Il 24 gennaio 2009 si è concluso il 3° congresso Nazionale che
l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere,
Presidio dell’Azienda Ospedaliera “C. Poma “ di Mantova, ha organizzato,
in collaborazione con la Società di Psichiatria Forense, sul tema “La
donna da vittima ad autrice di reato”.
Lo sviluppo del congresso in più moduli, ha dato la possibilità ai vari
relatori di affrontare il complesso problema della condizione femminile
da più angolature e sfaccettature, ma è prevalso, quasi sempre, nei casi
delle donne in esame, il denominatore comune del narcisismo “ferito”, di
un a vita condotta all’insegna, spesso della sofferenza come “vittima
silenziosa” da determinare disagio mentale ed anche reato. In questi
casi le donne hanno subito privazioni, ingiustizie, iniziate nel lontano
passato, ma che sono arrivate a segno, a distanza di tempo (delle vere
“mine vaganti”), in reazioni incontrollate, gravi, irrazionali e senza
una logica apparente.
In questo senso i reati commessi da personaggi femminili di alcune
tragedie greche da “Clitemnestra a Medea”, sembrano azioni assurde e
incomprensibili se letti nell’attualità della loro consumazione. Invece,
vanno interpretati in relazione agli eventi cruciali di ingiustizie
subite nella loro anamnesi remota. Questi fatti apparentemente sopiti e
sepolti nel lontano passato, sono, invece, ancora lì “vivi” e
“brucianti” da diventare il motore di quelle azioni cruenti. Tenerne
conto diventa la chiave della loro comprensione profonda.
Avverte il Prof. Rossi, nella sua lettura magistrale, che la
spiegazione di questi accadimenti non si deve fermare alla contingenza
del momento reato, ma va letta nella sua dinamicità storica.
“L’argomento del crimine, delle distruttività e del trionfo della
vittima nella psiche femminile, viene preso in esame … (attraverso)…
l’iter nella tragedia greca che va da Clitemnestra, ad Elettra, ad Ecuba,
e Medea (ed i loro autori Eschilo, Sofocle, ed Euripide). Seguendo
questo metodo si scopre la radice profonda … in cui non vi è pietà per
nessuno, seguendo un fil rouge che va dalla vittima alla vendetta
tremenda, tutto legato da una logica interna, emotiva e passionale, che
fa luce sulle ragioni di tutti i delitti. E si scopre , con stupore, che
il tragico greco è l’unico ad andare al di là delle comode soluzioni
nosologiche e sociologiche, per arrivare nel nucleo profondo,
propriamente psichiatrico e psicologico, che rappresenta il motore
centrale, il denominatore e la via finale comune di questi comportamenti
anormali altrimenti incomprensibili….” Avverte quindi che questa è
la via in cui “lo psichiatra può sperare di intervenire e lo psichiatra
forense poggiare la sua valutazione”. Quindi rimanda, come base profonda
per la comprensione di questi casi, al narcisismo attraverso la
psicologia del sé secondo le ipotesi Kohutiane.
IL Prof. G. Nivoli, tra i temi trattati, analizza una serie di
comportamenti femminili in cui la donna non è vista né come autrice di
reato, né come di vittima (nel senso stretto del termine) ma la
definisce come “vittima per vocazione”. In queste predomina un
comportamento fortemente ambiguo, facilmente riscontrabile nella pratica
clinica, ma anche nella vita reale. Ha espresso in maniera magistrale
situazioni che potremmo definire, parafrasando Freud, di “psicopatologia
di vita quotidiana” in cui la donna in una sorta di “sado-masochismo” al
negativo, è autrice della manipolazione della relazione e finisce per
essere anche vittima di sé stessa e del sistema che “inconsciamente”
crea. Il relatore esaltando con ironia gli accadimenti, drammatizza la
difficoltà dei protagonisti in modo da sottolineare alla fine, la
paradossale indistiguibilità tra il perseguitante ed il perseguitato,
tra chi inizia la parte attiva che infierisce e chi subisce come
vittima. Non vi sono morti, ma vi è uno stillicidio continuo di
aggressività mascherata (ed anche manifesta) senza esclusione di colpi.
