Intervento di Federico Spandonaro – CEIS Tor Vergata
La psoriasi è una patologia che può avere conseguenze importanti sulle
relazioni sociali e sulla qualità di vita delle persone che ne sono
affette. L’impatto della malattia sugli individui sembra non essere
direttamente correlato con l’ampiezza della superficie cutanea coinvolta
o con il grado di gravità, ma piuttosto con la zona colpita, con il modo
di porsi del paziente nei confronti della malattia e con la sua capacità
di affrontare gli aspetti sociali della malattia stessa. La qualità
della vita delle persone con psoriasi risulta significativamente
peggiore di quella degli adulti sani della stessa ed invalidante tanto
quanto altre malattie comunemente considerate più gravi come ad esempio
il diabete, lo scompenso cardiaco e il cancro.
Uno studio condotto in Italia su 372 pazienti afferenti a Centri Psocare
dimostra che in media un paziente su due deve essere ricoverato una
volta l’anno; inoltre, ogni paziente ricorre mediamente 1,2 volte l’anno
al ricovero diurno, e viene visitato 7 volte l’anno dal dermatologo o in
centri specializzati. È inoltre frequente il ricorso alla diagnostica
per immagini (Rx, TAC, etc.) e alle indagini di laboratorio: in più di
un quarto dei casi vengono prescritti controlli mensili e nel 50% dei
casi semestrali o trimestrali.
I costi diretti per il SSN sono rilevanti: si stima che, solo per i
ricoveri, in media ogni paziente costa 2.175 € annui.
Ma il costo più rilevante della malattia è quello sociale che ricade
direttamente sui pazienti.
Si stima che i costi dalla perdita di giornate di lavoro e dalla
rinuncia a svolgere le proprie attività quotidiane, nell’ipotesi più
prudenziale, ammontino a 1.400 € annui; considerando in modo estensivo
tali costi, si valuta che possano arrivare a raddoppiare i costi
diretti.
A questi costi vanno aggiunti quelli derivanti dalla perdita di qualità
della vita. Si consideri che la malattia ha una insorgenza mediamente
precoce e, trattandosi di una malattia cronica, costringe il paziente a
conviverci per lunghissimi periodi di tempo: nei pazienti studiati l’età
media all’insorgenza è intorno ai 30 anni, si ha una diagnosi mediamente
dopo 2 anni, e i pazienti convivono con la malattia già da 19 anni.
Fortunatamente le attuali terapie sono in grado di ottenere risultati
importanti in termini di remissione della patologia; pur trattandosi di
pazienti afferenti a Centri specializzati, si è infatti riscontrato un
PASI (punteggio che esprime la severità della malattia) relativamente
basso: presumibilmente il risultato è da attribuirsi alla presenza di
pazienti in cui la malattia è in fase di remissione e che si recano nei
Centri per controllo.
Ciò nonostante, come si è detto precedentemente, l’utilizzo di servizi
sanitari (in primo luogo i ricoveri) rimane importante e,
principalmente, rimane critica la dimensione della qualità della vita.
Utilizzando i punteggi di DLQI (questionario sulla qualità della vita
nei pazienti dermatologici) si è osservato che quasi il 18% dei pazienti
registra punteggi severi, con un picco di quasi il 30% nella classe 40
50 anni. L’aspetto psicologico è quello che risulta decisamente
prevalente nello spiegare la perdita di qualità della vita, sebbene il
dolore e alcuni stati aggravanti, quali l’artrite, contribuiscono
significativamente. Anche il continuo ricorso ai servizi sanitari e in
particolare al ricovero, rappresenta un fattore di disagio.
L’impatto psicologico della patologia è maggiore sulle donne, mediamente
svantaggiate anche in termini di accesso ai servizi sanitari.
L’impatto sulla qualità della vita si conferma in definitiva l’elemento
chiave di valutazione: in media il 20% di pazienti registra perdite di
oltre il 40% della qualità della vita (e oltre il 50% dei pazienti di
almeno il 20%); l’impatto sociale è particolarmente rilevante perché va
moltiplicato per orizzonti lunghi di convivenza con la malattia.
Quindi le terapie vanno valutate, oltre che per la loro efficacia
clinica, per il loro impatto sociale, ovvero per i benefici in termini
di qualità della vita: gli elementi maggiormente qualificanti sembrano
essere la capacità di tenere sotto controllo la malattia nel lungo
periodo, contribuendo a rassicurare psicologicamente il paziente, la
riduzione dei disagi derivanti dal continuo ricorso ai servizi sanitari
e in particolare al ricovero, la riduzione dei sintomi (in particolare
quelli dolorosi), e quelli cutanei ad elevato impatto visivo che
incidono sulla normale vita sociale.
