 |
|
Bruna Taravello |
|
Obeso è chi ha una percentuale extra di massa corporea oltre il 20/25%
del peso forma. Ricerche approfondite in diversi paesi hanno confermato,
dal 2000 in poi, che un aumento significativo del tessuto adiposo
provoca, anche in età infantile, livelli di colesterolo e trigliceridi
nel sangue tali da rappresentare un reale pericolo anche per la salute
attuale del bambino, non solo per quella futura. Non era però ancora
stato evidenziato come questo disequilibrio provocasse, a sua volta, una
degenerazione delle arterie: ora uno studio del Children’s Hospital del
Kansas ha dimostrato come lo spessore di queste sia simile, nei giovani
obesi, a quelle di un uomo di 45 anni.
Tutti quanti conosciamo famiglie dove l’obesità dei genitori si è
ribaltata, in egual misura, sui figli, diventati a loro volta adulti
sovrappeso. In Italia infatti questo dato è in crescita, e se le stime
ufficiali parlano di un 15% di “grassi” e un 4% di “obesi” si può
tranquillamente dire, con variazioni significative da regione a regione,
che il 20% dei ragazzi sotto i 12 anni hanno problemi di peso.
Educazione alimentare, dunque, che mancando nei genitori è sconosciuta
ai figli: le “cooking lessons” obbligatorie da quest’anno nel Regno
Unito, potrebbero funzionare anche per noi, visto che vivere nel paese
della dieta mediterranea non ci pone al riparo da una tendenza che è
ormai comune in tutto il mondo, non solo occidentale.
L’indulgenza con cui in questi anni si guarda a qualsiasi comportamento
dell’età giovanile ha contagiato anche le abitudini alimentari: e se il
ritornello “o mangi la minestra o non esci” poteva non essere il massimo
in fatto di pedagogia, dava almeno il segno di un’attenzione verso il
figlio che oggi, con una merendina in una mano e una pietanza scongelata
nel piatto (certamente entrambe colorate e invitanti) non si ha più.
I ritmi di vita, il lavoro fuori casa, e, perché no, i soldi che mancano
alla fine del mese fanno poi la loro parte: negli anni ’60 una minestra
fresca costava certo meno di oggi, rispetto a snack e “junk food” che
hanno un prezzo unitariamente basso; invece il tempo per cucinare torte
e verdure si è drasticamente ridotto.
La pubblicità, poi, lavora le famiglie su due fronti: i genitori sono
blanditi con messaggi di tipo salutistico, citando ingredienti base per
merendine e altro e tacendo su grassi, additivi e coloranti, o anche
solo sulla gran quantità di zuccheri presenti; in questo modo possono
pensare che alcune merende siano addirittura dietetiche e naturali, come
fatte in casa.
I ragazzi sono invece presentati come tipi in gamba solo se scartano il
prodotto giusto al momento giusto: mica i campioni negli spot fanno
merenda con pane e pomodoro, come sfigati qualsiasi.
Per redimersi, però, non è mai troppo tardi, specialmente quando si
parla di età evolutiva: bastano infatti sei settimane di attività fisica
abbinata ad una dieta meno ricca di grassi e si è notata una
significativa riduzione dei livelli di colesterolo e un miglioramento
dei vasi sanguigni. Dopo un anno, è sufficiente continuare l’attività
fisica per avere una riduzione dello spessore delle arterie.
Già, l’attività fisica: se qualcuno l’aveva data per scontata,
trattandosi di ragazzi sotto i 12 anni, deve ricredersi, poichè sta
aumentando la percentuale di ragazzi inattivi da questo punto di vista:
eppure un allenamento, anche breve, migliora la capacità di
apprendimento, aumenta le difese immunitarie e migliora l’autostima.
E soprattutto, fa dimagrire: non ci sono scuse, costringiamoci ad uscire
insieme a loro, dando l’esempio di una buona abitudine che potrà
migliorare la nostra vita e cambiare quella dei nostri figli.