Casi clinici reali che visti in chiave ironica hanno permesso in questa
lettura magistrale più incisività ed anche maggiore comprensività.
Toccante è stata la partitura orchestrale e vocale di Richard Straus,
che il Prof. A Giannelli ha voluto offrirci in questa scelta
della Salomè nell’opera “Donnez-moi la tete d’Jokanaan”. La bella
principessa ebraica incarna la passione senza speranza, del profeta
Giovanni Battista. Su insistenza di Erode ebbro, le chiede di ballare la
danza dei sette veli, a patto che le consegni la testa del Profeta in un
vassoio d’argento, perché non ha ceduto alle sue lusinghe. “il dramma
per quell’epoca scandaloso e dissacrante (siamo alla fine
dell’ottocento) che Oscar Wilde scrive per la grande Sarah Bernhardt,
trova un consonante riscontro nella scrittura musicale di Strass. Con
questa opera si esalta l’amore dell’impossibile, quello di sedurre e
possedere Giovanni Battista da parte di Salomè. Wilde-Staruss hanno
composto un dramma teatrale e musicale che è un intreccio di elementi
sacri, erotici, incestuosi, e delittuosi, celebra il disegno perverso e
delirante di Salomé, violenta e selvaggia nella passione, tanto che,
presa dallo sfrenato desiderio, afferra inebriata la testa di Giovanni e
lo bacia avidamente sulla bocca.
Importante è l’angolazione cha hanno offerto i relatori esperti nella
patologia di genere nella comprensione della diversità del mondo
femminile, dal punto di vista neuroendocrino e neurofisiologico. Infatti
vengono fuori alcune peculiarità, in tal senso, trascurate da sempre
nella donna, che solo da qualche decennio sono state rivalutate e poste
all’attenzione della comunità scientifica. Per la loro specificità
neurofisiologica, ma soprattutto per decifrare meglio i loro
comportamenti, gli autori hanno fornito una nuova e reale chiave di
lettura dei loro comportamenti “normali” e “ patologici”.
Si deduce,infatti che la donna per effetto della fluttuazione e/o
disfunzione della secrezione degli ormoni steroridei (estrogeni e
progestinici) è assoggettata ad una maggiore vulnerabilità a variazione
del tono dell’umore, come conseguenza della ridotta plasticità
funzionale di differenti popolazioni neuronali implicate nella
regolazione della sfera emozionale, affettiva e dei processi cognitivi.
(Prof. G. Biggio).
Della complessità del “diventar donna”, più che per l’uomo, è il prof.
Guazzelli, che ci ha ricordato il pensiero di Sigmond Freud agli inizia
del ‘900. Infatti, nella sua ricostruzione, la donna, va incontro ad “un
processo molto più complesso di quello maschile, in quanto deve
spostarsi dal suo primo oggetto d’amore , la madre, al padre e sulla via
di questo abbandono deve elaborare vissuti ed esperienze più radicali
prima di arrivare ad una sua identità.
La donna condivide con l’uomo solo l’adolescenza, nota per lo
sconvolgimento che produce su tutta la personalità, ma per il resto, in
perfetta solitudine, la sua stabilità è minata da una serie di mutamenti
ciclici e di più lungo termine come il menarca, il ciclo mestruale, la
gravidanza ed infine la menopausa. L’attraversare questi punti cruciali,
significa affrontare un processo profondo, a livello intrapsichico che
relazionale, sia con sé stessa, con la famiglia e con la società.
Ma per riprendere il concetto della gravidanza, questa rappresenta per
la donna una parte della maternità (forse la più bella), per la sua
carica di narcisismo, ma l’altra faccia è il post- parto, che può essere
bello, ma non privo di inciampi fisiologici (che passano anche
rapidamente se vi è il giusto sostegno) ma anche patologici più o meno
gravi. Paul-Claude Racamier definisce la “maternalità” l’insieme
dei processi psico-affettivi che si sviluppano e si integrano nella
donna in occasione della maternità. Per il movimento che impone alla
personalità si potrebbe paragonare all’adolescenza. Dal punto di vista
di Erikson, è una crisi di identità: movimenti ormonali di grande
portata; un gioco complesso di identificazioni, che subiscono una nuova
messa a punto; massivi cambiamenti di direzione negli investimenti
istintuali, libidici ed aggressivi; forti variazioni degli stati
dell’Io; ampie variazioni della rappresentazione del sé, della sua
estensione, del suo contenuto e del suo centro di gravità; posizioni
relazionali nuove e realizzazioni concrete socialmente importanti.
