Genova Anno VI - n°36 - 17.11.2008 Pagine Nazionali

del 11/02/2009

 

Colesterolo, killer in libertà per cardiopatici e diabetici


Colesterolo. Quando il gioco si fa duro scendono in campo due “squadre” di studiosi italiani. Vincenti. La posta in gioco è la vita. Correggere lo stile di vita non basta, servono interventi mirati e “su misura”. E il gioco si fa duro, addirittura drammatico, per tutti coloro che, oltre a livelli alti di colesterolo, si trovano a fare i conti anche con il diabete o con una malattia cardiovascolare. E’ l’anticamera di un infarto o di un ictus. Ecco perché sono proprio questi pazienti ad altissimo rischio a non potersi permettere di perdere la partita con il colesterolo. Adesso due studi, totalmente italiani, confermano una strategia di approccio: dati alla mano, dimostrano come i pazienti ad altissimo rischio possono vincere la battaglia contro l’ipercolesterolemia. Gli studi DIALOGUE e LEAD, condotti in 46 centri in tutta Italia su pazienti italiani con cardiopatia ischemica e, rispettivamente, diabetici, hanno dimostrato che in questi soggetti occorre una “doppia forza” per tenere il colesterolo sotto controllo. Una “doppia forza” che non è data da una doppia dose di farmaco ma dall’associazione di due farmaci in un’unica compressa, ezetimibe/simvastatina.


Gli studi DIALOGUE e LEAD confermano definitivamente, dunque, l’importanza di questa associazione terapeutica proprio per quei pazienti per i quali, più di tutti gli altri, la posta in gioco è la vita. Una terapia particolarmente appropriata per loro che consente di raggiungere valori ambiziosamente bassi di “colesterolo cattivo”. E vincere, così, la partita. Qualche numero vale più di cento parole. Nello studio DIALOGUE, condotto su pazienti con precedenti coronarici o cerebrovascolari, l’attacco a “doppia forza” ha aumentato di otto volte la probabilità di portare il colesterolo LDL (quello “cattivo”) al valore ideale di 100 mg/dL e di sette volte quella di scendere al valore ancora più tranquillizzante di 80 mg/dL. Nello studio LEAD, condotto su pazienti non solo cardiopatici ma anche diabetici, la terapia con ezetimibe/simvastatina ha ridotto il C-LDL e il colesterolo totale di una volta e mezza in più rispetto a una doppia dose di simvastatina, aumentando di tre volte la probabilità di raggiungere i 100 mg/dL. Infine, l’analisi combinata dei due studi ha confermato che l’associazione dei due farmaci aumenta di cinque volte la probabilità di portare il C-LDL sotto il traguardo dei 100 mg/dL in pazienti ad alto rischio (cardiopatici con o senza diabete), raggiungendo dopo sei settimane un valore medio di C-LDL di circa 85 mg/dL.


Questi studi rappresentano quindi un’importante conferma che segna una via nella terapia più appropriata per i soggetti ad altissimo rischio. E portano i colori italiani. Gli studi sono stati presentati in una conferenza stampa a Roma dai professori Gian Franco Gensini, Carlo Maria Rotella e Augusto Zaninelli.


Colesterolo. Quando il gioco si fa duro. Due studi totalmente italiani confermano una strategia di approccio. Parla Gian Franco Gensini
«Nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare – dice Gian Franco Gensini, ordinario di Medicina interna e Cardiologia, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Firenze e Coordinatore dello studio DIALOGUE – per tenere il colesterolo sotto controllo sono necessari i farmaci. In particolare, le statine rallentano la produzione di colesterolo LDL e aumentano la capacità del fegato di eliminare quello già in circolo nel sangue, ezetimibe riduce notevolmente il suo assorbimento intestinale. I risultati degli studi DIALOGUE e LEAD, condotti in Italia su pazienti italiani, hanno evidenziato come l’associazione fissa in un’unica compressa di ezetimibe/simvastatina sia più efficace, rispetto a una dose doppia di sola simvastatina, nella riduzione dei valori di colesterolo LDL, permettendo di raggiungere valori ambiziosamente bassi in una percentuale di circa l’80 per cento dei pazienti».

Colesterolo e diabete: quando la posta in gioco è la vita. Parla Carlo Maria Rotella
«La sostanza della differenza tra diabetico e non diabetico- dice Carlo Maria Rotella, ordinario di Endocrinologia all’Università di Firenze, Past-President della Società Italiana dell’Obesità e Coordinatore dello studio LEAD- è che il diabete, agli effetti del rischio cardiovascolare, è considerato una malattia di “peso” simile a un precedente infarto miocardico. Per tutti i diabetici valgono quindi per il colesterolo LDL i medesimi obiettivi terapeutici che si adottano per chi ha già avuto un infarto: 100 mg/dL in presenza del solo diabete, 70 mg/dL se oltre al diabete sono presenti altri fattori di rischio cardiovascolare. In questi pazienti è dimostrato che l’associazione ezetimibe/simvastatina è molto più rapida ed efficace del solo raddoppio della statina. Il merito dello studio LEAD è avere arruolato una popolazione esclusivamente italiana, il cui bagaglio clinico, genetico, ambientale e alimentare è ben diverso da quello nordeuropeo e nordamericano. Senza trascurare la dimostrazione, sempre “quando il gioco si fa duro”, che partire al più presto con la terapia farmacologica riduce al minimo il tempo di esposizione al rischio».

