Genova Anno VI - n°36 - 17.11.2008 Pagine Nazionali

La meningite da meningococco


Che cos’è, come si trasmette
La meningite è un’infiammazione delle meningi, le membrane protettive che rivestono il cervello e il midollo spinale. Il batterio è distinguibile in numerosi sierogruppi, di cui cinque (A, B, C, W-135 e Y) sono responsabili della maggioranza dei casi di malattia meningococcica nel mondo.

Il sierotipo C, che insieme a quello B è il patogeno più comunemente riscontrato in Europa, è responsabile della forma più grave di infezione ed è associato ai tassi di mortalità più elevati. Il meningococco è presente esclusivamente nell’organismo umano. Si stima che in circa un quarto della popolazione mondiale - i cosiddetti portatori “sani” o asintomatici - il batterio colonizzi la mucosa rinofaringea senza provocare alcun sintomo; tuttavia, per cause non ancora del tutto note, in alcuni casi il meningococco riesce a superare le barriere mucosali dando origine alla malattia meningococcica invasiva.

La trasmissione della patologia avviene per contatto diretto da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie o faringee infette (goccioline di saliva, tosse, starnuti) ed è favorita dal sovraffollamento in locali chiusi (scuole, comunità, caserme), soprattutto in inverno e in primavera. Il batterio non riesce invece a sopravvivere nell’ambiente. Il periodo d’incubazione è di circa 24-72 ore.

Nei soggetti adulti i sintomi più classici sono la comparsa improvvisa di febbre elevata, irrigidimento della nuca, mal di testa, vomito e nausea. Nei neonati i primi sintomi possono essere meno marcati e apparire poco allarmanti: pianto continuo, sonnolenza eccessiva, irritabilità e inappetenza.

Ed è proprio la scarsa specificità dei sintomi e dunque la difficoltà a diagnosticarla a rendere particolarmente pericolosa la meningite da meningococco che è tuttora una delle principali cause di mortalità e di morbilità nei bambini tra 0-4 anni di vita e negli adolescenti tra 15-19 anni di età.

Una diagnosi tardiva aumenta il rischio di gravi complicanze; tuttavia anche una pronta diagnosi e un tempestivo trattamento farmacologico non sempre sono in grado di evitare la rapida evoluzione dell’infezione che può avere un esito fatale entro 24-48 ore. La mortalità può raggiungere il 15% dei casi, mentre il 10-25% dei sopravvissuti può riportare disabilità permanenti quali cecità, sordità, paralisi e ritardo mentale.
 


L’impatto della malattia nel mondo e in Italia
Ogni anno circa 500 mila persone nel mondo sono colpite da meningite, oltre 50 mila i decessi. In Italia ogni anno vengono registrati circa 900 casi di meningite batterica, di questi circa un terzo sono causati dal meningococco (dati dell’Istituto Superiore di Sanità).

La diffusione della malattia meningococcica nel nostro Paese è inferiore a quella mediamente registrata nel resto dell’Europa (3-5 vs 12 casi per milione di abitanti). Per quanto riguarda l’incidenza del sierogruppo C, dopo un aumento tra il 2000 e il 2005, negli ultimi due anni si è sensibilmente ridotta presumibilmente in seguito all’inserimento da parte di alcune Regioni nei propri calendari vaccinali, dell’immunizzazione contro questo patogeno.

Nel complesso dal 2001 al 2007 in Italia sono stati segnalati oltre 400 casi di meningiti da meningococco C, di cui 63 fatali (14%). I casi di meningite meningococcica sono sporadici e rientrano nella normalità epidemiologica della malattia nel nostro Paese.

Tuttavia non è raro lo sviluppo di cluster (per cluster s’intende l’insorgenza di almeno due casi in 30 giorni in un raggio di 50 chilometri): dal 2001 a oggi se ne sono verificati 48 per lo più localizzati nelle Regioni centro-settentrionali (Ministero della Salute, 2007).

Un approccio globale per combattere l’infezione
Sono molti gli elementi che fanno della meningite e della sepsi da meningococco un’emergenza sanitaria: tra questi figurano la gravità della malattia, l’assenza di specifici fattori di rischio, l’esclusiva presenza del patogeno nell’uomo, dove sopravvive grazie ai portatori sani e, date le modalità di trasmissione, la difficile eliminazione del batterio.

Per essere pienamente efficace, la lotta alla meningite deve poter sfruttare tutti gli strumenti a disposizione, a partire da un’accurata informazione dell’opinione pubblica, dato che una maggiore consapevolezza della gravità della malattia abbinata alla divulgazione di tutte le possibilità di prevenirla possono ragionevolmente contribuire a far diminuire la sua incidenza.