Nella maternalità, il destino di tutte le fasi di riorganizzazione della
personalità dipendono da diversi fattori interni (psicodinamici,
economici e genetici) ma anche da fattori esterni ed attuali (relazione
con il proprio partner, famiglia d’origine ed i suoi componenti
importanti). “Tutti questi cambiamenti rendono molto più vulnerabile il
rapporto che la donna ha con il suo corpo e di conseguenza anche più
fragile la sua identità.”
È evidente che se alle peculiarità neurofisiologiche e neuroendocrine
della donna (vulnerabilità legata alle fluttuazioni e/o disfunzionie
della secrezione degli ormoni steroridei) si assommano i molteplici
ruoli familiari e sociali, che sono marcatamente più determinanti,
specialmente senza il supporto adeguato in comprensione ed aiuto, la
donna diventa, suo malgrado, “vittima” di malattie più specifiche così
come ci segnala l’OMS.
Dalla neuroscienza, alla clinica, al reato: la donna che uccide la
propria prole è il reato che colpisce l’opinione pubblica in quanto
sentito ”contro natura”, anche se è stato sempre presente in tutte le
civiltà ed epoche storiche. Diversi relatori hanno voluto apportare
elementi significativi per una maggiore comprensione del problema.
Rimane elevato il rischio di non riconoscere e trattare le numerose
patologie che si possono verificare nella donna, dal post parto in poi.
È necessario organizzare efficaci azioni di screening, come avviene in
molte altre nazioni, al fine di intervenire in modo efficace nei casi di
depressione e psicosi puerperali che devono essere considerate delle
vere emergenze psichiatriche. Nei casi gravi l’intervento deve avvenire
in ospedale al fine di prevenire conseguenze spiacevoli sia per al donna
che per il bambino. “sembra che anche in questo delicato settore
prevalga una condizione di pregiudizio nell’avvicinare la puerpera ai
servizi dl Salute Mentale.” (Dott.ssa E. Agrimi).
Dai dati in letteratura, emersi anche nel congresso, i reati commessi
nell’ambito familiare, legati ad una patologia psichiatria, sono in
aumento. I dati forniti dall’Eures e Ansa del 2007, relativi alla’anno
2005, testimoniano come gli omicidi in famiglia hanno superato quelli
della criminalità organizzata. Se è vero che le organizzazioni criminali
hanno fatto registrare una diminuizione degli omicidi, questo si è
verificato per una loro convenienza interna di turbare meno possibile
l’opinione pubblica (e agire più indisturbati in crimini più redditizi)
ma egualmente, gli omicidi in famiglia, in cui la causa è il disagio
psichiatrico, sono realmente in aumento. La famiglia non è il luogo più
sicuro per i loro componenti, anzi viene fuori un quadro meno idilliaco
della famiglia che, in alcuni casi, non solo non protegge e tutela, ma
diventa il luogo dove si compiono i peggiori crimini ai danni di uno o
più componente che vi appartengono.
Sono stati presi in considerazioni i comportamenti aggressivi delle
donne affette da Disturbi di Personalità (dati preliminari di una
ricerca in corso presso l’OPG di Castiglione delle Stiviere). Questi
casi sono rappresentati, in particolare, da Disturbo narcisistico o
bordeline di Personalità ed è stato correlato il reato grave (per lo più
omicidio) con l’imputabilità. La valutazione dei profili delle varie
dimensioni della personalità di questi soggetti permettono di
identificare la natura ed il ruolo di fattori di rischio capaci di
interferire negativamente nel loro equilibrio personologico, nel
passaggio all’atto. (Prof. C. Maffei). Disturbo di personalità e
Psicopatia al femminile è in aumento sui reati gravi contro la persona
(dati preliminari di una ricerca in corso presso l’OPG di Castiglione
delle Stiviere). (Prof. A. Fossato).