Su questa strada si è mosso da tempo in Inghilterra il NICE (National
Institute for Health and Clinical Excellence) che, basandosi su studi
controllati disponibili, ha messo a punto un modello per determinare il
rapporto costo-utilità delle nuove terapie con biologici. Alla fine
della sua valutazione il NICE ha raccomandato etanercept per il
trattamento di adulti affetti da psoriasi, quando il paziente presenta
un punteggio del PASI (Psoriasis Area Severità Index) maggiore o uguale
a 10 punti e DLQI (Dermatology Life Quality Index) maggiore di 10 e non
ha risposto, o è intollerante o ha controindicazioni alla terapia
sistemica tradizionale. Infine campagne di sensibilizzazione e supporto
psicologico alle donne sembrano fondamentali per ridurre una evidente
iniquità di accesso e ridurre lo stigma sociale.
Il programma Psocare
Psocare è un programma di ricerca sulla psoriasi promosso dall'Agenzia
Italiana del Farmaco (AIFA) e condotto in collaborazione con le società
scientifiche dermatologiche (SIDeMaST e ADOI), con le associazioni dei
pazienti (ADIPSO) e coordinato per la parte tecnica dal Centro Studi
GISED.
Il programma di ricerca Psocare intende valutare i risultati a lungo
termine delle cure disponibili oggi in Italia, allo scopo di migliorare
l'assistenza e la qualità della vita delle persone che soffrono di
psoriasi nel nostro Paese, oltre ad armonizzare le strategie di
trattamento della patologia. La rete dei Centri Psocare rappresenta una
risorsa per lo sviluppo futuro della sperimentazione clinica
indipendente in dermatologia.
I Centri Psocare riconosciuti in Italia sono 154, di cui attivi 152.
La regione con il maggior numero di Centri è la Lombardia (19), seguita
da Campania e Toscana (13), Lazio e Sicilia (12), Emilia Romagna (11),
Piemonte (10), Veneto (9), Calabria e Puglia (8), Liguria (7), Abruzzo e
Marche (6), Friuli Venezia-Giulia e Trentino Alto-Adige (5), Sardegna
(4), Umbria (2), Basilicata e Molise (1).
Una recente rilevazione (dicembre 2008) ha evidenziato che una
proporzione variabile tra il 10% ed il 30% dei pazienti con psoriasi che
afferiscono ad un centro specialistico dermatologico, presenta segni di
artrite psoriasica.
Il riconoscimento precoce di questa grave evoluzione della patologia è
importante per limitare le conseguenze invalidanti della malattia e,
dunque, una gestione integrata dermatologico-reumatologica sembra
offrire particolari vantaggi in termini di armonizzazione dei
trattamenti e di continuità terapeutica. Al fine di migliorare
l'assistenza, nell'ambito della rete Psocare, la gestione dell'artropatia
psoriasica è estesa a quei centri nei quali esista una competenza
reumatologica.
I Centri nei quali è attivo un ambulatorio congiunto
dermatologico-reumatologico si trovano in Puglia, Campania, Emilia
Romagna, Friuli Venezia -Giulia, Lombardia, Liguria, Sardegna, Sicilia,
Abruzzo, Toscana, Lazio, Trentino Alto -Adige.
Intervista al professor Torello Lotti
Direttore Clinica Dermatologica 2, Università degli
Studi di Firenze
Associate Editor della rivista Dermatologic Therapy
D: Come nasce l’idea del documento di consenso pubblicato sulla
rivista Dermatologic Therapy?
R: Dermatologic Therapy è una prestigiosa rivista scientifica
interamente dedicata alla dermatologia e, nel settore specifico, è la
pubblicazione maggiormente citata fra tutte le riviste internazionali
che si occupano di questa branca specialistica. Per queste ragioni, la
pubblicazione del documento di consenso su Dermatologic Therapy acquista
un grande valore. Si tratta del primo studio in assoluto sulla
“fisiologicità” del meccanismo d’azione dei farmaci biologici nella cura
della psoriasi. Lo studio, che permette di conoscere le specificità e i
diversi meccanismi che regolano l’utilizzo e l’efficacia di questi
farmaci, è corredato di dati importanti che rappresentano, per la prima
volta, una casistica reale dell’incidenza della malattia e
dell’approccio clinico.
D: A proposito di dati, qual è l’incidenza globale della
psoriasi?
R: Sono 125 milioni i pazienti di psoriasi nel mondo, circa il
2-3% della popolazione. L’impatto di questa malattia che, ricordiamo, ha
un’evoluzione cronica recidivante, anche quando si presenta nella forma
“moderata”, è comparabile a quello di neoplasie maligne, cardiopatie,
malattie respiratorie croniche. Ovviamente l’impatto è più elevato nelle
forme gravi, che contemplano, nel 30% dei casi, l’artrite psoriasica.
D: I farmaci biologici sono davvero la terapia d’avanguardia
nella cura della psoriasi?
R: E’ ormai assodato e convalidato da anni di sperimentazioni
che i farmaci biologici sono l’unica risposta terapeutica efficace e
prolungata nel tempo, adeguata alle esigenze e alle “criticità” dei
pazienti, modulabile negli interventi secondo le fasi recidivanti della
malattia. Inoltre, un dato assolutamente da non sottovalutare è
l’assenza di tossicità di organo; vale a dire che, una volta iniziata la
cura, si può procedere senza limiti di tempo, poiché i farmaci biologici
servono a correggere le anomalie del sistema immunitario, che sono
limitate proprio dall’attività dei biologici solo sulla molecola TNF o
sul recettore CD11 dei linfociti.
