Aumenta
la prospettiva di vita della donna colpita dal tumore del seno per la
disponibilità di cure più efficaci e per la messa a punto di nuovi test
predittivi e di diagnosi precoce. La sopravvivenza, che oggi a 10 anni
dall'intervento chirurgico è arrivata al 60 per cento dei casi,
aumenterà ulteriormente nei prossimi anni grazie al costante progresso
scientifico. È questo, in estrema sintesi, il messaggio del 31 Simposio
Annuale sul Cancro del Seno, massimo appuntamento mondiale in materia,
che, nelle settimane passate, ha richiamato nella cittadina americana 8
mila esperti che si sono confrontati su ben 1.414 relazioni.
Due importanti progressi effettuati recentemente in questo campo della
medicina, che tutt'oggi fa registrare oltre 1 milione e 300 mila nuovi
casi annui nel mondo - con un incremento del 30 per cento negli ultimi
25 anni - 430 mila dei quali in Europa e 40 mila in Italia, sono stati
ricordati con due prestigiosi premi dell'Associazione Americana per la
Ricerca sul Cancro assegnati a Douglas Easton e Joan Massagué.
Meno bisturi
Douglas è lo scopritore dello stretto rapporto esistente tra le
mutazioni dei due geni BRCA1 e BRCA2 e molti tumori del seno. Dalla sua
scoperta è derivato un test genetico che individua precocemente le donne
a rischio per curarle in modo mirato. La Massagué invece ha
scoperto una predisposizione genetica alla metastasi polmonare del
tumore del seno, consentendo di selezionare le pazienti a rischio e
quindi di curarle meglio.
Ma venendo alle ultime novità della ricerca clinica e di laboratorio,
tra le più promettenti c'è lo studio AZURE, che ha dimostrato
l'efficacia sul tumore del seno dell'acido zoledronico, farmaco finora
indicato per il mieloma multiplo e per le metastasi ossee, quando viene
somministrato in combinazione con la chemioterapia.
Lo studio AZURE sta osservando su 3.360 donne in pre e postmenopausa,
affette da tumore al seno al II o III stadio, gli effetti dell'acido
zoledronico dato in aggiunta alla terapia tradizionale (chemio o
radioterapia) prima dell'intervento chirurgico o subito dopo. Un prima
analisi retrospettiva di 205 casi trattati col farmaco in aggiunta alla
chemio prima dell'intervento chirurgico, ed osservati per 5 anni, ha
rivelato una riduzione delle dimensioni del tumore del 33% in più che
con la sola chemio.
Un vantaggio non da poco per il successivo intervento che sarà così meno
demolitivo se non addirittura evitabile, ma anche per la prevenzione di
possibili recidive. "Il goal è che riducendo il tumore aumentano le
donne sulle quali si può conservare meglio il seno e al tempo stesso
diminuiscono potenzialmente le conseguenze della malattia a lungo
termine", dice Matthew Winter, dell'Università di Sheffield,
coordinatore della ricerca. Solo il 65,3 per cento delle donne che hanno
avuto la terapia combinata infatti è andata all'intervento contro il
77,9 per cento di quelle che hanno avuto la sola chemio.
Diminuiscono le recidive
Buone notizie anche per le donne in postmenopausa con tumore al seno in
fase iniziale ad eziologia ormonale, che rappresenta il 70 per cento dei
tumori al seno. Già nel 2005 lo studio BIG 1-98 su 8000 donne ha
dimostrato la maggior efficacia del letrozolo, farmaco inibitore di un
enzima (l'aromatasi) coinvolto in questi tumori, rispetto al tamoxifen,
il chemioterapico più usato, dando la cura dopo l'intervento chirurgico.
Ora, dopo 5 anni di trattamento, si è vista una riduzione delle recidive
superiore del 13 per cento rispetto al tamoxifen. "Un altro,
importante passo sulla strada della guarigione da questo tipo di tumore,
che, in termini assoluti, farà salire la sopravvivenza dall'attuale 80
all'82-83 per cento", dice l'oncologo Paolo Pronzato,
chairman di una sessione sull'argomento e responsabile di uno dei
"bracci" italiani dello studio (l'Italia ha contribuito col maggiore
numero di pazienti, dopo la Danimarca: 1.285).
Migliora la sopravvivenza anche quando il tumore al seno è del tipo
genetico "HER2 positivo" (20 per cento dei casi): l'herceptin, anticorpo
umanizzato in commercio dal 2.000, abbinato alla chemio prima della
chirurgia, porta al 70 per cento la sopravvivenza senza ricadute contro
il 50 per cento ottenuto somministrando la sola chemio.
Infine, nel campo della individuazione delle persone ad alto rischio,
abbinando ad un questionario un test della saliva (Onco Vue), si riesce
ad individuare le donne aventi un determinato rischio genetico per il
tumore al seno.