, Carlo Maria
Rotella e Augusto Zaninelli.
Colesterolo. Quando il gioco si fa duro. Due studi totalmente
italiani confermano una strategia di approccio. Parla Gian Franco
Gensini
«Nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare – dice Gian
Franco Gensini, ordinario di Medicina interna e Cardiologia, Preside
della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Firenze e
Coordinatore dello studio DIALOGUE – per tenere il colesterolo sotto
controllo sono necessari i farmaci. In particolare, le statine
rallentano la produzione di colesterolo LDL e aumentano la capacità del
fegato di eliminare quello già in circolo nel sangue, ezetimibe riduce
notevolmente il suo assorbimento intestinale. I risultati degli studi
DIALOGUE e LEAD, condotti in Italia su pazienti italiani, hanno
evidenziato come l’associazione fissa in un’unica compressa di ezetimibe/simvastatina
sia più efficace, rispetto a una dose doppia di sola simvastatina, nella
riduzione dei valori di colesterolo LDL, permettendo di raggiungere
valori ambiziosamente bassi in una percentuale di circa l’80 per cento
dei pazienti».
Colesterolo e diabete: quando la posta in gioco è la vita. Parla
Carlo Maria Rotella
«La sostanza della differenza tra diabetico e non diabetico- dice
Carlo Maria Rotella, ordinario di Endocrinologia all’Università
di Firenze, Past-President della Società Italiana dell’Obesità e
Coordinatore dello studio LEAD- è che il diabete, agli effetti del
rischio cardiovascolare, è considerato una malattia di “peso” simile a
un precedente infarto miocardico. Per tutti i diabetici valgono quindi
per il colesterolo LDL i medesimi obiettivi terapeutici che si adottano
per chi ha già avuto un infarto: 100 mg/dL in presenza del solo diabete,
70 mg/dL se oltre al diabete sono presenti altri fattori di rischio
cardiovascolare. In questi pazienti è dimostrato che l’associazione
ezetimibe/simvastatina è molto più rapida ed efficace del solo raddoppio
della statina. Il merito dello studio LEAD è avere arruolato una
popolazione esclusivamente italiana, il cui bagaglio clinico, genetico,
ambientale e alimentare è ben diverso da quello nordeuropeo e
nordamericano. Senza trascurare la dimostrazione, sempre “quando il
gioco si fa duro”, che partire al più presto con la terapia
farmacologica riduce al minimo il tempo di esposizione al rischio».
L’importanza dell’aderenza alla terapia. Il ruolo chiave del Medico
di Medicina generale. Parla Augusto Zaninelli
«La questione dell’aderenza alla terapia – dice Augusto Zaninelli,
professore a contratto di Medicina generale, Corso di laurea in Medicina
e Chirurgia, Università di Firenze – costituisce un punto difficile,
che spesso penalizza proprio i farmaci per la dislipidemia. Un recente
episodio cardio- o cerebrovascolare acuto aumenta l’adesione al
trattamento, ma più ci si allontana nel tempo dall’evento, più
l’adesione si abbassa. Per questo è essenziale poter contare su farmaci
innovativi, efficaci, facili da assumere e privi di effetti collaterali.
L’associazione tra ezetimibe e simvastatina rappresenta quanto di buono
è stato prodotto finora dalla ricerca scientifica. Questa associazione
esalta le proprietà dei due farmaci senza aumentarne la dose e consente,
come evidenziato dagli studi DIALOGUE e LEAD, di agire con efficacia
soprattutto su pazienti difficili, tra l’altro con la comodità della
monosomministrazione quotidiana in un’unica compressa».
DIALOGUE E LEAD: due studi-chiave nella lotta al colesterolo nei
pazienti ad altissimo rischio. Due studi tutti italiani
Lo studio DIALOGUE ha coinvolto 23 centri italiani e lo studio LEAD ne
ha coinvolti altri 23. Entrambi gli studi sono stati multicentrici e
randomizzati, in doppio cieco e doppio placebo. Dall’analisi combinata
degli studi DIALOGUE e LEAD si può concludere che nei pazienti ad alto
rischio cardiovascolare che non raggiungono i target raccomandati per
C-LDL con la sola statina- e cioè che non riescono a tenere entro i
valori di soglia il cosiddetto “colesterolo cattivo”- l’associazione
ezetimibe/simvastatina rappresenta un’efficace opzione terapeutica.
Un’opzione resa ancora più interessante dal fatto che la
somministrazione di questo farmaco in singola dose quotidiana e la
rapidità del suo effetto possono ridurre la complessità della
farmacoterapia e pertanto facilitare al paziente l’aderenza al
trattamento, che rappresenta un fattore critico nel controllo del
rischio cardiovascolare complessivo.
Il colesterolo in Italia. Tutte le cifre. E tutte le cifre dei
pazienti ad altissimo rischio. Con una preoccupazione in più: sono pochi
gli italiani che combattono il colesterolo
I dati del Progetto Cuore dell’Istituto Superiore di Sanità parlano
chiaro. In Italia il serial killer colesterolo non solo dilaga ma, nella
maggior parte dei casi, è lasciato agire indisturbato. Un italiano su
quattro tra i 37 e i 74 anni soffre di ipercolesterolemia: leggermente
più le donne (25 per cento) degli uomini (21 per cento). Percentuali
che, ovviamente, salgono con l’età. Eppure, l’84 per cento delle donne e
l’81 per cento degli uomini non assume farmaci contro l’ipercolesterolemia.
Per di più, il 6 per cento delle donne e il 5 per cento degli uomini in
cura non assume i farmaci adatti. Quindi, solo il 10 per cento delle
donne e il 14 per cento degli uomini si cura a dovere.
Se però lo sguardo si allarga anche verso chi ha livelli di colesterolo
borderline, cioè appena sopra la norma ma non ancora in “allarme rosso”,
il quadro diventa drammatico: il 36 per cento degli uomini e il 33 per
cento delle donne ha valori borderline. Questo significa che la metà
degli italiani tra i 37 i 74 anni deve fare i conti con problemi, più o
meno gravi di colesterolo. E a questi si aggiungono anche tutti coloro
che hanno il colesterolo alto e non lo sanno.
In Italia il 9 per cento degli uomini e il 6 per cento delle donne ha il
diabete. E poi ci sono i trigliceridi: il 30 per cento degli uomini e il
17 per cento per cento delle donne li hanno elevati. E la sindrome
metabolica (tre o più fattori di rischio) interessa il 23 per cento
degli italiani.
L’ipercolesterolemia diventa un vero serial killer quando si allea con
altri fattori di rischio o con patologie cardiovascolari. Per esempio,
assume contorni drammatici quando non è controllata in pazienti che
hanno avuto un infarto o che sono cardiopatici. E la prevalenza delle
malattie cerebro e cardiovascolari in Italia è variabile ma comunque
importante: hanno avuto un infarto l’1,5 per cento degli uomini e lo 0,4
per cento delle donne tra i 35 e i 74 anni; un ictus l’1,1 per cento
degli uomini e lo 0,8 per cento delle donne; l’angina pectoris il 3,3
per cento degli uomini e il 3,9 per cento delle donne; un’arteriopatia
periferica l’1,9 per cento degli uomini e il 2,5 per cento delle donne;
infine un TIA lo 0,8 per cento degli uomini e lo 0,6 per cento delle
donne.