Genova Anno VI - n°35 - 09.09.2008 Pagine Nazionali

del 30/09/2008

 

Attacco decisivo contro le leucemie


Oltre 1.000 ematologi italiani sono stati impegnati a Bari per i lavori del X congresso della SIE - Società Italiana di Ematologia Sperimentale. L’appuntamento, che si svolge con cadenza biennale, mette a confronto le linee di ricerca ematologica italiana, una delle più avanzate a livello mondiale, e si svolge all’insegna delle grandi novità che stanno interessando negli ultimi anni la terapia delle leucemie.
Risorse terapeutiche sempre più potenti, farmaci in grado di agire in modo altamente selettivo e mirato contro le proteine anomale responsabili della leucemia: dopo imatinib, il farmaco che nel 2000 ha rivoluzionato la storia delle leucemie, sono adesso disponibili le terapie mirate di seconda generazione: alle sessioni del Congresso uno dei protagonisti è nilotinib, un farmaco indicato per il trattamento della leucemia mieloide cronica, da pochi giorni in commercio in Italia, che riesce a trattare anche il piccolo numero di pazienti che non rispondono a imatinib.


“Nilotinib ha migliorato di 30 volte la potenza di imatinib, mantenendo una selettività molto soddisfacente” - afferma il presidente della SIES Antonio Cuneo, Direttore della Sezione di Ematologia e Fisiopatologia dell’Emostasi dell’Azienda Ospedaliera Universitaria S. Anna, di Ferrara “Questo aspetto è molto importante, perché la maggiore potenza può comportare una perdita di specificità, col rischio di colpire non solo la proteina anomala ma anche altre proteine importanti per l’organismo umano. Nilotinib si distingue proprio in quanto unisce una elevata selettività alla sua grande potenza”.
Nilotinib è un farmaco Novartis appositamente disegnato per offrire un’alternativa terapeutica alla piccola percentuale di pazienti affetti da leucemia mieloide cronica che hanno evidenziato resistenza o intolleranza a imatinib, dal 2001 terapia di riferimento per questa patologia.
“Grazie alla terapia mirata con imatinib”– aggiunge Cuneo – “nella leucemia mieloide cronica siamo passati da tempi medi di sopravvivenza che erano di 3 anni e 6 mesi negli anni ’80, all’attuale 89% dei pazienti senza problemi di salute, vivi, a 6 anni. Ma ancor più straordinario è il fatto che quei pochi pazienti che ancora perdiamo perché risultano insensibili al farmaco, oggi abbiamo la possibilità di curarli con le terapie mirate di seconda generazione come nilotinib”.
“Nella mia esperienza clinica - osserva ancora Cuneo - “ricordo il primo caso di un paziente affetto da leucemia mieloide cronica che dopo essere rinato con imatinib, è rinato una seconda volta grazie a nilotinib, dopo la perdita di risposta alla terapia con imatinib e il conseguente ripresentarsi della malattia”.
La storia delle terapie mirate contro le leucemie è l’esempio più clamoroso di come una scoperta di laboratorio, in questo caso l’individuazione della lesione genetica alla base della leucemia mieloide cronica, possa avere una ricaduta sui pazienti, grazie a farmaci in grado di agire in modo mirato proprio su quella lesione.
E avviare ricerche sperimentali che possano, presto o tardi, arrivare al letto dei pazienti, è l’obiettivo della SIES. In questa prospettiva vengono affrontati i numerosi temi in discussione al congresso: il funzionamento della cellula leucemica: “dobbiamo capire meglio perché la cellula leucemica si diffonde, cresce e resiste alle terapie nei casi che non guariscono”; i meccanismi che portano all’insorgenza dei linfomi: “vogliamo comprendere in che misura la crescita dei linfomi e della leucemia linfatica cronica è sostenuta da alcuni antigeni, virus oppure sostanze proteiche presenti anche su batteri”, afferma Cuneo.


Infine, si è parlato di cellule staminali mesenchimali, cellule del midollo che si sono dimostrare coinvolte nella regolazione del sistema immunitario e che potrebbero evitare fenomeni di rigetto sia nel trapianto di midollo che nei trapianti solidi.
L’eco delle ricerche dei laboratori italiani non è limitata al nostro paese: “La ricerca ematologica italiana è una delle cose che funziona meglio nel nostro paese” - afferma Cuneo. “Sono molti i ricercatori italiani che lavorano all’estero: e le riviste internazionali più prestigiose sono piene di lavori sperimentali ma anche applicativi, condotti da italiani. L’ematologia italiana è sempre rappresentata ai vertici nei principali congressi internazionali. Non solo. la Società Europea di Ematologia è presieduta da un docente italiano, il professor Robin Foà della Sapienza di Roma, mentre la Società americana di ematologia invita tutti gli anni i ricercatori italiani che lavorano in Italia a presentare oralmente i risultati delle loro ricerche”.
 

 

 






 
 
 
 

  



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