Genova Anno VI - n°35 - 09.09.2008 Pagine Nazionali

del 30/09/2008

 

Da grande farò il precario!


Anna Carderi – psicologo- Roma - redazione@clicmedicina.it

Anna Carderi -  psicologa

Cade anche l’ultima ideologica speranza di un popolo che costituzionalmente è fondato sul lavoro… quella del posto fisso; speranza soppiantata dalla ben più concreta realtà del precariato. Condizione, questa, che influenza in toto la vita socio-relazionale di chi vi è assoggettato. Il precariato proprio per le sue caratteristiche di provvisorietà, instabilità e flessibilità può essere vissuto come una minaccia che intacca la struttura della quotidianità interrompendo le abitudini di vita e mettendo a repentaglio la sicurezza individuale, intesa come protezione, certezza, tranquillità, di far fronte alle necessità di base come la fame, la sete, il ripararsi, il coprirsi, il sonno e la salute. Ciò può determinare la messa in discussione del proprio sistema valoriale di stima (prestigio, credibilità, rispetto, riconoscimento) e di autorealizzazione relativo alla realizzazione di sé, al successo e alla carriera. Inoltre, l’improvvisa mancanza di continuità lavorativa e quindi reddituale può minare il senso di progettualità determinando uno stato di insicurezza per la propria vita presente e futura (sposarsi, accendere un mutuo, etc.).

Ciò a cui si assiste è l’impotenza dovuta al paradosso metacomunicativo di una società che da una parte inneggia al successo e alla stabilità economica ma che dall’altra ci offre solo instabilità. La frustrazione dovuta al fatto che la società da una parte riconosce il precario come lavoratore, quando si tratta di tasse ed imposte, e dall’altra lo disconosce attraverso la mancata tutela della copertura assicurativa, della sicurezza sociale, dei diritti assistenziali/previdenziali e sindacali, nei più mette in discussione il proprio status sociale delegittimando l’aspirazione di realizzarsi in qualcosa.
Autorealizzazione e precariato originano così una discrepanza che rischia di trasmutare uno scontento sociale in un vero e proprio disagio esistenziale. A volte, sembra inevitabile che in tali condizioni, quando nella persona vengono limitate le sue risorse nel procurarsi quanto ritiene adatto a eliminare il proprio stato di insoddisfazione, possa manifestarsi un livello di stress particolarmente significativo e dannoso tanto da evolvere in veri e propri stati di ansia generalizzata, sindrome ansioso-depressiva, disturbi del tono dell’umore o psicosomatici (ulcere, gastriti, colite, dolori al torace, sensazione di soffocamento, etc). Nonostante sia difficile per una persona riuscire ad essere sereno con la continua paura sulla propria possibilità e precarietà di vita, la drammaticità percepita in tale situazione dipende dalla possibilità di decidere se scegliere un lavoro flessibile piuttosto che subordinato e dal supporto sociale di cui la persona dispone. La presenza di un supporto sociale valido consente di accogliere efficacemente la necessità di appartenenza, amore e accettazione dell’individuo. Ottenendo un grosso rimando dal punto di vista dell’approvazione sociale.

Una probabile strategia consiste nel ristrutturare il significato stesso della precarietà dandogli una connotazione positiva, trasformandola in motivo di stimolo a fare meglio, a mettersi in discussione a valorizzare le proprie competenze e ricchezze esperienziali e a divenire intraprendenti. Imparando, al pari del libero professionista, a gestire cognitivamente l’incertezza al fine di massimizzare la propria utilità, ottimizzare i propri processi decisionali e di problem solving. La psicologia può aiutare chi ritiene di non avere gli strumenti idonei a fare questo salto di qualità e/o a fronteggiare la paura di sentirsi socio-economicamente inadeguati.

 

 






 
 
 
 

  



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