L’Assessore
alla Sanità della Regione Lombardia, Luciano Bresciani, assieme
ai Dirigenti della Direzione Generale Sanità della Regione Lombardia,
Luigi Macchi e Anna Pavan, ha presentato alla stampa i dati
sull’AIDS e l’infezione HIV a livello regionale, che verranno discussi
nel Workshop della Commissione Regionale AIDS, “Infezione da HIV: una
sfida sempre attuale”, che si terrà il 5 dicembre nell’Auditorium
‘Giorgio Gaber’ del Palazzo della Regione.
Nel periodo 2001/31-8-2008 i casi di AIDS registrati in Lombardia sono
stati oltre 3.500, di cui più dell’70% maschi. Fino al 2000 i casi di
AIDS registrati in Lombardia erano circa 1.000 all’anno, pari al 25%
circa dei casi che si registravano a livello nazionale, ma a partire dal
2001 si è registrato un calo costante fino ad arrivare a circa 370 casi
nell’intero 2007.
Negli ultimi dieci anni, inoltre, sia per i maschi che per le femmine,
la classe di età ove si colloca il maggior numero di casi di malattia è
compresa tra 30 e 50 anni. I motivi di tale avanzamento nell’età sono da
ricondurre principalmente alla disponibilità delle terapie
antiretrovirali, che, somministrate ad un numero considerevole di
soggetti ancora in fase di sola sieropositività, permettono una buona
sopravvivenza e posticipano più avanti l’evoluzione in malattia
conclamata.
I dati statistici, relativi alle persone con infezione da HIV,
evidenziano caratteristiche simili a quelle dei soggetti malati di AIDS:
infatti prevale il sesso maschile e l’età dei soggetti coinvolti è
prevalentemente al di sopra dei 30 anni.
Attualmente, in Lombardia, sono più di 25.000 le persone cui viene
somministrata una terapia antiretrovirale; altri 14.000 soggetti circa
effettuano invece controlli periodici, comprensivi anche di ricoveri,
senza essere ancora inseriti in programmi terapeutici.
Grazie ai flussi informativi disponibili nella nostra regione è infatti
possibile conoscere il numero dei soggetti con sieropositività, mentre a
livello nazionale il dato è stimato: nel 2007 l’ISS indicava in 110-130
mila i soggetti con infezione da HIV presenti in Italia.
Sino al 2005 la quasi totalità dei casi di AIDS era riconducibile a
rapporti eterosessuali con partner a rischio (ossia conosciuti come
soggetti a loro volta a rischio ovvero di cui se ne conosceva la
sieropositività) e a soggetti bisessuali; dal 2006, al decremento dei
fattori precedenti, si contrappone l’aumento relativo (i casi sono
comunque numericamente inferiori a quelli rilevati per i precedenti
fattori di rischio) dei casi di contagio attributo a rapporti
omosessuali (per i maschi), eterosessuali con persone di cui non è noto
l’eventuale rischio ed alla tossicodipendenza.
Per capire meglio l’evoluzione dei comportamenti e delle abitudini che
portano al contagio, la Regione Lombardia ha avviato un progetto di
ricerca NuDiH, Nuove Diagnosi HIV, con la supervisione dell’Istituto
Superiore di Sanità e l’Università di Brescia, che prevede la
somministrazione di un questionario a tutti i soggetti cui verrà
diagnosticata il prossimo anno l’infezione. I risultati di tale studio
consentiranno di capire in modo più scientifico come indirizzare sia le
iniziative di prevenzione, che i messaggi verso la popolazione più a
rischio per la quale è importante sottoporsi a periodici controlli di
screening, così da individuare precocemente l’infezione e poter
intraprendere la terapia specifica.
“La ricerca farmacologica ha dato la possibilità a migliaia di
persone di convivere per lunghi periodi all’AIDS e all’infezione HIV,
anche con una buona qualità della vita - ha dichiarato Luciano
Bresciani, Assessore alla Sanità della Regione Lombardia -, e ciò
ha sicuramente contribuito ad abbassare l’attenzione della pubblica
opinione, nonostante che come Regione Lombardia, ad esempio, non abbiamo
mai abbassato la guardia, in particolare, sulle iniziative di
prevenzione. Nella situazione che si è venuta determinando, per evitare
che nuovi soggetti vadano incontro ad una patologia comunque seria, è
tuttavia necessario che i messaggi per essere efficaci vengano
rimodulati, anche attraverso l’individuazione di nuovi canali di
comunicazione e portino non solo a conoscere il rischio, ma anche ad
adottare misure e comportamenti in grado di tutelare ciascuna persona”.