Che cos’è, come si trasmette
La meningite è un’infiammazione delle meningi, le membrane protettive
che rivestono il cervello e il midollo spinale. Il batterio è
distinguibile in numerosi sierogruppi, di cui cinque (A, B, C, W-135 e
Y) sono responsabili della maggioranza dei casi di malattia
meningococcica nel mondo.
Il sierotipo C, che insieme a quello B è il patogeno più comunemente
riscontrato in Europa, è responsabile della forma più grave di infezione
ed è associato ai tassi di mortalità più elevati. Il meningococco è
presente esclusivamente nell’organismo umano. Si stima che in circa un
quarto della popolazione mondiale - i cosiddetti portatori “sani” o
asintomatici - il batterio colonizzi la mucosa rinofaringea senza
provocare alcun sintomo; tuttavia, per cause non ancora del tutto note,
in alcuni casi il meningococco riesce a superare le barriere mucosali
dando origine alla malattia meningococcica invasiva.
La trasmissione della patologia avviene per contatto diretto da persona
a persona attraverso le secrezioni respiratorie o faringee infette
(goccioline di saliva, tosse, starnuti) ed è favorita dal
sovraffollamento in locali chiusi (scuole, comunità, caserme),
soprattutto in inverno e in primavera. Il batterio non riesce invece a
sopravvivere nell’ambiente. Il periodo d’incubazione è di circa 24-72
ore.
Nei soggetti adulti i sintomi più classici sono la comparsa improvvisa
di febbre elevata, irrigidimento della nuca, mal di testa, vomito e
nausea. Nei neonati i primi sintomi possono essere meno marcati e
apparire poco allarmanti: pianto continuo, sonnolenza eccessiva,
irritabilità e inappetenza.
Ed è proprio la scarsa specificità dei sintomi e dunque la difficoltà a
diagnosticarla a rendere particolarmente pericolosa la meningite da
meningococco che è tuttora una delle principali cause di mortalità e di
morbilità nei bambini tra 0-4 anni di vita e negli adolescenti tra 15-19
anni di età.
Una diagnosi tardiva aumenta il rischio di gravi complicanze; tuttavia
anche una pronta diagnosi e un tempestivo trattamento farmacologico non
sempre sono in grado di evitare la rapida evoluzione dell’infezione che
può avere un esito fatale entro 24-48 ore. La mortalità può raggiungere
il 15% dei casi, mentre il 10-25% dei sopravvissuti può riportare
disabilità permanenti quali cecità, sordità, paralisi e ritardo mentale.
L’impatto della malattia nel mondo e in Italia
Ogni anno circa 500 mila persone nel mondo sono colpite da meningite,
oltre 50 mila i decessi. In Italia ogni anno vengono registrati circa
900 casi di meningite batterica, di questi circa un terzo sono causati
dal meningococco (dati dell’Istituto Superiore di Sanità).
La diffusione della malattia meningococcica nel nostro Paese è inferiore
a quella mediamente registrata nel resto dell’Europa (3-5 vs 12 casi per
milione di abitanti). Per quanto riguarda l’incidenza del sierogruppo C,
dopo un aumento tra il 2000 e il 2005, negli ultimi due anni si è
sensibilmente ridotta presumibilmente in seguito all’inserimento da
parte di alcune Regioni nei propri calendari vaccinali,
dell’immunizzazione contro questo patogeno.
Nel complesso dal 2001 al 2007 in Italia sono stati segnalati oltre 400
casi di meningiti da meningococco C, di cui 63 fatali (14%). I casi di
meningite meningococcica sono sporadici e rientrano nella normalità
epidemiologica della malattia nel nostro Paese.
Tuttavia non è raro lo sviluppo di cluster (per cluster s’intende
l’insorgenza di almeno due casi in 30 giorni in un raggio di 50
chilometri): dal 2001 a oggi se ne sono verificati 48 per lo più
localizzati nelle Regioni centro-settentrionali (Ministero della Salute,
2007).
Un approccio globale per combattere l’infezione
Sono molti gli elementi che fanno della meningite e della sepsi da
meningococco un’emergenza sanitaria: tra questi figurano la gravità
della malattia, l’assenza di specifici fattori di rischio, l’esclusiva
presenza del patogeno nell’uomo, dove sopravvive grazie ai portatori
sani e, date le modalità di trasmissione, la difficile eliminazione del
batterio.
Per essere pienamente efficace, la lotta alla meningite deve poter
sfruttare tutti gli strumenti a disposizione, a partire da un’accurata
informazione dell’opinione pubblica, dato che una maggiore
consapevolezza della gravità della malattia abbinata alla divulgazione
di tutte le possibilità di prevenirla possono ragionevolmente
contribuire a far diminuire la sua incidenza.
