La mia storia
Sono nato con una malformazione congenita dal nome complicato ma che in
pratica si può riassumere nel fatto che i miei testicoli erano fuori
sede e si erano scambiati di posto. O così almeno credo di avere capito
dalle spiegazioni che negli anni si sono susseguite da parte dei vari
medici che ho interpellato. All’età di dieci anni un’operazione
chirurgica ha rimesso le cose al loro posto ma il chirurgo ha dovuto
compiere una scelta drastica. O riportare le mie gonadi nella loro sede
naturale tagliando il groviglio che si era creato la sotto o lasciar
perdere. Per fortuna ha scelto la prima, dato che avere i testicoli
fuori sede, ho letto, può portare a conseguenze gravissime, non ultimo
il cancro. Qual è il problema, ci si chiederà? In fondo è andato tutto a
posto. Vero, e ringrazio ancora oggi il medico che ha operato quella
scelta. Ma per riportare i testicoli in sede il chirurgo ha dovuto
tagliare i dotti deferenti, ovvero i canali deputati al trasporto dello
sperma dal testicolo verso l’esterno. Conseguenza: l’infertilità !
La grande onestà e bravura dei medici di allora, e siamo nel 1980, si
concretizzò nel comunicare tempestivamente la notizia ai miei genitori,
nel rassicurarli sulla mia salute futura e nel minimizzare il problema
dell’infertilità, che senz’altro in futuro sarebbe stato risolto.
Purtroppo erano almeno in parte in errore, ma questa è storia di oggi e
non voglio correre troppo. Non so bene come i miei genitori decisero di
comunicarmi le nuove riguardanti l’esito dell’intervento chirurgico ma è
sicuro che io sono sempre stato consapevole dell’esistenza del problema.
Anche il mio medico di famiglia negli anni immediatamente successivi
all’operazione, quelli della mia adolescenza, mi rincuorò e mi garantì
che sarei stato un uomo normale, che quella non era una menomazione ma
solo un piccolo problema. Con il senno del poi ho l’impressione che
nonostante le parole di genitori e medici io abbia vissuto quel problema
come un handicap. E’ vero, dal punto di vista esterno e funzionale è
tutto a posto ma, credete, la consapevolezza della propria sterilità vi
lavora dentro in modi che neanche si possono immaginare. Per esempio, ha
senso parlare di questo problema con gli amici e i parenti non stretti?
Io ho sempre evitato, ritenendolo un fatto privato, ma non so se sia
stata una buona scelta. Solo i miei amici più intimi sono sempre stati a
conoscenza del mio problema, che peraltro negli anni è sempre rimasto
lì, in sospeso, in attesa di un chiarimento o di una soluzione.
All’età di ventidue anni ho conosciuto la ragazza che oggi è mia moglie.
Il rapporto con lei è stato fin da subito intenso e profondo, così che
dopo pochi mesi di fidanzamento le ho detto come stavano le cose. Questo
ci provocò già allora un dolore perché era chiara l’intenzione di
mettere su famiglia e questo era da ritenersi un ostacolo non piccolo.
Io da una lato ero ottimista, perché avevo letto dell’esistenza di
tecniche di fecondazione assistita, dall’altro rinviavo il problema a
quando ci saremmo sposati. Mi si dirà che avrei potuto occuparmi prima e
meglio del mio problema, anche per vedere se fosse possibile risolverlo.
Rispondo che mi ha fermato allora il sospetto che non ci fosse molto da
dire o da fare.
Il matrimonio
Ci siamo sposati all’età di ventotto anni e l’anno successivo ho
finalmente affrontato il mio “mostro”. Su consiglio del mio medico di
famiglia mi sono fatto visitare da un andrologo, di cui non ho voglia di
scrivere il nome, che nella sostanza mi ha detto che il mio caso era ai
limiti delle possibilità per la scienza medica della fecondazione
assistita. Come si poteva sapere, mi disse, se le mie gonadi erano
funzionanti? Solo una indagine chirurgica avrebbe risolto il mistero, ma
assolutamente non in un ospedale pubblico e forse non in Genova. Ci
siamo lasciati con la promessa che mi avrebbe richiamato non appena
avesse avuto maggiori dettagli sul da farsi. Non mi ha mai più
richiamato ! Io e mia moglie siamo rimasti ancora altri anni “come tra
color che son sospesi”, non sapendo bene che fare. Rinunciare ad avere
figli nostri ed intraprendere la strada dell’adozione? Rinunciare ad
avere figli del tutto?
L’incontro con lo specialista Andrologo
Nel Luglio del 2003, in quel caldo infernale, qualcosa si è mosso dentro
di me e ho deciso di riprendere la ricerca di una soluzione,
insoddisfatto delle parole dell’andrologo contattato ormai anni prima.
