Epatite B, torna la paura. Il virus HBV si è svegliato dal letargo dove
lo aveva confinato dal 1991 la vaccinazione obbligatoria. L’epatite B è
un pianeta sommerso, del quale conosciamo solo la punta dell'iceberg. La
stima dell'Istituto Superiore di Sanità parla di 900mila persone, in
prevalenza adulti, affette da epatite B cronica in Italia. Si sa che di
queste solo 20mila sono in terapia. Nel sommerso c'è, quindi, un
esercito di persone che non sanno di essere infette. E, dunque, ignorano
quanto pericoloso sia il killer che li ha aggrediti: basti pensare che
l’epatite B è la causa più diffusa di tumore dopo il tabacco; nel mondo,
provoca l’80% di tutti i casi di cancro del fegato; colpisce il doppio
delle persone rispetto all’epatite C; è 100 volte più contagiosa
dell’HIV e il numero di persone affette da epatite B cronica nel mondo è
8-10 volte superiore a quello delle persone affette da HIV/AIDS. Mettere
alle corde il virus dell'epatite B è possibile. Anche quando ha già
colpito: si può 'stanare' grazie a esami mirati, l'ultimo messo a punto
è l'elastografia epatica, e si può arrestare la sua corsa distruttiva
grazie a terapie sicure ed affidabili come quella con telbivudina.
“E’ una sfida continua quella contro il virus dell’epatite B -
afferma Antonio Craxì, Professore di Gastroenterologia e
Direttore dell’Unità Operativa di Gastroenterologia dell’Università di
Palermo – L’obiettivo della terapia è quello di ridurre la carica
virale il più rapidamente possibile, allontanando così il ‘rischio
resistenza’, e di bloccare a tempo indefinito la replicazione virale, in
modo da evitare che il malato entri nel tunnel della cirrosi e del
tumore epatico. In questi ultimi anni sono stati compiuti grandi
progressi in campo farmacologico: telbivudina ha dimostrato nei pazienti
HBeAg-negativi, la forma di Epatite B prevalente nella popolazione
italiana, una maggiore potenza e rapidità nel ridurre la carica virale
rispetto ad altri farmaci già all’ottava settimana. Infatti, nello
studio GLOBE, il 90% dei pazienti risultavano PCR negativi a due anni:
si tratta del dato più elevato ottenuto con un antivirale ad oggi. Nei
pazienti HBeAg-positivi telbivudina si è dimostrata in grado di indurre
il tasso più elevato di sieroconversione anti-HBe, superiore a quello
ottenuto con il trattamento con gli altri antivirali orali e con
l’interferone pegilato”.
L’efficacia clinica di telbivudina è stata valutata nello studio GLOBE,
il più ampio studio clinico ad oggi condotto nei pazienti con Epatite
Cronica B, l’unico ad aver fornito dati affidabili e robusti
sull’efficacia e la tollerabilità a lungo termine di un farmaco per il
trattamento di questa malattia, condotto su circa 1400 pazienti con
Epatite Cronica B interamente trattati e seguiti per due anni.
“Tutti questi aspetti - precisa il Prof. Antonio Craxì -
fanno di telbivudina un valido strumento terapeutico a cui il medico
oggi non può rinunciare. Sulla base di questi importanti risultati, le
recenti Linee guida per il trattamento dell’Epatite B, nate sotto
l’egida di importanti Società Scientifiche nell’ambito dell’epatologia,
indicano l’impiego di telbivudina fra i trattamenti di prima linea per
aggredire e controllare a lungo termine la replicazione del virus B”.
Oltre alla disponibilità di farmaci potenti e ben tollerati è
fondamentale la prevenzione, la diagnosi precoce e il controllo nel
tempo dei portatori cronici asintomatici di HBsAg.
“L’Epatite Cronica B è una malattia ampiamente “sommersa”: come per
un iceberg, ciò che dell’Epatite Cronica B appare è solamente la punta,
mentre la maggior parte del problema rimane sommerso e pertanto
sconosciuto - afferma Mario Rizzetto, Professore di
Gastroenterologia e Direttore della Divisione di Gastroepatologia
dell’Ospedale Molinette , Università di Torino - Secondo l’Istituto
Superiore della Sanità in Italia vi sono 900mila persone con infezione
da HBV. Quante di queste siano malate e bisognose di cura, non è noto.