L’importanza dell’aderenza alla terapia. Il ruolo chiave del Medico di Medicina generale. Parla Augusto Zaninelli
«La questione dell’aderenza alla terapia – dice Augusto Zaninelli, professore a contratto di Medicina generale, Corso di laurea in Medicina e Chirurgia, Università di Firenze – costituisce un punto difficile, che spesso penalizza proprio i farmaci per la dislipidemia. Un recente episodio cardio- o cerebrovascolare acuto aumenta l’adesione al trattamento, ma più ci si allontana nel tempo dall’evento, più l’adesione si abbassa. Per questo è essenziale poter contare su farmaci innovativi, efficaci, facili da assumere e privi di effetti collaterali. L’associazione tra ezetimibe e simvastatina rappresenta quanto di buono è stato prodotto finora dalla ricerca scientifica. Questa associazione esalta le proprietà dei due farmaci senza aumentarne la dose e consente, come evidenziato dagli studi DIALOGUE e LEAD, di agire con efficacia soprattutto su pazienti difficili, tra l’altro con la comodità della monosomministrazione quotidiana in un’unica compressa».

DIALOGUE E LEAD: due studi-chiave nella lotta al colesterolo nei pazienti ad altissimo rischio. Due studi tutti italiani
Lo studio DIALOGUE ha coinvolto 23 centri italiani e lo studio LEAD ne ha coinvolti altri 23. Entrambi gli studi sono stati multicentrici e randomizzati, in doppio cieco e doppio placebo. Dall’analisi combinata degli studi DIALOGUE e LEAD si può concludere che nei pazienti ad alto rischio cardiovascolare che non raggiungono i target raccomandati per C-LDL con la sola statina- e cioè che non riescono a tenere entro i valori di soglia il cosiddetto “colesterolo cattivo”- l’associazione ezetimibe/simvastatina rappresenta un’efficace opzione terapeutica. Un’opzione resa ancora più interessante dal fatto che la somministrazione di questo farmaco in singola dose quotidiana e la rapidità del suo effetto possono ridurre la complessità della farmacoterapia e pertanto facilitare al paziente l’aderenza al trattamento, che rappresenta un fattore critico nel controllo del rischio cardiovascolare complessivo.

Il colesterolo in Italia. Tutte le cifre. E tutte le cifre dei pazienti ad altissimo rischio. Con una preoccupazione in più: sono pochi gli italiani che combattono il colesterolo
I dati del Progetto Cuore dell’Istituto Superiore di Sanità parlano chiaro. In Italia il serial killer colesterolo non solo dilaga ma, nella maggior parte dei casi, è lasciato agire indisturbato. Un italiano su quattro tra i 37 e i 74 anni soffre di ipercolesterolemia: leggermente più le donne (25 per cento) degli uomini (21 per cento). Percentuali che, ovviamente, salgono con l’età. Eppure, l’84 per cento delle donne e l’81 per cento degli uomini non assume farmaci contro l’ipercolesterolemia. Per di più, il 6 per cento delle donne e il 5 per cento degli uomini in cura non assume i farmaci adatti. Quindi, solo il 10 per cento delle donne e il 14 per cento degli uomini si cura a dovere.
Se però lo sguardo si allarga anche verso chi ha livelli di colesterolo borderline, cioè appena sopra la norma ma non ancora in “allarme rosso”, il quadro diventa drammatico: il 36 per cento degli uomini e il 33 per cento delle donne ha valori borderline. Questo significa che la metà degli italiani tra i 37 i 74 anni deve fare i conti con problemi, più o meno gravi di colesterolo. E a questi si aggiungono anche tutti coloro che hanno il colesterolo alto e non lo sanno.
In Italia il 9 per cento degli uomini e il 6 per cento delle donne ha il diabete. E poi ci sono i trigliceridi: il 30 per cento degli uomini e il 17 per cento per cento delle donne li hanno elevati. E la sindrome metabolica (tre o più fattori di rischio) interessa il 23 per cento degli italiani.
L’ipercolesterolemia diventa un vero serial killer quando si allea con altri fattori di rischio o con patologie cardiovascolari. Per esempio, assume contorni drammatici quando non è controllata in pazienti che hanno avuto un infarto o che sono cardiopatici. E la prevalenza delle malattie cerebro e cardiovascolari in Italia è variabile ma comunque importante: hanno avuto un infarto l’1,5 per cento degli uomini e lo 0,4 per cento delle donne tra i 35 e i 74 anni; un ictus l’1,1 per cento degli uomini e lo 0,8 per cento delle donne; l’angina pectoris il 3,3 per cento degli uomini e il 3,9 per cento delle donne; un’arteriopatia periferica l’1,9 per cento degli uomini e il 2,5 per cento delle donne; infine un TIA lo 0,8 per cento degli uomini e lo 0,6 per cento delle donne.

 

 






 
 
 
 

  



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