L’articolo della prof.ssa
Battaglia riguardo alcuni aspetti della vicenda di Eluana Englaro e alla
definizione di disabilità, è stato per me fonte di stimolo ad alcune
riflessioni sul medesimo tema.
Punto di partenza: nella nostra società il concetto di salute viene
spesso collegato all’assenza di malattia. Secondo la definizione dell’Onu
"la salute è il completo stato di benessere fisico, psichico,
attitudinale di un individuo". Secondo la mia opinione, pertanto, essere
sani non significa per forza non avere una malattia. Invece, secondo
quel tipo di cultura che io definisco “dei benpensanti” alcune
condizioni patologiche, di disabilità e fragilità non sono conciliabili
con una vita degna di essere vissuta, dal momento che il concetto di
dignità della vita viene correlato sempre unicamente a quello di
qualità. E sempre secondo tale corrente di pensiero, alcune condizioni
di cui una persona si trova di essere portatrice vengono definite come
“inumane”.
E’ questo lo schema culturale con cui tendenzialmente ci si approccia,
anche alla vicenda di Eluana Englaro. Spesso, però, si dimentica che
Eluana Englaro non è solo “il caso” da utilizzare come strumento di una
ideologia, ma una persona con la stessa dignità ed i medesimi diritti di
tutte le altre. Il problema, secondo me, è che nella nostra società
spesso prevale il pietismo, non la vera compassione, la vera
condivisione. Bisogna invece ammettere, senza alcun timore di sorta e di
disagio, che la malattia, la disabilità e la fragilità sono condizioni
che fanno parte del nostro vivere.
Ecco perché mi permetto di replicare alla Prof.ssa Battaglia di non
arrivare anche a strumentalizzare la definizione di disabile e
personalmente come disabile non mi sento nella mia condizione “abusato”
come cita la Battaglia “…all’uso - o abuso - ideologico del termine
disabilità?- e contrastare un operazione politica assai ambigua il cui
paradossale risultato è di equipararli a persone che non hanno una vita
biografica ma solo biologica…”
In questi tempi in cui si parla sempre più, con scarsa chiarezza, di
diritto alla morte, del principio di autodeterminazione, di autonomia
del paziente, si deve lavorare concretamente sul riconoscimento della
dignità dell’esistenza di ogni essere umano che deve essere il punto di
partenza e di riferimento di una società che difende il valore
dell’uguaglianza e si impegna affinché la malattia e la disabilità non
siano o diventino criteri di discriminazione sociale e di emarginazione.
Personalmente ritengo che la vita debba essere sempre considerata come
degna. Fatta salva la piena libertà consapevole di scelta degli
individui, mi chiedo: la nostra società mette realmente a disposizione
tutti gli strumenti e le risorse per non fare sentire abbandonate le
fasce deboli e le persone fragili gravemente disabili, come Eluana? Si è
realmente tutti liberi di vivere? Quando si hanno infatti a disposizione
tutti gli strumenti - in primis assistenza e presa in carico - per poter
vivere la propria vita e, con essi, la certezza che nessuno possa dire
che quest’ultima non sia degna di essere vissuta, etichette come
“diversamente vivo”, quelle sì, non hanno davvero più nessuna ragione di
esistere. E mi permetto di chiedere alla Prof.ssa Battaglia: chi è
allora Eluana e chi sono tutte le persone come Lei?
Mario
Melazzini, persona disabile, malata di Sclerosi Laterale Amiotrofica
"Diversamente viva",
l’ultimo schiaffo a Eluana
Pubblicato su Il Secolo
XIX del 12/01/2009
Luisella Battaglia è docente di Filosofia Morale e Bioetica
all’Università di Genova e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica
Stiamo assistendo con pena e sgomento allo svolgersi della storia
infinita di Eluana Englaro il cui ultimo capitolo - o dovremmo dire
"stazione" - di un’inedita Via Crucis medico-burocratica contempla la
sua promozione a «disabile» a seguito di un illuminante intervento di
Eugenia Roccella. Roccella fa riferimento alla Convenzione Onu sui
diritti delle persone disabili per fondare un dovere incondizionato di
cura e di assistenza che riguarderebbe anche la particolarissima
disabilità di Eluana.
