Genova Anno VI - n°35 - 09.09.2008 Pagine Nazionali

del 12/09/2008

 

Ad alta quota soffre anche il cervello


Prof. Carlo Caltagirone

Scalare montagne e raggiungere cime altissime è un’esperienza affascinante ma, come si sa, non esente da rischi. Rischi legati anche alla minore quantità di ossigeno che è possibile inalare ad alta quota e la cui diminuita concentrazione nei tessuti può determinare danni cerebrali, disturbi neurologici e cognitivi. In particolare uno studio, tutto italiano e condotto dall’IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma, ha mostrato che la riduzione di ossigeno, causata da un’esposizione ad altitudini estreme, è connessa all’atrofia di aree cerebrali deputate al movimento.

Per la prima volta sono stati indagati quantitativamente i cambiamenti morfometrici che avvengono nel cervello di scalatori professionisti durante e dopo le spedizioni. Oggetto di studio sono stati i componenti della spedizione che nel 2004 ha celebrato il 50° anniversario della conquista italiana del K2. I risultati della ricerca, coordinata dalla dott.ssa Margherita Di Paola con la supervisione del prof. Carlo Caltagirone, sono stati pubblicati sull’European Journal of Neurology.

Ad essere preso in esame è stato il gruppo di scalatori di fama mondiale che quattro anni fa ha affrontato la scalata dell’Everest (8848 m) e del K2 (8611 m) senza il ricorso a respiratori: Agostino Da Polenza (Capospedizione), Claudio Bastentraz, Alessandro Busca, Paolo Comune, Giuliano De Marchi, Soro Dorotei, Massimo Farina, Adriano Greco, Sergio Minoggio, Silvio Mondinelli, Mario Morelli, Uber Moroder, Walter Nones, Marco Spadaro e Karl Unterkicher. Tutti sono stati sottoposti alla Risonanza Magnetica Nucleare (RMN) prima della partenza per la spedizione e al loro rientro, insieme ai soggetti del gruppo di controllo. Sono stati indagati sia gli effetti di una singola esposizione ad alta quota sia quelli di esposizioni ripetute. Le immagini di RMN sono state poi sottoposte ad una particolare tecnica - la Voxel-Based Morphometry – in grado di analizzare l’intero cervello (sia la sostanza bianca sia quella grigia) e di quantificare le eventuali differenze nei diversi tessuti cerebrali. Si è così visto che l’esposizione ad altitudini estreme senza l’ausilio di respiratori ad ossigeno può comportare cambiamenti nel tessuto cerebrale anche in soggetti ben acclimatati e che non mostrano sintomi neurologici durante la spedizione. I cambiamenti sono risultati altamente specifici per alcune aree del cervello e localizzati principalmente nelle aree motorie. Ciò ha confermato quanto riportato dalla letteratura scientifica e aneddotica che descrive disturbi motori negli scalatori, anche dopo due anni da una spedizione ad alta quota.

Coinvolti nella ricerca il Laboratorio di Neurologia Clinica e Comportamentale, il Dipartimento di Radiologia e il Laboratorio di Neuroimmagini della Fondazione Santa Lucia. L’intero lavoro scientifico della Fondazione è stato dedicato ai protagonisti della spedizione sul K2 del 1954: Achille Compagnoni, Lino Lacedelli, Walter Monatti e Madhi, il portatore d'alta quota. Nella pubblicazione sull’European Journal of Neurology i ricercatori hanno ringraziato tutti gli scalatori che nel 2004 hanno dato la loro disponibilità a sottoporsi alle indagini scientifiche, contribuendo così ad una nuova conoscenza di cui si potrà giovare la scienza, la medicina e uno sport arduo ma sempre più diffuso come l’alpinismo. Una menzione particolare è stata riservata a Massimo Farina, il più giovane della spedizione, che nel 2005 ha perso la vita sulle Alpi.

 

 

 






 
 
 
 

  



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