Ai fini di una corretta gestione della patologia, è tuttavia essenziale distinguere il fenomeno endemico, in cui il numero dei casi sporadici resta sostanzialmente invariato nel corso degli anni, dagli episodi di riaccensione epidemica, che si possono manifestare in seguito a un progressivo aumento del tasso di attacco dell’infezione nell’arco di pochi anni, come avvenuto recentemente in Inghilterra e in Galles; oppure allo sviluppo di focolai epidemici o cluster come invece accaduto nel dicembre del 2007 nella Provincia di Treviso.

Oggi, sulla base di specifiche linee guida internazionali e nazionali, le strategie per il contenimento di focolai epidemici da meningococco sono pianificate e prevedono sia i provvedimenti per ottimizzare l’identificazione precoce del patogeno, e quindi il rapido intervento medico sui malati e sui contatti finalizzati a limitare le fatalità e la trasmissione dell’infezione, nonché a prevenire i casi secondari, sia le azioni per realizzare un’adeguata campagna di informazione rivolta alla popolazione generale. In quest’ambito i programmi di vaccinazione sono un importante mezzo di prevenzione primaria della meningite.

Tuttavia è logico ipotizzare che gli strumenti per limitare l’impatto della malattia da meningococco possano risultare pienamente efficaci qualora la strategia non si limiti al contenimento dei focolai epidemici, ma sia mirata anche al controllo del fenomeno endemico.


Il vaccino antimeningococcico


Due generazioni a confronto
Per la prevenzione della meningite da meningococco esistono due tipi di vaccini: i “vecchi”, costituiti dai polisaccaridi capsulari, e i nuovi vaccini coniugati. Le formulazioni a base di polisaccaridi contro i ceppi meningococcici A, C, Y e W-135, di tipo sia monovalente sia polivalente, hanno costituito la prima generazione di vaccini e alcuni di questi vengono tuttora somministrati ai militari e ai viaggiatori diretti in Paesi endemici per la malattia o ai pellegrini che si dirigono alla Mecca.

Questi vaccini offrono una buona efficacia protettiva contro i sierogruppi del meningococco in soggetti adolescenti e adulti, mentre non si rivelano sufficientemente efficaci nei bambini di età inferiore a 2 anni; inoltre, non stimolando la memoria immunologica, determinano un’immunità di breve durata non richiamabile dalla somministrazione di dosi successive (booster).

Grazie all’impegno della ricerca sono stati realizzati i vaccini antimeningococcici coniugati, in cui i polisaccaridi del rivestimento esterno della cellula batterica vengono chimicamente combinati - ossia coniugati - a una proteina antigenicamente potente.

Questo legame consente di ottenere già nei bambini di pochi mesi di vita una risposta immune più intensa che, grazie all’induzione di una memoria immunologica a lungo termine, è anche richiamabile con una dose booster.

Alcuni vaccini antimeningococcici innovativi sono già disponibili in commercio e il loro utilizzo ha consentito di ottenere ottimi risultati in diverse campagne di vaccinazione.

I nuovi vaccini coniugati
Il vaccino coniugato monovalente contro il meningococco C è stato impiegato per la prima volta in Gran Bretagna tra il 1999 e il 2004 durante una campagna di immunizzazione su vasta scala di bambini e adolescenti, attivata in seguito a una riaccensione epidemica di meningite da meningococco C.

I successi ottenuti in questa occasione hanno aperto la strada per la registrazione del vaccino coniugato in molti altri Paesi nel mondo, come Spagna, Irlanda, Olanda, Belgio, Canada e Australia, dove attualmente la vaccinazione antimeningococcica C è offerta universalmente.

Dal 2002 è disponibile anche in Italia il vaccino contro il meningococco C, già inserito nel Piano Nazionale Vaccini 2005-2007 come vaccinazione raccomandata per l’infanzia. Ad oggi il vaccino coniugato contro il meningococco C è l’unica protezione efficace nella prima infanzia.

Alla luce di queste nuove evidenze diviene quindi possibile disporre di un nuovo strumento in grado di offrire ai bambini già a partire dai primi mesi di vita una protezione più ampia nei confronti della malattia meningococcica.

Il ruolo del vaccino antimeningococcico C coniugato
I risultati ottenuti nelle campagne di immunizzazione in cui è stato utilizzato il vaccino coniugato contro il meningococco C hanno dimostrato la validità della vaccinazione come strumento efficace per il controllo della malattia anche in caso di cluster.

Nel primo programma di immunizzazione di massa con questo vaccino, realizzato tra il 1999 e il 2000 in Inghilterra e in Galles nel tentativo di contrastare un progressivo incremento dei casi di meningite C soprattutto tra gli adolescenti, sono stati vaccinati oltre 12 milioni di individui da 2 mesi vita a 18 anni di età.