Sono tuttavia molte di più dei 20.000 portatori di HBsAg attualmente in
terapia”.
In passato questi pazienti venivano rassicurati sulla benignità della
loro condizione e spesso dimessi senza ulteriori raccomandazioni di
controlli nel tempo; d’altro canto la natura subdola dell’epatite B
rendeva la malattia difficile da identificare se non con una biopsia
epatica, procedimento invasivo e male accetto che appariva spesso
eccessivo rispetto allo stato di buona salute del portatore asintomatico.
“L’idea dello studio ICEBERG – aggiunge il Prof. Mario
Rizzetto – nasce dalla necessità di far emergere e di acquisire
maggiori conoscenze sul sommerso dell’Epatite Cronica B anche nel nostro
Paese, contribuendo mediante l’utilizzo di una metodica diagnostica non
invasiva, l’elastografia epatica, all’individuazione dei portatori
asintomatici di HBsAg con una malattia del fegato latente e che pertanto
necessitano di un’adeguata terapia”.
Lo Studio ICEBERG, supportato da Novartis Farma e coordinato dal Prof.
Mario Rizzetto è uno studio osservazionale, longitudinale, multicentrico,
che coinvolgerà circa 20 centri clinici italiani specializzati nella
gestione e nel trattamento dei pazienti con Epatite Cronica B. Lo studio
si propone di valutare la prevalenza e l’incidenza di epatopatia in una
popolazione di circa 950 portatori asintomatici di HBsAg, non sottoposti
a terapia, che saranno osservati con un follow-up fino a 5 anni.
Epatite B:
L’epatite B rappresenta un grave problema sanitario. E’ la decima causa
di mortalità al mondo. Su scala mondiale, l’Epatite Cronica da HBV
colpisce circa 350 milioni di persone ed è responsabile di circa 1,2
milioni di decessi l’anno.
Ogni anno oltre un milione di europei contraggono il virus dell’epatite
B (HBV), 14 milioni di persone convivono con la forma cronica della
malattia (CHB). Nell’ultimo decennio in Italia si è assistito ad un
profondo cambiamento del quadro epidemiologico dell’epatite B. Due sono
i fenomeni fondamentali alla base di tale cambiamento: l’obbligatorietà
della vaccinazione e l’immigrazione proveniente da Paesi ad altra
endemia.
All’osservazione del medico arrivano oggi sempre meno casi di infezione
acuta o di infezioni croniche relativamente recenti, mentre rimangono
frequenti i casi con malattia di lunga durata che rappresentano la
naturale evoluzione della patologia in pazienti infettati nei decenni
passati.
Parallelamente l’età media dei pazienti è cresciuta da 33,4 anni (1990)
a 45,5 (2008).
La forma di Epatite Cronica B predominante nei Paesi europei
appartenenti al bacino del mediterraneo è quella HBeAg-negativa, che in
Italia raggiunge una prevalenza del 90%. I soggetti HBeAg-negativi che
risiedono in Italia hanno valori medi di HBV-DNA inferiori a 7 Log10
copie/ml.
Note su Telbivudina
Telbivudina è stato approvata dalla Food and Drug and Administration nel
2006 e dall’EMEA nel 2007 per il trattamento dei pazienti adulti con
Epatite Cronica B (CHB) compensata ed evidenza di replicazione virale
attiva, persistente aumento dei livelli di aminotrasferasi nel sangue e
malattia epatica istologicamente attiva.
In Italia telbivudina è rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale: il
farmaco è infatti in classe H, Osp2.