Poi è stata sviluppata una correlazione importante tra impulso e
l’evoluzione nosografica di questa nozione fino all’attuale sua
collocazione clinica ed i delicati meccanismi psicogenetici e
psicodinamici che accanto a quelli strettamente psicopatologici, possono
caratterizzare i reati di infanticidio e figlicidio. (Prof. U. Fornari).
Sostine l’autore che la donna figlicida costantemente si presenta
all’osservazione clinica come persona immatura, per una non riuscita
relazione madre-figlia e per intense note di “dipendenze” che rimandano
ad una non perfetta riuscita della fase di separazione-individuazione ed
a cascata tutti gli altri processi di scarsa maturazione successiva.
Precisa l’autore che questo vissuto di deprivazione affettiva non è
sempre oggettiva, non coincide, necessariamente, con un comportamento di
incuria della madre. A questi elementi d’immaturità nelle madri
figlicide, si aggiungono altri due elementi importanti: l’incapacità di
far fronte ai compiti materni (identificazione con il ruolo materno non
adeguato) e la forte componente di ambivalenza.
Molteplici altri interventi hanno contribuito a rendere vivo e pieno di
spunti il congresso, toccando temi delle madri private della loro
libertà personale e lo sforzo in ambito penitenziario di migliorare le
sorti dei loro figli reclusi “innocenti”, anche loro. (Prof.ssa P.
Comucci). Ma anche la violenza di cui la donna è vittima da parte dei
mariti, conviventi ma soprattutto dai loro ex (gli “adult-bambini”) che
non riescono a tollerare ed elaborare il lutto della separazione (ferita
narcisistica irrimediabilmente aperta) che finiscono per diventare
stalker, fino all’omicidio (Prof.ssa I. Merzagora “Meglio sole che male
accompagnate”. Ma anche significativa è stata la sezione dedicata alla
psicofarmacologia di genere nella terapia delle donne (Prof. C. Mencacci
e Dott. G. Cerveri).
Interessante ed ha riscosso un ottimo successo, è stata infine la
relazione del Dott. E. Straticò (Responsabile della Struttura complessa
Area Maschile dell’OPG di Castiglione), che ripercorrendo le lettere
dell’alfabeto, in maniera originalissima è riuscito a rappresentare la
complessa realtà odierna della nostra struttura e gli impegni
programmatici che caratterizzano, in particolare, l’attività
istituzionale nel 2009. Con lui ringrazio tutti gli operatori dell’OPG
che con il loro entusiasmo, oltre che per la loro professionalità,
permettendo alla struttura di rinnovarsi continuamente e flessibilmente,
adattandosi ai continui cambiamenti esterni coniugandoli con i bisogni
dei pazienti rei, che rimangono, comunque nella nostra attenzione,
sempre in primo piano.
Un grandissimo ringraziamento va a tutti quegli autori che purtroppo non
riesco a citare nella presente conclusione, per questioni di spazio, ma
le cui relazioni sono state altrettanto importanti e significative e che
spero, a breve, di potere pubblicarne gli atti. La loro presenza
testimonia il legame professionale e l’amicizia che ci lega e
contribuisce alla riuscita del congresso dell’OPG di Castiglione delle
Stiviere, giunto, dal 2004, alla terza edizione. Questo mi da
l’incoraggiamento a continuare la tradizione di riproporre questo
avvenimento con un a cadenza biennale (il prossimo tra il 2010 e il
2011). Un grazie particolare va alla Prof.ssa Liliana Lorettu
come presidente della Società di Psichiatria Forense ed al Prof.
Giancarlo Nivoli, con i quali ho condiviso i momenti salienti
dell’organizzazione di questo convegno.
Ma il congresso è stato anche teatro di presentazione delle strategie
terapeutiche, riabilitative ed assistenziali offerte dalle varie equipe
dell’OPG di Castiglione delle Stiviere. L’alta specializzazione
raggiunta nella cura e recupero dei pazienti psichiatrici autori di
reato è frutto di anni di lavori in cui si sono affinate le tecniche e
si è creato una cultura di intervento specifico in psichiatria forense.
