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Anna Carderi -
psicologa |
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La sindrome del trauma da
abuso sessuale è una comune reazione allo stupro o assalto sessuale.
Costituisce un evento traumatico e stressante che scatena una situazione
di crisi, definibile come momento di rottura dell’equilibrio tra
l’ambiente e le capacità di adattamento dell’Io.
Il trauma da abuso sessuale è strettamente legato al Disurbo Post
Traumatico da Stress poiché espone la persona a eventi stressanti di
gravità oggettiva estrema, con minaccia per la vita o la propria
integrità fisica.
L’abuso sessuale licita nella vittima aspetti post-traumatici come senso
di impotenza, immagine negativa di sé, perdita di fiducia nel prossimo,
timore di pericolo incombente, paura di uscire, sentimenti di vergogna e
di colpa, apatia, incubi, depressione, ansia, difficoltà ad avere
rapporti sessuali, istinti suicidi.
Immediatamente dopo
l’abuso la vittima può reagire manifestando verbalmente o emotivamente i
propri sentimenti di paura, rabbia, incredulità o mantenere un
atteggiamento controllato nell'espressione degli affetti fino al
mutismo, in una sorta di anestesia emotiva (Martin, 1983). In entrambe
le situazioni le reazioni immediate alla violenza sessuale possono
essere caratterizzate da compostezza con controllo della sofferenza;
sentimenti di colpa, vergogna, impotenza ed autodenigrazione, rabbia ed
aggressività; smarrimento e perdita della capacità di
autodeterminazione; comportamenti di evitamento; sintomi ansiosi;
abbassamento del tono dell'umore o disforia; pensieri intrusivi, paure e
fobie legate al trauma; ideazioni e comportamenti autolesivi;
depersonalizzazione, derealizzazione e amnesia psicogena; disturbi del
sonno; reazioni somatiche, acting-out associati ad alcolismo, abuso di
farmaci e droghe. Alto è anche il rischio di comportamenti autolesivi.
L’autolesionismo può essere letto come il tentativo di calmare intense
sensazioni di paura, ansia, dolore o disperazione e abbandono oppure per
esprimere il proprio dolore o per chiedere aiuto o punirsi dell’abuso di
cui si sentono responsabili. Spesso le superstiti provano un forte senso
di disperazione durante e dopo un assalto sessuale e si sentono come se
una parte di loro fosse morta.
I sentimenti di
disperazione e di hopelessness possono essere talmente gravi da
configurare un quadro di Episodio Depressivo Maggiore (Beck, Ward,
Mendelshon, Calhoun, Atkeson). Inoltre, ideazioni e comportamenti
parasuicidari e suicidari si manifestano dal 2.9 al 27% dei casi nel
mese successivo allo stupro e nel 50% dei casi da uno a sedici anni
dalla violenza sessuale. In queste donne il suicidio spesso sembra
essere la sola soluzione per mettere fine alle tremende sensazioni di
dolore e afflizione provato.
Successiva a questa prima fase è quella dell’aggiustamento esteriore. La
vittima cerca di riprendere le fila della propria vita. I diversi i modi
per farlo vanno dalla minimizzazione (si agisce come se andasse tutto
bene e non fosse successo nulla di grave o “poteva essere peggio”),
drammatizzazione (bisogno di parlare continuamente dell’assalto) o
soppressione (rifiuto di parlare dell’evento traumatico) al tentativo di
spiegare e analizzare l’accaduto. Alcune sopravvissute nel tentativo di
fuggire dal dolore provocato dall’evento cambiano casa, lavoro, look,
relazioni familiari o amicali e così via (Flight). Comune è il rifiuto
di allontanarsi da casa, avvicinarsi ai luoghi dove è avvenuto l’evento
traumatico o che ricordino il luogo dove è avvenuto.
Sono da collegarsi a questa fase crescenti sentimenti di ansia
generalizzata ed espressa in forma libera, forti sbalzi di umore,
depressione, senso di disperazione, paura persistente o fobie, rabbia,
disturbi del sonno (incubi, insonnia) processo di negazione,
ipervigilanza, problemi sessuali, difficoltà di concentrazione.
Frequente è pure lo scatenarsi di un disturbo alimentare come tentativo
di riappropriarsi del controllo del proprio corpo che l’assalto sessuale
ha fatto vacillare.
È presente intenso malessere psicologico a stimoli che ricordano o
simbolizzano il trauma, con possibili flashback, illusioni e stati
dissociativi.
A essa segue la fase emotiva, caratterizzata da depressione,
ripensamento sull’evento, ritorno della rabbia. In questo stadio
predominano sintomi emotivi come colpa, vergogna, senso di
depauperamento, senso di diversità dagli altri, sfiducia nelle proprie
capacità, percezione di sé come vittima, abbassamento dell’autostima,
disturbi somatici, ritiro sociale, comportamenti ossessivo - compulsivi.
Quarta e ultima fase è quella di risoluzione. Purtroppo solo nel 20%
circa dei casi si completa entro due anni. Nel restante 80% gli effetti
psichici dello stupro tendono a cronicizzare o a manifestarsi in
disturbi strutturati a lungo termine (ansia, attacchi di panico,
disturbi del sonno, disturbi della condotta alimentare, comportamenti
sociali inadeguati, isolamento, senso di colpa pervasivi, attaccamento
morboso a figure significative, problemi interpersonali, comportamenti
autodistruttivi, problemi sessuali, etc.); i disturbi depressivi
permangono sino a molti anni dopo il trauma e aumenta il rischio
suicidario.
La risoluzione, quando possibile, dell’evento dipende dalle
caratteristiche e dall’identità dell'aggressione, dalla vulnerabilità
della vittima rispetto all'età e alla sua situazione psicologica, dal
supporto familiare e sociale, dall'adeguatezza delle cure ricevute sin
dal primo momento, nelle due componenti fisiche ed emozionali passaggio
da "vittima a sopravvissuto“ (Hampthon). Fattori facilitanti lo stesso
trattamento sono per esempio il tipo del trauma (psicologico, fisico),
le conseguenze fisiche che esso comporta, le modalità con cui esse
possono essere elaborate, il possibile riattivarsi di traumi latenti
nella storia personale ma soprattutto la fase di sviluppo o del ciclo di
vita in cui il soggetto è stato colpito dal trauma.
Una valutazione accurata e una presa in carico immediata e integrata,
fisica e psichica, possono agire da rinforzo alla risoluzione del
trauma.
La terapia deve essere personalizzata. L’obiettivo è di arrestare
qualunque peggioramento futuro, prevenire i disturbi psichici e
psicosomatici, oltre che fisici, che la vittima può sviluppare, sia a
breve, sia a lungo termine (Hampton, 1995; Hendriks-Matthews, 1993).
Altro obiettivo terapeutico riguarda la rabbia provata dalla vittima.
Essa va riconosciuta e diretta appropriatamente.
La terapia di gruppo, familiare o strategica che sia, è mirata a
sostenere le aree funzionali dell’Io in modo da ristabilire l’integrità
del paziente come persona, favorendo una corretta elaborazione dei
ricordi legati all’abuso, lavorando sulle emozioni della vittima per
evitare che identifichi la violenza subita con l’atto sessuale,
provocando un conseguente blocco della vita affettiva e sessuale.
Inoltre va affrontato il vissuto negativo legato al ruolo di vittima in
vista dell’assunzione del ruolo di sopravvissuta.
Il fine ultimo è la riparazione del trauma.