Epatite Cronica B, malattia sommersa
Intervista a Mario Rizzetto
La speranza, una grande speranza, era che il declino dell’epatite B,
innescato la scorsa decade, continuasse nel 3° millennio fino al sogno
dell’eradicazione della malattia dal nostro paese. “Una speranza non
certo campata in aria ma basata sulla grande valenza rappresentata dalla
vaccinazione universale obbligatoria entrata in vigore nel 1991 in
Italia, primo Paese, almeno in Europa, ad attuarla. Purtroppo non
avevamo fatto i conti con le correnti migratorie. E anche con un certo
calo nel tempo della percezione del pericolo epatite B nella popolazione
davanti alla minore diffusione dei messaggi di prevenzione, alla
diminuzione dei morti e alla disponibilità nelle mani del medico di
farmaci efficaci, di rapida azione, ad alta tollerabilità. “Ci sono le
medicine giuste, se mi ammalo posso guarire”. E’ un po’ quello che sta
succedendo per l’Aids”. Parla Mario Rizzetto, professore di
Gastroenterologia e direttore della divisione di Gastroepatologia
all’Ospedale Molinette, Università di Torino, intervistato alla
conferenza stampa a Roma sullo stato dell’arte dell’epatite B nel nostro
Paese.
D: Prima di soffermarsi sui motivi che hanno fatto saltare la
previsione sulla diffusione della malattia e sulle cause che hanno
portato al “risveglio” del virus, vediamo di avviare un breve viaggio
nell’epatite B. Partiamo da lontano: cosa è l’epatite virale B?
R: E’ un’infiammazione del fegato sostenuta dal persistere del
virus B (HBV). Questa situazione può indurre un’infezione cronica del
fegato in quanto il sistema immunitario del soggetto non è in grado di
esprimere una risposta che dia una protezione. L’infiammazione cronica
può causare cicatrici e sovvertimento nella struttura epatica, portando
al quadro della cirrosi. Ci si può trovare, a questo punto,
nell’anticamera del tumore epatico, di emorragie digestive da varici
esofagee e di insufficienza epatica. Quando si viene a contatto con il
virus si possono verificare due situazioni. La prima è quella del
portatore HBsAg positivo sano: ha il virus che, però, non si sta
replicando. La seconda è quella del portatore HBsAg positivo malato, con
alta replicazione virale. Quest’ultimo deve essere curato quando la
malattia diventa importante, ponendo tuttavia attenzione a non favorire
la resistenza del virus ai farmaci.
D: Come si contrae l’epatite B?
R: Spesso il soggetto scopre per caso di essere venuto a
contatto con il virus. E le situazioni possono essere le più diverse.
Può essere venuto a contatto con HBV mediante una trasfusione di sangue
infettoma questa è una realtà ora divenuta estremamente rara almeno in
Italia e in altri Paesi industrializzati per i severi controlli del
sangue trasfuso - o mediante tracce di sangue e di altri fluidi,
infetti, come nel caso di rapporti sessuali non protetti con un partner
che ha il virus, mediante punture con aghi contaminati o ferri
chirurgici non sterili. In sintesi, ci vuole un contatto interpersonale
con individui che hanno il virus. Non bisogna dimenticare una realtà
presente anche in Italia nell’era pre-vaccinazione, quella del neonato
infettato dalla madre. Sono proprio i soggetti più giovani quelli a più
alto rischio di un decorso cronico dell’infezione e di sviluppare in età
adulta, o più avanzata, un carcinoma epatico.
D: Non sono un rischio anche i tatuaggi e il piercing?
R: Certamente, se queste pratiche, peraltro molto diffuse,
vengono eseguite senza le necessarie misure igienico-sanitarie. Il modo
di contagio può essere subdolo: si può contrarre il virus con un
tatuaggio, anche se l’operatore usa aghi sterili. E questo perché ad
essere infettato potrebbe essere l’inchiostro. Infatti, durante il
tatuaggio di un singolo individuo, l’operatore può riprendere più volte
l’inchiostro immergendo lo stesso ago nel contenitore. Se immerge l’ago
usato per un soggetto infetto ecco che il contenitore d’inchiostro si
infetta e quindi diventa fonte di contagio nei tatuaggi successivi,
anche se l’ago viene cambiato nel prossimo cliente.
D: Come si effettua la diagnosi dell’epatite B?
R: La diagnosi va fatta ricercando nel sangue l’antigene
di superficie del virus, HBsAg. C’è stato nel tempo un’evoluzione
dell’approccio diagnostico: da quello più focalizzato sui marcatori
della malattia a quello focalizzato sulla replicazione del virus.
