Genova Anno VI - n°36 - 17.11.2008 Pagine Nazionali

del 04/12/2008

 

L’AIDS in Lombardia


L’Assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Luciano Bresciani, assieme ai Dirigenti della Direzione Generale Sanità della Regione Lombardia, Luigi Macchi e Anna Pavan, ha presentato alla stampa i dati sull’AIDS e l’infezione HIV a livello regionale, che verranno discussi nel Workshop della Commissione Regionale AIDS, “Infezione da HIV: una sfida sempre attuale”, che si terrà il 5 dicembre nell’Auditorium ‘Giorgio Gaber’ del Palazzo della Regione.


Nel periodo 2001/31-8-2008 i casi di AIDS registrati in Lombardia sono stati oltre 3.500, di cui più dell’70% maschi. Fino al 2000 i casi di AIDS registrati in Lombardia erano circa 1.000 all’anno, pari al 25% circa dei casi che si registravano a livello nazionale, ma a partire dal 2001 si è registrato un calo costante fino ad arrivare a circa 370 casi nell’intero 2007.
Negli ultimi dieci anni, inoltre, sia per i maschi che per le femmine, la classe di età ove si colloca il maggior numero di casi di malattia è compresa tra 30 e 50 anni. I motivi di tale avanzamento nell’età sono da ricondurre principalmente alla disponibilità delle terapie antiretrovirali, che, somministrate ad un numero considerevole di soggetti ancora in fase di sola sieropositività, permettono una buona sopravvivenza e posticipano più avanti l’evoluzione in malattia conclamata.
I dati statistici, relativi alle persone con infezione da HIV, evidenziano caratteristiche simili a quelle dei soggetti malati di AIDS: infatti prevale il sesso maschile e l’età dei soggetti coinvolti è prevalentemente al di sopra dei 30 anni.


Attualmente, in Lombardia, sono più di 25.000 le persone cui viene somministrata una terapia antiretrovirale; altri 14.000 soggetti circa effettuano invece controlli periodici, comprensivi anche di ricoveri, senza essere ancora inseriti in programmi terapeutici.
Grazie ai flussi informativi disponibili nella nostra regione è infatti possibile conoscere il numero dei soggetti con sieropositività, mentre a livello nazionale il dato è stimato: nel 2007 l’ISS indicava in 110-130 mila i soggetti con infezione da HIV presenti in Italia.
Sino al 2005 la quasi totalità dei casi di AIDS era riconducibile a rapporti eterosessuali con partner a rischio (ossia conosciuti come soggetti a loro volta a rischio ovvero di cui se ne conosceva la sieropositività) e a soggetti bisessuali; dal 2006, al decremento dei fattori precedenti, si contrappone l’aumento relativo (i casi sono comunque numericamente inferiori a quelli rilevati per i precedenti fattori di rischio) dei casi di contagio attributo a rapporti omosessuali (per i maschi), eterosessuali con persone di cui non è noto l’eventuale rischio ed alla tossicodipendenza.

Per capire meglio l’evoluzione dei comportamenti e delle abitudini che portano al contagio, la Regione Lombardia ha avviato un progetto di ricerca NuDiH, Nuove Diagnosi HIV, con la supervisione dell’Istituto Superiore di Sanità e l’Università di Brescia, che prevede la somministrazione di un questionario a tutti i soggetti cui verrà diagnosticata il prossimo anno l’infezione. I risultati di tale studio consentiranno di capire in modo più scientifico come indirizzare sia le iniziative di prevenzione, che i messaggi verso la popolazione più a rischio per la quale è importante sottoporsi a periodici controlli di screening, così da individuare precocemente l’infezione e poter intraprendere la terapia specifica.
“La ricerca farmacologica ha dato la possibilità a migliaia di persone di convivere per lunghi periodi all’AIDS e all’infezione HIV, anche con una buona qualità della vita - ha dichiarato Luciano Bresciani, Assessore alla Sanità della Regione Lombardia -, e ciò ha sicuramente contribuito ad abbassare l’attenzione della pubblica opinione, nonostante che come Regione Lombardia, ad esempio, non abbiamo mai abbassato la guardia, in particolare, sulle iniziative di prevenzione. Nella situazione che si è venuta determinando, per evitare che nuovi soggetti vadano incontro ad una patologia comunque seria, è tuttavia necessario che i messaggi per essere efficaci vengano rimodulati, anche attraverso l’individuazione di nuovi canali di comunicazione e portino non solo a conoscere il rischio, ma anche ad adottare misure e comportamenti in grado di tutelare ciascuna persona”.

 

 






 
 
 
 

  



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