Una drastica diminuzione dei casi è stata registrata non solo nei soggetti vaccinati ma anche in quelli non vaccinati, indicando così che la flessione del numero dei portatori asintomatici del meningococco C nella popolazione generale ha contribuito a ridurre considerevolmente il rischio di trasmissione dell’infezione.

L’esperienza britannica, che ha gettato le basi per una strategia vaccinale seguita poi da altri Paesi in Europa e nel mondo, è un esempio di come la vaccinazione possa efficacemente contrastare la malattia. Importante a tale riguardo l’esempio del caso verificatosi nel dicembre del 2007 nella provincia di Treviso dove un focolaio epidemico da meningococco C ha dato origine nel giro di pochi giorni a 7 casi, di cui 3 fatali, tra soggetti giovani.

In risposta a questa emergenza le autorità sanitarie venete hanno deciso di avviare una campagna di vaccinazione antimeningococcica C rivolta a tutti gli individui di età compresa tra i 15 e i 29 anni abitanti nei comuni di residenza dei casi accertati di malattia. In 2 settimane sono stati immunizzati circa 20 mila adolescenti e giovani adulti - compresi i “contatti” sottoposti a profilassi antibiotica - e già nel mese di gennaio, data l’assenza di nuovi casi di meningite dopo il 20 dicembre, le autorità sanitarie hanno dichiarata conclusa la fase di sorveglianza in regime di “massima allerta” che è rientrata quindi in quella di “attenzione”.

L’introduzione di un programma di vaccinazione routinaria in età pediatrica può rappresentare infatti una valida misura atta a modificare profondamente l’epidemiologia della meningite. Il razionale alla base del suo impiego risiede non solo nella protezione diretta conferita al soggetto vaccinato, ma anche in quella che si può ottenere per via indiretta nella popolazione generale mantenendo nel tempo una buona copertura vaccinale.

L’esperienza britannica, dimostrando che è possibile ridurre considerevolmente l’incidenza della meningite da meningococco C con l’introduzione della vaccinazione routinaria contro questo patogeno, suggerisce che si possa concretamente puntare a debellare la malattia endemica.

La vaccinazione antimeningococcica C in Italia
Con il recepimento delle raccomandazioni contenute nel Piano Nazionale Vaccini 2005- 2007 da parte della Lombardia, l’offerta attiva della vaccinazione contro il meningococco C oggi arriva a coprire, seppure con modalità diverse, oltre il 50% del territorio nazionale.

Si tratta di una decisione che, oltre a riconoscere l’importanza di garantire a tutti i bambini e gli adolescenti una copertura efficace contro una patologia da non sottovalutare per il suo pesante impatto sulla salute pubblica, va nell’auspicata direzione di superare le disomogeneità dell’offerta vaccinale e quindi delle strategie di lotta alla malattia meningococcica tuttora vigenti nel nostro Paese.

Tale eterogeneità ha fatto sì che laddove l’immunizzazione antimeningococcica C è stata avviata in maniera più tempestiva - come in Toscana, Emilia Romagna, Puglia, Veneto e Liguria - è possibile riscontrare sostanziali riduzioni dei tassi di morbosità della meningite da meningococco C; mentre nelle Regioni in cui le raccomandazioni del Piano non sono state adottate oppure recepite con maggiore lentezza, la situazione epidemiologica appare immutata.

A fronte di un tale scenario la profilassi vaccinale rappresenta l’arma decisiva per debellare l’infezione meningococcica dal nostro Paese. Grazie anche all’introduzione del nuovo Piano Nazionale Vaccini sarà possibile superare l’attuale squilibrio territoriale nella lotta alla malattia che può compromettere ogni sforzo compiuto in tale direzione.

Le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’armonizzazione delle politiche vaccinali fra gli Stati membri dell’Unione Europea sottolineano che le malattie prevenibili da vaccino non riconoscono confini geografici e pertanto richiedono «un approccio globale e non localistico per la loro prevenzione e il loro controllo».

Conclusioni
In alcuni Paesi sono già state realizzate campagne di vaccinazione su vasta scala contro il meningococco C, utilizzando criteri di selezione della popolazione target basati - seppure con una certa disomogeneità - sulla specificità dell’incidenza nelle diverse fasce d’età. I successi sinora ottenuti depongono a favore dell’ipotesi che sia effettivamente possibile sconfiggere l’infezione meningococcica. L’evidenza che la malattia da meningococco di tipo C continua tuttora a manifestarsi con la riaccensione localizzata di focolai epidemici suggerisce tuttavia di raccomandare l’immunizzazione anche nelle aree in cui, data la bassa incidenza dell’infezione, l’impiego del vaccino antimeningococcico non è contemplato nel calendario delle vaccinazioni da eseguire routinariamente.

La modalità dell’offerta della vaccinazione meningococcica in Italia: la mappa

 

 






 
 
 
 

  



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