Tradizionalmente la determinazione dell’antigene e di HBV ha permesso di
stimare la capacità di replicazione e di infettività del virus. Oggi ci
si affida alla misurazione diretta della replicazione dei virus, ovvero
alla misurazione dei livelli di HBV-DNA. C’è stato un aumento notevole
della sensibilità delle tecniche impiegate: adesso è possibile misurare
10 copie del virus per millilitro di sangue mentre anni fa la minima
quantità di virus misurabile era di 500.000 copie. Vi sono state altresì
importanti innovazioni nella diagnostica della malattia. Una metodica
innovativa, di recente sviluppo, non invasiva, è quella dell’elastografia
epatica: consente di misurare la rigidità del fegato. Si suscita un’onda
elastica attraverso le costole puntata direttamente verso il fegato.
Quanto più rapidamente l’onda viaggia, tanto maggiore è la rigidità del
fegato; questo per la presenza di cicatrici che, se molto estese,
costituiscono la cirrosi. Questa metodica oggi affianca, e in parte
sostituisce, la biopsia epatica, che prevede il prelievo e l’analisi
istologica di un campione di materiale epatico e per la sua invasività è
male accettata dal paziente.
D: In quale misura questa nuova metodica non invasiva
potrà contribuire ad incrementare le diagnosi di Epatite B?
R: Sicuramente in larga parte. Tutti i pazienti con Epatite B
possono beneficiare oggi della stessa tecnica non invasiva che permette
di tenere sotto controllo l’evoluzione della malattia di fegato. Prima
che questa metodica divenisse disponibile, l’unico strumento utilizzato
per diagnosticare il grado di infiammazione del fegato era la biopsia
epatica.
D: Professore, chi sono i portatori asintomatici?
R: In realtà, in senso stretto, non esistono portatori
sintomatici e asintomatici. E questo perché tutte le persone che vengono
a contatto con il virus sono asintomatiche, perché l’infezione non dà
sintomi per molti anni anche quando causa infiammazione epatica; i
sintomi appaiono solo con lo sviluppo di cirrosi. E’ più corretto
parlare di portatori “attivi” e “inattivi”. I portatori “inattivi” sono
quelli che, pur essendo venuti a contatto con il virus, hanno
un’infezione a bassa portata virale con un virus che replica ai minimi
termini. Quindi il soggetto, pur avendo contratto il virus, non ha la
malattia. In altre parole, ha una quantità minima di virus non
sufficiente a far insorgere la malattia. Questo “portatore inattivo” o
“asintomatico” può tuttavia diventare malato in qualunque momento, se si
riattiva la replicazione virale.
D: Il portatore asintomatico, o inattivo come lei lo definisce,
va trattato sempre con i farmaci?
R: Bisogna intendersi. Il portatore asintomatico di HBsAg sano
inattivo andrebbe trattato se vi fossero farmaci capaci di eradicare
l’infezione da HBV quando questa è latente; ma i farmaci ora disponibili
sono solo capaci di bloccare la replicazione virale, mentre questa non
ha luogo nel portatore inattivo; allo stato attuale della terapia non è
dunque possibile trattare questi portatori. Vanno, invece, trattati i
portatori HBsAg attivi, con replicazione virale e malattia, soprattutto
malattia importante. Ci sono farmaci mirati. Fra questi telbivudina.
Questo farmaco ha dimostrato nello studio GLOBE che si è protratto per
due anni, di essere efficace, di inibire rapidamente la replicazione
virale e di essere ben tollerato a spese di un rischio di resistenza
contenuto nel paziente tipico italiano.
D: In Europa e in Italia il paziente con Epatite Cronica B
presenta caratteristiche particolari. Quali sono e perché?