Questa specifica modalità di lavoro in rete con i vari DSM di
appartenenza dei pazienti e le altre agenzie che intervengono sul
disagio, l’attenzione rivolta verso i familiari e le varie Associazioni
di volontariato presente nel territorio italiano, fanno dell’OPG una
struttura di avanguardia in campo nazionale. La struttura di Castiglione
delle Stiviere si distingue inoltre per essere completamente sanitaria,
quindi senza agenti di polizia penitenziaria, ma solo personale
sanitario afferente al Ministero della Salute e con l’unica sezione
femminile d’Italia presente al suo interno. L’OPG di Castiglione ha
anticipato il DPCM del 1 aprile 2008 nell’essere completamente a carico
del Ministero della Salute e nell’erogare parità di servizio ai pazienti
giudiziari rispetto a quanto viene fatto in ambito civile.
Sono stati presentati molti dei progetti obiettivi in atto presso questa
struttura e, senza elencarli tutti, ricordiamo: il Progetto “Arcadia” in
partnership con il Solco di Mantova (Luca Ruberti, La casa Circondariale
di Mantova (Dott. E. Baraniello), La valle dei Fiori (U. e A. Orlandelli),
ma soprattutto la Facoltà di Architettura Polo di Mantova del
Politecnico di Milano (Prof. C. Stevan e Prof. M. Biancone), per il
recupero del parco verde della Ghisiola in cui è immerso l’OPG. Progetto
pilota e sperimentale che vede l’impegno di tutti ed è partito con il
contributo FSE della Regione Lombardia.
L’atelier di Pittura con la sua importante conduttrice Prof.ssa S.
Crescini che ha illustrato le opere dei pazienti, in particolare quelle
delle madri figlicide. Spesso è un canale di sottile comunicazione tra
paziente e conduttrice che, quando possibile, si fa portatrice, con
l’avvallo dell’autore o dell’autrice, delle istanze conflittuali emerse
durante il lavoro creativo, alle varie equipes curanti.
È stato presentato un altro progetto pilota di film-terapia in
partnership tra il prof. Mastronardi e la sua equipe e l’OPG di
Castiglione (Dott. Rivellini e gli altri componenti dell’equipe
interna). Alla Dott.ssa Rasio (Educatore Professionale dell’OPG di
Castiglione, è stato affidato il compito di illustrare le numerose
attività e progetti esterni all’OPG specifiche della sezione femminile:
Progetto Equatore, Partecipazione al premio letterario “G. Acerbi”,
progetto Biblioteca ecc.
I pazienti OPG si trovano inseriti, in uno o più progetti a secondo
delle loro attitudine e bisogni, o in altre attività presenti
all’interno della struttura OPG: quella motoria con le sue varie
diramazioni (tennis; bocce, pallavolo, trekking, idrogginastica
all’aperto dentro l’OPG stesso (piscina interna) ed al chiuso in una
piscina coperta in una delle cittadine vicine. Inoltre vi sono:: Atelier
di Pittura, Polo Psico-pedagogico (redazione giornalistica, teatro,
corso di musica, thai chi chi, biblioteca ecc.), Formazione con i suoi
corsi professionali nella struttura interna (Microcomunità) destinata a
pazienti per ambo-sesssi) denominata Servizio di Continuità
Riabilitativa. A questa accedono i pazienti prossimi alla dimissione che
hanno raggiunto buone capacità di aderire ai programmi formativi
mantenendo la costanza dell’impegno e buona capacità di apprendimento.
In questo modo acquisiscono importanti strumenti di formazione lavoro da
potere spendere in una valida dimissione dall’Istituto.
