Con oltre 190mila casi
ogni anno in Italia, uno ogni 3 minuti, di cui l'80% sono nuovi episodi
e il 20% recidive che riguardano soggetti precedentemente colpiti, e
70mila decessi (il 10-12% di tutti i decessi per anno), l’ictus
celebrale rappresenta un serio problema di salute pubblica, risultando
la prima causa di invalidità, la seconda di demenza (dopo l’Alzheimer) e
la terza di mortalità (dopo malattie cardiovascolari e neoplasie) tra
gli adulti nei paesi industrializzati.
È un’emergenza neurologica che colpisce soprattutto gli anziani, con una
prevalenza nella fascia di età 65-84 anni del 6,5%, leggermente più alta
negli uomini (7,4%) rispetto alle donne (5,9%) e con un’incidenza che
aumenta progressivamente con l'età raggiungendo il valore massimo negli
ultra ottantacinquenni (il 75% degli ictus colpisce i soggetti over 65).
Dati allarmanti ma in progressivo miglioramento grazie ai traguardi
raggiunti dalla ricerca clinica e farmacologica negli ultimi dieci anni,
alla definizione di nuovi modelli organizzativi all’interno delle
strutture sanitarie (le Stroke Unit) ed alla formazione di personale
specializzato.
Questi temi sono al centro del Convegno “L’ictus celebrale in fase
acuta: pratica clinica, modelli organizzativi e progetti di sviluppo per
migliorare l’offerta di cura” organizzato dalla Struttura Complessa
di Neurologia dell’Azienda Ospedaliera “Ospedale di Lecco – con il
patrocinio della Società Italiana di Neurologia, SIN-SNO Lombardia,
Regione Lombardia e con la collaborazione di Boehringer Ingelheim
Italia, in programma a Lecco il 29 gennaio 2009 presso l’Aula
Magna dell’Ospedale “A. Manzoni” (Via dell’Eremo 9/11 – Lecco).
“Negli ultimi dieci anni la sopravvivenza dopo un ictus è cresciuta
del 10% ed è salito il numero di quanti lo superano senza grave
invalidità - sottolinea Elio Agostoni, Direttore della
Struttura complessa di Neurologia, Dipartimento di Neuroscienze A.O.
“Ospedale di Lecco”- Molto resta ancora da fare, soprattutto per
quanto riguarda l'assistenza, dall'evento acuto alla riabilitazione; per
chi è colpito da un ictus, infatti, solo un'assistenza davvero adeguata
può evitare peggioramenti senza gravi disabilità se non addirittura la
morte. Per questo motivo a volte può risultare indispensabile seguire un
preciso percorso assistenziale che va dalle primissime fasi
d’intervento, ricovero in una stroke unit con équipe multidisciplinari,
trombolisi e accesso alla diagnostica per immagini, fino alla dimissione
protetta con reinserimento sociale e familiare del paziente”.
Per migliorare l’assistenza ai malati, negli ultimi anni sono nate anche
in Italia le stroke unit, strutture in cui il paziente viene trattato in
modo multidisciplinare e integrato. Il primo intervento fondamentale è
quello di accertare il prima possibile, con tac o risonanza magnetica,
se si tratta di ischemia o emorragia; in caso di ictus ischemico, lì
dove indicato, la terapia da somministrare è la trombolisi che agisce
sciogliendo i coaguli di sangue.
“L’introduzione della trombolisi nella pratica clinica ha permesso di
raggiungere risultati importanti rappresentando la migliore cura
possibile per il trattamento del paziente colpito da ictus celebrale
ischemico – osserva Danilo Toni, Direttore Unità di
Trattamento Neurovascolare, Policlinico Umberto I di Roma - La
terapia precoce resta il caposaldo nella terapia dell’ictus acuto ed è
di importanza vitale che i pazienti giunti ad una stroke unit e idonei
al trattamento trombolitico, vi vengano sottoposti senza indugi.
L'importante è agire nel minor tempo possibile poiché le cellule
nervose, private dell’ossigeno portato dal sangue, muoiono in pochi
minuti – continua Toni – In soccorso di pazienti e medici
arrivano i dati di alcuni studi internazionali che hanno evidenziato la
possibilità di estendere la finestra temporale entro cui sottoporsi al
trattamento dalle 3 alle 4,5 ore dall’insorgenza dell’ictus.”
“Nonostante l’esistenza di Linee di indirizzo nazionali, si registra
una notevole disomogeneità dei modelli organizzativi regionali in tutte
le fasi assistenziali e non in tutte le regioni sono stati istituiti dei
percorsi ad hoc dedicati all’assistenza dei pazienti con ictus –
evidenzia Domenico Consoli, Presidente della SNO - Le stroke
unit, dove i malati sono seguiti da un gruppo multidisciplinare
costituito da infermiere, fisioterapista, logopedista e medico, in
genere un neurologo, e altri, fisiatra, cardiologo, rianimatore, sono
ancora insufficienti. Quelle autorizzate alla somministrazione della
terapia trombolitica sono circa 90, distribuite in prevalenza al centro
e nord del Paese. Dovrebbero essere molte di più, così da garantire a
tutti i cittadini un Sistema Sanitario omogeneo ed uguali possibilità di
cura indipendentemente dalla regione di domicilio”.
In Lombardia esiste un alto livello di attenzione sull’assistenza
all’ictus con la presenza di 31 stroke unit che sono organizzate in rete
nell’ambito del progetto regionale SUN ( Stroke Unit Network) coordinato
dal dott Giuseppe Micieli.La Regione Lombardia inoltre finanzia
nell’ambito dei progetti innovativi regionali del Piano
Cardiocerebrovascolare un importante progetto “L’ictus cerebrale in una
macro-area della regione Lombardia: razionalizzazione della rete
dell’emergenza-urgenza e sviluppo dell’interfaccia territorio-ospedale
nelle province di Sondrio, Lecco, Como e Varese” coordinato dal dott.
Elio Agostoni.
“L’ictus cerebrale è una patologia ad alto impatto socio-sanitario
per l’elevata incidenza e mortalità e per il notevole grado di
disabilità che determina – sottolinea Elio Agostoni -
Arrivare in una stroke unit significa avere migliori probabilità di
sopravvivenza e minori rischi di uscire menomati dalla malattia. Ma c'è
un altro problema – spiega il Dott. Mario Landriscina
Responsabile 118 di Como - spesso è difficile riconoscere i sintomi
di un ictus e non si pensa di correre subito al pronto soccorso. Una
improvvisa difficoltà a parlare, una bocca che si storta o un braccio
che non si riesce più a sollevare suggeriscono la necessità di chiamare
il 118.”