R: Bisogna premettere che ci sono vari genotipi del virus B,
denominati con le lettere dell’alfabeto a partire dalla A. I diversi
genotipi di HBV si differenziano per alcune variazioni nella sequenza
del DNA virale. Queste variazioni condizionano tuttavia la capacità del
virus di mutare. Sotto la pressione immunologica che tende ad eliminarlo
nel corso degli anni, il genotipo D di HBV cerca di sfuggire all’attacco
evolvendo, cioè mutando. Una mutazione importante ha luogo nella regione
del virus che codifica il cosiddetto antigene e, che non viene più
espresso. In Italia e nel resto del bacino del Mediterraneo, dalla
Grecia alla Turchia al Nord Africa alla Spagna prevale il genotipo D
dell’HBV, che nei soggetti con infezione cronica tende dunque a mutare
perdendo la capacità di produrre questo antigene: la variante virale
mutata si definisce perciò “e-minus”. L’infezione provocata da questo
virus ha caratteristiche diverse da quelle del prototipo “selvaggio” del
virus B capace di esprimere l’antigene e, prevalente nel Nord Europa e
Nord America.
D: Questo che cosa comporta?
R: Mentre nelle forme virali HBeAg positive la malattia
è continua nel tempo, nella forma e-minus prevalente in Italia v’è
spesso negli anni un susseguirsi di episodi acuti. In pratica, picchi di
malattia intervallati da pause biochimiche e cliniche. Con l’andare
degli anni, questi episodi acuti, proprio per l’accumulo delle lesioni
epatiche, possono portare alla cirrosi. Questa forma è la meno sensibile
alla terapia tradizionale con interferone. Fortunatamente, ci sono
farmaci mirati, come telbivudina, che permettono il controllo della
malattia, a condizione che siano assunti in continuazione. Il controllo
della malattia avviene reprimendo la replicazione virale.
D: La globalizzazione con le correnti migratorie e il calo della
percezione dei pericoli – peraltro la malattia, proprio per la
vaccinazione ormai in forza da 17 anni, è praticamente scomparsa sotto
l’età dei 30 anni mentre persiste al di sopra - hanno “risvegliato” il
virus. Quindi ci sono persone che sono malate o si stanno ammalando e
magari non lo sanno. Che fare?
R: E’ un problema molto importante. Secondo l’Istituto
Superiore della Sanità rimangono in Italia 900mila persone con infezione
da HBV. Quante di queste siano malate e bisognose di cura, non è noto.
Sono tuttavia molte di più dei 20.000 portatori di HBsAg attualmente in
terapia. Ma dove sono? Sono tutti consapevoli di star male? Continuano
la vita quotidiana di sempre? Ma non sono mine vaganti? L’immagine
richiama quella di un iceberg: possiamo vedere solo la punta del
problema, mentre larga parte rimane a noi non visibile, sconosciuta,
perché sommersa. Da questi interrogativi è nata l’idea di mettere a
punto uno studio su scala nazionale, che presto prenderà il via,
denominato ICEBERG, supportato da Novartis Farma, e da me coordinato,
che coinvolge oltre 20 Centri di riferimento in tutta Italia. Bisogna
tornare a quanto abbiamo detto a proposito dello stato di portatore
asintomatico. La storia clinica di questi pazienti in gran parte non è
nota sia per quanto riguarda quelli che hanno una funzionalità epatica
nella norma sia quelli con alterazioni epatiche precoci. In accordo con
le Linee Guida sull’Epatite Cronica B questi soggetti oggi non vengono
sottoposti a terapia farmacologica. I dati in letteratura a questo
proposito sono scarsi. Tuttavia, un recente studio mette in evidenza una
percentuale significativa di soggetti con lesioni epatiche severe fra la
popolazione generale dei portatori asintomatici con funzionalità epatica
nella norma o lievemente alterata. Da qui lo studio ICEBERG che ha
insito nel suo nome la finalità di portare allo scoperto la parte
sommersa dell’epatite B in Italia: mediante la valutazione della
prevalenza e dell’incidenza di epatopatia a 1, 2, 3, 4 e 5 anni valutata
attraverso l’esame elastografico nei soggetti portatori asintomatici di
HBsAg non sottoposti a terapia farmacologia sarà possibile stimare in
maniera più corretta i pazienti che oggi sono erroneamente definiti
asintomatici e valutare quanti hanno una malattia epatica evolvente che
necessita di una terapia ed in quanti la malattia si sviluppa nell’arco
del follow-up dello studio.