Ha chiuso il congresso la tavola rotonda sul decreto del Presidente del
Consiglio dei Ministri (DPCM del 1 aprile 2008) che ha sancito il
passaggio della Medicina Penitenziaria dal Ministero della Giustizia al
Ministero della Salute e quindi alle Regioni e DSM competenti per
territorio. I relatori presenti hanno dato tutti un valido contributo
sullo stato dell’arte della realizzazione di questo decreto. È ormai
riconosciuto da tutti che lo spirito del decreto è stato di una
importanza tale da paragonarlo ad altri movimenti di trasformazione
(come la legge 180). Purtroppo all’enunciato non ha seguito così
automaticamente la realizzazione, che anzi ha registrato un passaggio
indietro: la presenza dei direttori amministrativi nei quattro OPG di
Aversa, Napoli, Montelupo e Reggio Emilia. Ad eccezione di Barcellona
Pozzo di Gotto che gravita sulla Sicilia che è una Regione a Statuto
speciale che non ha aderito al DPCM e di quello di Castiglione delle
Stiviere (OPG Sanitario) che all’opposto ha realizzato in pieno, perché
già così strutturato e gestito, tutti i principi del DPCM. Infatti, se
fosse superabile il problema dei costi, tutti gli altri potrebbero
diventare “ OPG” a modello di Castiglione. Lo stato dell’arte comunque
vede un ritorno indietro, con aumento del numero dei pazienti nei 6 OPG,
la direzione di quattro OPG gestiti da un direttore Ammnistrativo (che
seppure professionalmente validi) sono delle figure inadatte a gestire
una struttura che dovrebbe muoversi verso l’ambito sanitario. Vede anche
una spaccatura tra nord e sud sul recepimento del DPCM che, a parte
Barcellona che non l’ha proprio recepito, nelle altre due strutture il
DAP non ha tutelato gli ex-direttori, rimasti in balia di se stessi. Un
po’ diversamente è avvenuto in Toscana e meglio ancora nell’Emilia
Romagna. Il DAP, non sostenendoli, di fatto non ha permesso di fare
pesare sulle ASL la loro professionalità e l’alta esperienza svolta in
tutti questi anni in quegli Istituti, pur con la scarsezza di mezzi che
avevano a disposizione.
Infine diverse velocità si sono verificate nelle diverse Regioni, a
parte quelle virtuose della Lombardia, Emilia Romagna e Toscana, le
altre si stanno muovendo a macchia di leopardo e qualcuna non si sta
muovendo affatto. Entrando nel merito dell’allegato C e nelle tre fasi
da attuare il loro superamento: la prima avrebbe dovuto concludersi nel
2008 con lo sgonfiamento degli OPG perché i detenuti in 148 C.P.
(sopraggiunta infermità mentale nel condannato) e le osservazioni
psichiatriche art. 112 DPR 230/2000 O.P. sarebbero dovuti transitare
presso le cliniche speciali, appositamente costruite in alcuni carceri.
(inattuato). Le misure di sicurezza art. 222 C.P. e i pazienti in Casa
di cura e Custodia, avrebbero dovuto passare alle regioni di loro
competenza alla scadenza naturale della Misura di Sicurezza (inattuato).
La seconda fase: regionalizzazione ed aggregazione per macroaree, è ben
lontana dall’attuazione, così le Regioni non si sono mosse per
finanziare progetti specifici per prendersi in carico i pazienti degli
OPG extra-regionali. Queste sono alcune, le più salienti, delle
difficoltà di attuazione del DPCM. Si spera che si possa ricostruire il
tavoro nazionale stato-regione a Roma, questa volta con la
partecipazione attiva del DAP, ma anche, e soprattutto, con la
rappresentanza della Magistratura, trascurata nella prima fase di avvio.
Certamente oggi si parla di dilatazione dei tempi, sperando che questo
non comporti anche il fallimento (che non si augura più nessuno).Il DPCM
purtroppo porta nella sua stesura un errore di base che, in nessun punto
di esso, è stato previsto quale avrebbe dovuto essere l’equipe adeguata
per affrontare i casi complessi della psichiatria giudiziaria, con
competenza in ambito psichiatrico forense ed i relativi costi. Tutto
questo per garantire, almeno per i 5 OPG ex-ministeriali, il principio
fondamentale di dare parità di cura al paziente giudiziario come si fa
con quello civile.
Infine l’OPG di Castiglione rimane un “Osservatorio nazionale” per
l’esecuzioni delle misure di sicurezza per le donne autrice di reato,
ritenute non imputabilità per vizio totale o parziale di mente, in grado
di monitorare l’andamento nazionale dei reati al femminile in
considerazione della specifica patologia di genere emersa nel Congresso