I
tumori cutanei sono in costante aumento, arrivando a rappresentare 1/3
di tutti quelli diagnosticati. L’incidenza maggiore avviene dopo i 40
anni e ogni anno si registra un incremento di incidenza del 5%. La
‘bestia’ più brutta è il melanoma cutaneo, che corrisponde all’1% di
tutti i tumori potenzialmente maligni. Sul fronte della cosmetovigilanza
è da oggi invece possibile arrivare sempre a una diagnosi corretta di
tutte le dermatiti allergiche. Come? Grazie a patch test, open test,
test d' uso e numerosi altri test cutanei. Sono queste alcune
anticipazioni sulle novità che verranno presentate dall’ADOI e dalla
SIDeMaST nel corso del 4° Congresso Nazionale Unificato di Dermatologia
e Venereologia a Napoli dal 28 al 31 maggio.
Ognuno di noi presenta sulla cute numerosi nei, in un numero variabile
che va dai 20 a 200. Ma come capire se c’è il rischio che qualcuno di
questi si trasformi in melanoma? La risposta è nella ‘Regola dell’
ABCDE’. “A sta per asimmetria, B per bordi, C
per colore, D per dimensione e E per età o evolutività
– svela Federico Ricciuti dell’Azienda Ospedaliera S. Carlo di Potenza e
Copresidente del Congresso.- In sostanza, quando c’è un rapido
aumento delle dimensioni, l’accentuarsi o l’estendersi della
pigmentazione, il sanguinamento o l’ulcerazione spontanea di un neo,
tutto lascia pensare a una possibile trasformazione del neo in melanoma.
Non succede nulla se invece una persona si graffia o stuzzica un neo con
l’unghia. Questa è una falsa paura da sfatare perché l’evoluzione deve
essere spontanea e naturale.”
Ma non esiste solo il melanoma. Due importanti manifestazioni di tumore
della cute sono rappresentate dal carcinoma basocellulare e dal
carcinoma spinocellulare. La forma precancerosa cutanea più
diffusa è la cheratosi attinica, detta anche discheratosi o ‘cheratosi
solare’. Queste cheratosi sono delle piccole macchie arrossate che
successivamente presentano delle crosticine e possono poi diventare
tumori. Colpiscono le cellule più superficiali delle pelle, possono
manifestarsi come lesione singola oppure in diverso numero. In 1/5 dei
casi guariscono spontaneamente. Il resto può evolvere verso una forma
neoplastica.
Le discheratosi possono essere trattate con terapie locali con
interferone, imiquimod, 5-fluorouracile, diclofenac sodico 3% o con
crioterapia, laserterapia o con terapia fotodinamica,. Quest’ultima
metodica, praticata da appena uno o due anni, prevede un uso combinato
di farmaci locali e luce particolare e consente di intervenire in tutti
quei casi in cui non sia possibile effettuare l’intervento chirurgico.
“Ad esempio, se un paziente ha 30, 40 discheratosi cosparse sul cuoio
capelluto, visto l’elevato numero di lesioni, si cosparge sulla zona
interessata un particolare tipo di acido, e dopo 2 ore si fa una
irradiazione con una luce particolare, eliminando così tutte le lesioni”,
spiega l’esperto.
Ma non si tratta dell’unica novità presentata nel corso dell’evento. Da
oggi è infatti possibile garantire una diagnosi corretta di tutte le
dermatiti allergiche. Come? Grazie a patch test, open test, test d' uso
e numerosi altri test cutanei. E al primo posto si colloca proprio il
patch test: per merito di questo esame, parrucchieri, personale
sanitario, lavoratori dell’edilizia, del settore tessile, della ceramica
possono scoprire precisamente che tipo di dermatite hanno manifestato. E
stesso discorso vale per le figure non professionali che possono
contrarre una malattia della pelle a causa dell’utilizzo di guanti,
prodotti domestici, calzature e oggetti di bigiotteria.
Questa metodica è la più idonea, validata e precisa, soprattutto se
eseguita in Centri dermatologici dotati di tutti gli allergeni
necessari, specifici sia per la professione del paziente che per la sede
cutanea della dermatite. Si tratta di un test di superficie, non
invasivo e praticamente esente da rischi o fastidi. A differenza di
quelli eseguiti attraverso punture, come i prick test o prelievi
sanguigni, spesso non idonei per la diagnosi delle dermatiti allergiche
ma adatti per le forme allergiche respiratorie, come asma e rinite
allergica
Ma l’efficacia di questo test si fa sentire soprattutto nelle dermatiti
causate dall’uso di cosmetici, provocate non solo da componenti attivi
ma anche da conservanti. L’importanza del “fenomeno allergia a
componenti di cosmetici” è infatti tale che, accanto alla
farmacovigilanza già in atto per i farmaci da molti anni in molti Paesi
del mondo, è oggi particolarmente sentita la necessità della
cosmetovigilanza, alla quale le Società di Dermatologia stanno
attivamente lavorando.
Da sottolineare la “rilevanza” di un patch test positivo. Infatti “è
compito preciso dello specialista correlare o meno la positività di un
test alla reale responsabilità per la dermatite in atto. Fondamentale
anche l’aspetto della reazione che si ottiene sulla cute con un patch
test - afferma Fabio Ayala, Presidente del Congresso e
Direttore della Clinica Dermatologica dell' Università di Napoli
Federico II. - Per esempio, alcuni tensioattivi utilizzati in
detergenti possono dare reazioni al patch test apparentemente - ma
falsamente - positive (effetto cosiddetto shampoo perché la zona cutanea
si presenta finemente zigrinata), o sostanze derivate da acari della
polvere possono indurre nell’area cutanea del test una reazione minima
infiammatoria, che è però aspecifica e non indica allergia.”