Ai fini di una corretta gestione della patologia, è tuttavia essenziale
distinguere il fenomeno endemico, in cui il numero dei casi sporadici
resta sostanzialmente invariato nel corso degli anni, dagli episodi di
riaccensione epidemica, che si possono manifestare in seguito a un
progressivo aumento del tasso di attacco dell’infezione nell’arco di
pochi anni, come avvenuto recentemente in Inghilterra e in Galles;
oppure allo sviluppo di focolai epidemici o cluster come invece accaduto
nel dicembre del 2007 nella Provincia di Treviso.
Oggi, sulla base di specifiche linee guida internazionali e nazionali,
le strategie per il contenimento di focolai epidemici da meningococco
sono pianificate e prevedono sia i provvedimenti per ottimizzare
l’identificazione precoce del patogeno, e quindi il rapido intervento
medico sui malati e sui contatti finalizzati a limitare le fatalità e la
trasmissione dell’infezione, nonché a prevenire i casi secondari, sia le
azioni per realizzare un’adeguata campagna di informazione rivolta alla
popolazione generale. In quest’ambito i programmi di vaccinazione sono
un importante mezzo di prevenzione primaria della meningite.
Tuttavia è logico ipotizzare che gli strumenti per limitare l’impatto
della malattia da meningococco possano risultare pienamente efficaci
qualora la strategia non si limiti al contenimento dei focolai
epidemici, ma sia mirata anche al controllo del fenomeno endemico.
Il vaccino antimeningococcico
Due generazioni a confronto
Per la prevenzione della meningite da meningococco esistono due tipi di
vaccini: i “vecchi”, costituiti dai polisaccaridi capsulari, e i nuovi
vaccini coniugati. Le formulazioni a base di polisaccaridi contro i
ceppi meningococcici A, C, Y e W-135, di tipo sia monovalente sia
polivalente, hanno costituito la prima generazione di vaccini e alcuni
di questi vengono tuttora somministrati ai militari e ai viaggiatori
diretti in Paesi endemici per la malattia o ai pellegrini che si
dirigono alla Mecca.
Questi vaccini offrono una buona efficacia protettiva contro i
sierogruppi del meningococco in soggetti adolescenti e adulti, mentre
non si rivelano sufficientemente efficaci nei bambini di età inferiore a
2 anni; inoltre, non stimolando la memoria immunologica, determinano
un’immunità di breve durata non richiamabile dalla somministrazione di
dosi successive (booster).
Grazie all’impegno della ricerca sono stati realizzati i vaccini
antimeningococcici coniugati, in cui i polisaccaridi del rivestimento
esterno della cellula batterica vengono chimicamente combinati - ossia
coniugati - a una proteina antigenicamente potente.
Questo legame consente di ottenere già nei bambini di pochi mesi di vita
una risposta immune più intensa che, grazie all’induzione di una memoria
immunologica a lungo termine, è anche richiamabile con una dose booster.
Alcuni vaccini antimeningococcici innovativi sono già disponibili in
commercio e il loro utilizzo ha consentito di ottenere ottimi risultati
in diverse campagne di vaccinazione.
I nuovi vaccini coniugati
Il vaccino coniugato monovalente contro il meningococco C è stato
impiegato per la prima volta in Gran Bretagna tra il 1999 e il 2004
durante una campagna di immunizzazione su vasta scala di bambini e
adolescenti, attivata in seguito a una riaccensione epidemica di
meningite da meningococco C.
I successi ottenuti in questa occasione hanno aperto la strada per la
registrazione del vaccino coniugato in molti altri Paesi nel mondo, come
Spagna, Irlanda, Olanda, Belgio, Canada e Australia, dove attualmente la
vaccinazione antimeningococcica C è offerta universalmente.
Dal 2002 è disponibile anche in Italia il vaccino contro il meningococco
C, già inserito nel Piano Nazionale Vaccini 2005-2007 come vaccinazione
raccomandata per l’infanzia. Ad oggi il vaccino coniugato contro il
meningococco C è l’unica protezione efficace nella prima infanzia.
Alla luce di queste nuove evidenze diviene quindi possibile disporre di
un nuovo strumento in grado di offrire ai bambini già a partire dai
primi mesi di vita una protezione più ampia nei confronti della malattia
meningococcica.
Il ruolo del vaccino antimeningococcico C coniugato
I risultati ottenuti nelle campagne di immunizzazione in cui è stato
utilizzato il vaccino coniugato contro il meningococco C hanno
dimostrato la validità della vaccinazione come strumento efficace per il
controllo della malattia anche in caso di cluster.
Nel primo programma di immunizzazione di massa con questo vaccino,
realizzato tra il 1999 e il 2000 in Inghilterra e in Galles nel
tentativo di contrastare un progressivo incremento dei casi di meningite
C soprattutto tra gli adolescenti, sono stati vaccinati oltre 12 milioni
di individui da 2 mesi vita a 18 anni di età.
