Oltre
1.000 ematologi italiani sono stati impegnati a Bari per i lavori del
X congresso della SIE - Società Italiana di Ematologia Sperimentale.
L’appuntamento, che si svolge con cadenza biennale, mette a confronto le
linee di ricerca ematologica italiana, una delle più avanzate a livello
mondiale, e si svolge all’insegna delle grandi novità che stanno
interessando negli ultimi anni la terapia delle leucemie.
Risorse terapeutiche sempre più potenti, farmaci in grado di agire in
modo altamente selettivo e mirato contro le proteine anomale
responsabili della leucemia: dopo imatinib, il farmaco che nel 2000 ha
rivoluzionato la storia delle leucemie, sono adesso disponibili le
terapie mirate di seconda generazione: alle sessioni del Congresso uno
dei protagonisti è nilotinib, un farmaco indicato per il trattamento
della leucemia mieloide cronica, da pochi giorni in commercio in Italia,
che riesce a trattare anche il piccolo numero di pazienti che non
rispondono a imatinib.
“Nilotinib ha migliorato di 30 volte la potenza di imatinib,
mantenendo una selettività molto soddisfacente” - afferma il
presidente della SIES Antonio Cuneo, Direttore della Sezione di
Ematologia e Fisiopatologia dell’Emostasi dell’Azienda Ospedaliera
Universitaria S. Anna, di Ferrara “Questo aspetto è molto importante,
perché la maggiore potenza può comportare una perdita di specificità,
col rischio di colpire non solo la proteina anomala ma anche altre
proteine importanti per l’organismo umano. Nilotinib si distingue
proprio in quanto unisce una elevata selettività alla sua grande
potenza”.
Nilotinib è un farmaco Novartis appositamente disegnato per offrire
un’alternativa terapeutica alla piccola percentuale di pazienti affetti
da leucemia mieloide cronica che hanno evidenziato resistenza o
intolleranza a imatinib, dal 2001 terapia di riferimento per questa
patologia.
“Grazie alla terapia mirata con imatinib”– aggiunge Cuneo –
“nella leucemia mieloide cronica siamo passati da tempi medi di
sopravvivenza che erano di 3 anni e 6 mesi negli anni ’80, all’attuale
89% dei pazienti senza problemi di salute, vivi, a 6 anni. Ma ancor più
straordinario è il fatto che quei pochi pazienti che ancora perdiamo
perché risultano insensibili al farmaco, oggi abbiamo la possibilità di
curarli con le terapie mirate di seconda generazione come nilotinib”.
“Nella mia esperienza clinica - osserva ancora Cuneo -
“ricordo il primo caso di un paziente affetto da leucemia mieloide
cronica che dopo essere rinato con imatinib, è rinato una seconda volta
grazie a nilotinib, dopo la perdita di risposta alla terapia con
imatinib e il conseguente ripresentarsi della malattia”.
La storia delle terapie mirate contro le leucemie è l’esempio più
clamoroso di come una scoperta di laboratorio, in questo caso
l’individuazione della lesione genetica alla base della leucemia
mieloide cronica, possa avere una ricaduta sui pazienti, grazie a
farmaci in grado di agire in modo mirato proprio su quella lesione.
E avviare ricerche sperimentali che possano, presto o tardi, arrivare al
letto dei pazienti, è l’obiettivo della SIES. In questa prospettiva
vengono affrontati i numerosi temi in discussione al congresso: il
funzionamento della cellula leucemica: “dobbiamo capire meglio perché
la cellula leucemica si diffonde, cresce e resiste alle terapie nei casi
che non guariscono”; i meccanismi che portano all’insorgenza dei
linfomi: “vogliamo comprendere in che misura la crescita dei linfomi
e della leucemia linfatica cronica è sostenuta da alcuni antigeni, virus
oppure sostanze proteiche presenti anche su batteri”, afferma Cuneo.
Infine, si è parlato di cellule staminali mesenchimali, cellule del
midollo che si sono dimostrare coinvolte nella regolazione del sistema
immunitario e che potrebbero evitare fenomeni di rigetto sia nel
trapianto di midollo che nei trapianti solidi.
L’eco delle ricerche dei laboratori italiani non è limitata al nostro
paese: “La ricerca ematologica italiana è una delle cose che funziona
meglio nel nostro paese” - afferma Cuneo. “Sono molti i
ricercatori italiani che lavorano all’estero: e le riviste
internazionali più prestigiose sono piene di lavori sperimentali ma
anche applicativi, condotti da italiani. L’ematologia italiana è sempre
rappresentata ai vertici nei principali congressi internazionali. Non
solo. la Società Europea di Ematologia è presieduta da un docente
italiano, il professor Robin Foà della Sapienza di Roma, mentre la
Società americana di ematologia invita tutti gli anni i ricercatori
italiani che lavorano in Italia a presentare oralmente i risultati delle
loro ricerche”.