Vale dunque la pena di leggere con attenzione tale documento entrato in
vigore nel maggio del 2008 - che è stato definito il primo grande
trattato sui diritti umani siglato nel terzo millennio, un potente
strumento per sradicare ostacoli storici come la discriminazione,
l’isolamento sociale, la marginalizzazione economica, la mancanza di
opportunità di partecipazione alle decisioni in campo politico e
economico.
Il testo, ampio e articolato, si compone di un preambolo, di 50 articoli
e di un protocollo aggiuntivo che riguarda principalmente le procedure
d’appello in caso di violazione dei diritti stabiliti dalla Convenzione
stessa. Nel mondo si stima che vi siano almeno 650 milioni di persone
con disabilità, l’80 per cento delle quali vive nei Paesi in via di
sviluppo: si tratta, dunque, di un decimo della popolazione mondiale ma
oltre due terzi dei membri delle Nazioni Unite non prevedono per esse,
attualmente, nessuna protezione giuridica. La Convenzione, che va a
integrarsi con gli altri atti internazionali concernenti i diritti umani
già esistenti, ha lo scopo di evidenziare la particolare situazione
delle persone con disabilità, al fine di promuovere, proteggere e
assicurare il pieno ed eguale godimento del diritto alla vita, alla
salute, all’istruzione, al lavoro, a una vita indipendente, alla
mobilità, alla libertà d’espressione e, in generale, alla partecipazione
alla vita politica e sociale. Un problema molto dibattuto nel corso
dell’elaborazione del documento è statala definizione stessa di
disabilità. L’articolo i riporta la definizione sulla quale si è
raggiunto l’unanime consenso: "menomazioni fisiche, mentali,
intellettive o sensoriali di lunga durata che, interagendo con varie
barriere, possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione nella
società". Una definizione che riesce francamente molto difficile
applicare a Eluana che si trova da ben 17 anni in stato vegetativo
permanente. Alla luce di tali osservazioni non si può non segnalare,
dopo l’iniziale sbigottimento, la prodigiosa estensione di un concetto
che si colloca ormai tra due estremi: da "diversamente abile"-
denominazione eufemistica e politicamente corretta che vuole indicare le
abilità plurime e le possibilità comunque aperte a soggetti portatori di
handicap - a "diversamente vivo" - denominazione anch’essa eufemistica e
politicamente corretta nel suo valorizzare abilità residue e aprire
possibilità insperate a soggetti, come Eluana Englaro, in stato di coma
permanente.
Le associazioni dei disabili dovrebbero intervenire fermamente dinanzi
all’uso - o abuso - ideologico del termine “disabilità”- e contrastare
un’operazione politica assai ambigua il cui paradossale risultato è di
equipararli a persone che non hanno una vita biografica ma solo
biologica.
Oggi assistiamo a un graduale ma irreversibile scardinamento dei tabù
connessi con la disabilità. Lo stesso drammatico incremento del fenomeno
(dovuto a incidenti stradali o lavorativi o anche l’innalzamento
dell’età media della popolazione) ha favorito la crescita di un
dibattito che insiste sul fatto che la disabilità è una condizione da
porre in relazione con un ambiente fisico, culturale, sociale che non
appare in grado di valorizzare le abilità diverse che la persona
possiede. D’altra parte, l’esperienza del limite che l’handicap
inevitabilmente comporta è una dimensione strutturale dell’esperienza
umana, un dato costitutivo - potremmo dire - della nostra natura. Ora
tale condizione dolorosamente reale per milioni di persone nel mondo
viene usata come arma per impedire, da un lato, l’attuazione della
sentenza che consente di sospendere le cure a Eluana, e,dall’altro, per
criminalizzare il padre che, anziché prestare la doverosa assistenza a
un disabile, perseguirebbe tenacemente un proposito omicida. A quando la
rituale evocazione della barbarie nazista e dei campi di sterminio?
In attesa della prossima puntata di una storia indegna di un Paese
civile, occorre aggiungere che se Eluana è stata ambiguamente "promossa"
a disabile, resta prima di tutto una cittadina affidata legalmente a un
tutore - il padre - il quale può legalmente decidere in suo nome e per
il suo migliore interesse sulla base anche - non si dimentichi - dei
desideri da lei precedentemente espressi e che la Convenzione di Oviedo
raccomanda di tenere in considerazione.