Una drastica diminuzione dei casi è stata registrata non solo nei
soggetti vaccinati ma anche in quelli non vaccinati, indicando così che
la flessione del numero dei portatori asintomatici del meningococco C
nella popolazione generale ha contribuito a ridurre considerevolmente il
rischio di trasmissione dell’infezione.
L’esperienza britannica, che ha gettato le basi per una strategia
vaccinale seguita poi da altri Paesi in Europa e nel mondo, è un esempio
di come la vaccinazione possa efficacemente contrastare la malattia.
Importante a tale riguardo l’esempio del caso verificatosi nel dicembre
del 2007 nella provincia di Treviso dove un focolaio epidemico da
meningococco C ha dato origine nel giro di pochi giorni a 7 casi, di cui
3 fatali, tra soggetti giovani.
In risposta a questa emergenza le autorità sanitarie venete hanno deciso
di avviare una campagna di vaccinazione antimeningococcica C rivolta a
tutti gli individui di età compresa tra i 15 e i 29 anni abitanti nei
comuni di residenza dei casi accertati di malattia. In 2 settimane sono
stati immunizzati circa 20 mila adolescenti e giovani adulti - compresi
i “contatti” sottoposti a profilassi antibiotica - e già nel mese di
gennaio, data l’assenza di nuovi casi di meningite dopo il 20 dicembre,
le autorità sanitarie hanno dichiarata conclusa la fase di sorveglianza
in regime di “massima allerta” che è rientrata quindi in quella di
“attenzione”.
L’introduzione di un programma di vaccinazione routinaria in età
pediatrica può rappresentare infatti una valida misura atta a modificare
profondamente l’epidemiologia della meningite. Il razionale alla base
del suo impiego risiede non solo nella protezione diretta conferita al
soggetto vaccinato, ma anche in quella che si può ottenere per via
indiretta nella popolazione generale mantenendo nel tempo una buona
copertura vaccinale.
L’esperienza britannica, dimostrando che è possibile ridurre
considerevolmente l’incidenza della meningite da meningococco C con
l’introduzione della vaccinazione routinaria contro questo patogeno,
suggerisce che si possa concretamente puntare a debellare la malattia
endemica.
La vaccinazione antimeningococcica C in Italia
Con il recepimento delle raccomandazioni contenute nel Piano Nazionale
Vaccini 2005- 2007 da parte della Lombardia, l’offerta attiva della
vaccinazione contro il meningococco C oggi arriva a coprire, seppure con
modalità diverse, oltre il 50% del territorio nazionale.
Si tratta di una decisione che, oltre a riconoscere l’importanza di
garantire a tutti i bambini e gli adolescenti una copertura efficace
contro una patologia da non sottovalutare per il suo pesante impatto
sulla salute pubblica, va nell’auspicata direzione di superare le
disomogeneità dell’offerta vaccinale e quindi delle strategie di lotta
alla malattia meningococcica tuttora vigenti nel nostro Paese.
Tale eterogeneità ha fatto sì che laddove l’immunizzazione
antimeningococcica C è stata avviata in maniera più tempestiva - come in
Toscana, Emilia Romagna, Puglia, Veneto e Liguria - è possibile
riscontrare sostanziali riduzioni dei tassi di morbosità della meningite
da meningococco C; mentre nelle Regioni in cui le raccomandazioni del
Piano non sono state adottate oppure recepite con maggiore lentezza, la
situazione epidemiologica appare immutata.
A fronte di un tale scenario la profilassi vaccinale rappresenta l’arma
decisiva per debellare l’infezione meningococcica dal nostro Paese.
Grazie anche all’introduzione del nuovo Piano Nazionale Vaccini sarà
possibile superare l’attuale squilibrio territoriale nella lotta alla
malattia che può compromettere ogni sforzo compiuto in tale direzione.
Le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e
l’armonizzazione delle politiche vaccinali fra gli Stati membri
dell’Unione Europea sottolineano che le malattie prevenibili da vaccino
non riconoscono confini geografici e pertanto richiedono «un approccio
globale e non localistico per la loro prevenzione e il loro controllo».
Conclusioni
In alcuni Paesi sono già state realizzate campagne di vaccinazione su
vasta scala contro il meningococco C, utilizzando criteri di selezione
della popolazione target basati - seppure con una certa disomogeneità -
sulla specificità dell’incidenza nelle diverse fasce d’età. I successi
sinora ottenuti depongono a favore dell’ipotesi che sia effettivamente
possibile sconfiggere l’infezione meningococcica. L’evidenza che la
malattia da meningococco di tipo C continua tuttora a manifestarsi con
la riaccensione localizzata di focolai epidemici suggerisce tuttavia di
raccomandare l’immunizzazione anche nelle aree in cui, data la bassa
incidenza dell’infezione, l’impiego del vaccino antimeningococcico non è
contemplato nel calendario delle vaccinazioni da eseguire
routinariamente.
La modalità dell’offerta della vaccinazione meningococcica in Italia:
la mappa

