L’annosa
questione della definizione oggettiva dell’effettiva carenza di
infermieri in Italia, rilanciata nei giorni scorsi anche dall’OCSE,
potrebbe presto essere affrontata anche grazie a un metodo interamente
“made in Italy” che consentirà di misurare su basi scientifiche
l’effettivo fabbisogno di personale infermieristico, reparto per
reparto, e calcolare con precisione “millimetrica” le necessità
assistenziali infermieristiche del Servizio Sanitario Nazionale.
Nei prossimi giorni, promosso dalla Federazione Nazionale dei Collegi
IPASVI, partirà uno studio osservazionale multicentrico su un metodo
denominato MAP (Metodo Assistenziale Professionalizzante), che per
definire il fabbisogno di infermieri e di Operatori socio sanitari si
basa sulla valutazione della complessità assistenziale del ricoverato.
Lo studio coinvolgerà ben 120 Aziende Sanitarie e Ospedaliere
distribuite su tutto il territorio nazionale: a partire dai reparti di
Medicina e Chirurgia gli infermieri sperimenteranno il nuovo metodo di
calcolo delle necessità di assistenza dei ricoverati e, in caso di esito
positivo della sperimentazione, il metodo sarà messo a disposizione e
potrà essere adottato dalle Strutture sanitarie.
Secondo i dati dell’Ipasvi rafforzati dal rapporto dall’OCSE, in Italia
mancano all’appello almeno 60 mila infermieri: ma questo dato si basa su
stime del rapporto infermieri/popolazione e non è mai stato rapportato
alle effettive esigenze di assistenza infermieristica degli assistiti e
a contesti sanitari specifici.
“La carenza di infermieri è una delle questioni aperte per il
Servizio sanitario nazionale e potrebbe anche essere collegato a
modalità non omogenee e non razionali di definire il fabbisogno” –
afferma Annalisa Silvestro, presidente dell’IPASVI – “spesso
si rilevano un’assegnazione e una distribuzione inadeguata delle risorse
e anche questo può costringere gli infermieri a un surplus di lavoro,
con il ricorso a straordinari e doppi turni e produrre un abbassamento
dei livelli di assistenza”.
Finora alla carenza si è cercato di ovviare con il ricorso a infermieri
immigrati, ma per la definizione del loro fabbisogno si continuano a
utilizzare metodi empirici o consuetudinari. Manca una mappa dettagliata
del problema.
“Quello del fabbisogno di infermieri è un tema complesso” –
aggiunge Silvestro – “che richiede criteri oggettivi di
computo e metodi razionali per la distribuzione e redistribuzione delle
risorse professionali: con questo metodo proponiamo un approccio
scientifico, basato sulla centralità del paziente e sulle sue effettive
esigenze”.
Il metodo messo a punto della Federazione Ipasvi, attraverso le capacità
e le competenze di tre giovani dottori magistrali in Scienze
infermieristiche supportati da un metodologo, uno statistico e da un
informatico, si basa sull’analisi della complessità che presenta ogni
degente e sull’approccio assistenziale personalizzato: per capire che
tipo di impegno richiede un paziente non basta individuare le
prestazioni da erogare, ma è necessario anche incrociare una serie di
elementi che tengano conto di altri fattori tra cui l’autonomia del
paziente, il suo grado di coscienza, la sua capacità di orientare le
scelte del team assistenziale e la sua cooperazione.
In tutto sono oltre 60 le dimensioni della persona assistita considerate
nel metodo di calcolo IPASVI.
Immettendo, con un impegno temporale minimale, i dati in un software,
gli infermieri potranno definire quanto “pesa” in termini di complessità
assistenziale ogni singolo ricoverato e i loro dirigenti potranno
evidenziare l’impegno richiesto - anche in termini di tempo - e quindi
computare oggettivamente quanti infermieri sono necessari in ogni
struttura.
“L’assistenza ai pazienti è necessariamente complessa” – afferma
Roberto Russo, docente di Igiene all’Università Cattolica di Torino
e consulente statistico dello studio ¬– “perché esiste una dimensione
ulteriore della persona che non si riesce settorialmente a spiegare:
consideriamo ad esempio un paziente anziano, che avverte dolore e che
presenta inoltre un problema respiratorio. La combinazione dei tre
elementi da considerare dà un quadro complessivo che non è riconducibile
alla somma dei singoli elementi. Se si considera poi, che le persone
anziane non entrano mai in ospedale per un singolo problema perché si
portano dietro tutta la loro storia sanitaria, si comprende con evidenza
che la ‘complessità’ che manifestano deve essere specificamente valutata
per definire tipo di impegno che l’assistenza a quel paziente richiederà
all’infermiere ”.
Grazie al metodo MAP le strutture sanitarie potranno monitorare giorno
per giorno, e anche ora per ora, le effettive necessità assistenziali di
ogni struttura. Con questo metodo si potranno assegnare più infermieri
laddove c’è maggiore necessità; se adottato su larga scala, il metodo
potrà dare un’indicazione precisa, su base statistica, di quanti
infermieri effettivamente occorrono al Servizio Sanitario Nazionale.
“Con questa iniziativa” – conclude Annalisa Silvestro –
“gli infermieri italiani entrano nel merito del problema e mettono a
disposizione di tutta la sanità italiana il meglio delle loro risorse
scientifiche e professionali per passare dalla semplice denuncia alla
proposta di soluzioni basate su metodi scientifici e oggettivi”.