D: C’è un farmaco biologico che ha un’efficacia specifica nella
cura della psoriasi?
R: Ogni biologico ha la sua specificità. Fra questi,
etanercept si configura come l’anti –TNF di sicura efficacia nel
trattamento della maggior parte dei pazienti con psoriasi a placche, da
moderata a grave e con artrite psoriasica, già a partire dagli stadi
precoci.
etanercept ha un meccanismo d’azione più fisiologico rispetto agli
anticorpi anti-TNF e mantiene la stessa efficacia nel tempo anche quando
viene usato nella cosiddetta “terapia ad intermittenza”. In questo caso,
la sospensione del farmaco è seguita dalla ricomparsa della
sintomatologia, ma senza fenomeni di cambiamenti morfologici della
psoriasi e, alla ripresa del trattamento, si rileva una risposta clinica
analoga al precedente. In sintesi, si può affermare che etanercept è un
recettore solubile e, proprio per questa sua specificità, regola in
maniera del tutto fisiologica i livelli di TFN in circolo.
Intervista al professor Sergio Chimenti
Ordinario di Dermatologia e Venereologia presso
l’Università degli Studi di Tor Vergata e Direttore della Clinica
Dermatologica dell’Università di Roma Tor Vergata
D: Quanti sono in Italia i bambini che soffrono di psoriasi?
R: La psoriasi è una patologia presente in età pediatrica.
Tuttavia, mentre siamo in possesso di stime attendibili sull’incidenza
globale della malattia, la diffusione in età pediatrica non è ben nota,
poiché tutti gli studi epidemiologici condotti non hanno fornito dati
precisi o confrontabili nel tempo, né sull’incidenza né sulle fasce
d’età maggiormente colpite. Possiamo comunque affermare che una parte
considerevole dei bambini manifesta la malattia al di sotto dei sedici
anni.
D: Quali sono le forme più diffuse tra i bambini?
R: Dalla nostra esperienza clinica, possiamo dire che la forma
più diffusa è la psoriasi “guttata”, che può evolvere verso la
guarigione o verso la più comune forma di psoriasi, quella cosiddetta
“volgare”, caratterizzata da chiazze distribuite ai gomiti, alle
ginocchia, sul cuoio capelluto.
La psoriasi guttata può essere in alcuni casi la conseguenza di una
tonsillite o, in generale di una infezione faringo-tonsillare di origine
streptococcica. Abbiamo anche osservato casi di psoriasi pustolosa in
età pediatrica.
D: E’ difficile diagnosticare la malattia nei bambini?
R: Nelle forme più gravi e conclamate non è difficile; può
esserlo invece nelle forme lievi perché la patologia può essere confusa
con la dermatite atopica o seborroica o con la cosiddetta “dermatite da
pannolino”. E’ importante, per la corretta gestione del bambino
psoriasico, avere una particolare attenzione alle possibili
ripercussioni psicologiche sull’intero nucleo familiare; ripercussioni
che si accentuano prima e durante l’adolescenza. La collaborazione tra
genitori e medico specialista, in tal senso, è fondamentale.
D: Qual è l’approccio terapeutico più efficace?
R: Premesso che nei bambini è necessario privilegiare la
sicurezza della terapia farmacologia rispetto alla velocità dei
risultati, oggi l’approccio terapeutico che prefigura un ampio spettro
di efficacia e sicurezza è l’utilizzo dei farmaci biologici, progettati
per colpire molecole specifiche del sistema immunitario che scatenano lo
sviluppo delle placche psoriasiche.
In Italia siamo stati i primi ad avviare la sperimentazione sui pazienti
in età pediatrica con etanercept , che si è dimostrato un farmaco
efficace in uno studio multicentrico, condotto su bambini e adolescenti
con psoriasi moderata e grave.
Dopo di noi, gli Stati Uniti ed il Canada hanno effettuato una
sperimentazione su oltre cento bambini, riscontrando gli stessi,
positivi risultati. L’Agenzia Europea dei Medicinali (EMEA) ha
autorizzato e registrato l’etanercept; attendiamo la sua autorizzazione
in Italia per poter somministrare il farmaco nell’ambito delle strutture
universitarie ospedaliere.
D: In generale, quali sono i vantaggi, in termini di efficacia e
sicurezza, dell’uso dei farmaci biologici nella cura della psoriasi?
R: Le terapie biologiche hanno dimostrato una elevata
efficacia nel tempo, una sicurezza a lungo termine e un piano
terapeutico più semplificato rispetto alle terapie convenzionali. In
particolare, l’etanercept ha un meccanismo d’azione più “fisiologico” e
mantiene la sua efficacia nel tempo anche quando viene usato in maniera
intermittente.