Mi sono così informato sulle tecniche esistenti di procreazione
medicalmente assistita e ho scoperto la possibilità di effettuare
un’estrazione chirurgica dello sperma dal testicolo e poi fecondare un
ovulo tramite microiniezione. Si tratta della tecnica ICSI. Grazie ad
Internet ho trovato il prof. De Rose e ho preso un appuntamento. Il
professore, a cui non sarò mai abbastanza riconoscente, dopo la visita
mi ha rincuorato dicendomi che sarebbe bastato un piccolo intervento per
scoprire ciò che per anni era rimasto nel limbo del chissà. Il giorno
dell’anniversario di matrimonio di tre anni fa, a Settembre, mi ha
operato e, notizia meravigliosa, ha scoperto che le mie gonadi erano
funzionanti e che c’era dello sperma da estrarre, cosa che ha fatto. Lo
sperma estratto è stato congelato in azoto liquido, pronto per essere
usato nel caso avessimo deciso di intraprendere la strada della
Procreazione Medicalmente Assisitita (PMA, nel seguito). Eravamo
raggianti, e nonostante tutto quello che è seguito dico che avevamo il
diritto di esserlo. Tuttavia cominciava allora quello che non esito a
definire un calvario che, complici leggi assurde varate negli anni
successivi, ci impegna ancora oggi, mentre sto scrivendo.
Il primo tentativo di ricorrere alla PMA lo abbiamo effettuato presso
l’unica struttura privata genovese che opera nel settore. La tecnica
consiste nello stimolare con ormoni un’ovulazione multipla nella donna,
poi prelevare gli ovociti maturi tramite una piccola operazione detta
pick up, fecondarli uno ad uno con la microiniezione di cui ho parlato
prima e vedere che succede. Se la fecondazione avviene, si lasciano gli
embrioni a incubare in ambiente artificiale per tre giorni e poi si
trasferiscono nell’utero della donna lasciando che la natura faccia il
suo corso. Se l’embrione attecchirà darà origine ad una gravidanza del
tutto indistinguibile da quelle ottenute per vie naturali, altrimenti
sarà come se non si fosse fatto nulla. Dato che in natura le possibilità
che un ovulo fecondato sviluppi un embrione e che questo attecchisca
alle mucose uterine sono inferiori al 25% (sì, avete letto bene, sono
davvero così basse!) e dato che per ovvi motivi non si possono operare
tanti tentativi ricorrendo alla PMA quanti quelli di una coppia senza
problemi che ricerchi una gravidanza con metodi naturali, la scienza
medica ha trovato una soluzione. Produrre quanti più embrioni possibili
da ogni singolo ciclo di stimolazione ormonale della donna, trasferirne
uno o due alla volta per evitare gravidanze multiple (diffidate di che
vi racconta che la tecniche di PMA sono pericolose perché si possono
avere parti plurigemellari, perché sta mentendo e si rifà a pochi casi
sciagurati di vent’anni fa quando si era agli albori della PMA !!!) e
poi congelare in azoto liquido i restanti, per poter effettuare nuovi
tentativi in futuro senza che la donna si debba tutte le volte
sottoporre al bombardamento ormonale e al pick up. Nonostante questo
espediente le possibilità di successo sono comunque poche, intorno al
23% per donne di età inferiore ai quaranta anni e su embrioni appena
creati, intorno al venti per cento su embrioni scongelati. Mi si dirà
che è pochino, ma è molto meglio che niente!
I nostri primi due tentativi sono stati un insuccesso. A parte il costo
sul piano economico, non trascurabile, il costo maggiore lo si paga in
termini psicologici. Ogni tentativo fallito è un piccolo lutto, una
perdita. Tutte le volte lo sconforto ti prende e ti riduce ad uno
straccio, ma poi ti riprendi e ti dici che si può riprovare, che la
prossima volta andrà meglio. Il problema che per noi “la prossima volta”
è coincisa con l’approvazione della legge 40 che ha disciplinato quello
che autorevoli esponenti politici hanno definito “il far west della
provetta”.
Il mio pensiero sulla procreazione assistita
Ho il dovere qui di aprire una non breve parentesi sull’argomento,
perché sono ancora oggi disgustato da quello che ho ascoltato durante il
dibattito tra le forze politiche e nella società civile riguardo al tema
della procreazione medicalmente assistita. A mio parere fin dal
principio il dibattito è stato falsato da pregiudiziali ideologiche
fortissime, provenienti da ambienti cattolici ma non solo, e da una
devastante disinformazione. Innanzitutto sulla realtà della PMA in
Italia. Ho ascoltato parlamentari stigmatizzare con parole di fuoco quei
centri medici dai dubbi obiettivi e dalla dubbia moralità in cui si
carpirebbe la fiducia di coppie ignare e bisognose d’aiuto. Ho sentito
paragonare la selezione degli embrioni da impiantare e il congelamento
degli stessi a pratiche degne dell’eugenetica nazista. Ho sentito
affermare che le coppie che ricorrono alla PMA sono egoiste perché
vogliono un figlio a tutti i costi. Peggio, ho sentito dire cose
ignobili sulla diagnosi preimpianto e sui medici che la praticano, in
Italia essenzialmente per consentire a coppie portatrici di talassemia
di avere figli normali. Senza parlare delle opinioni riguardanti la
natura dell’embrione, dove la scienza è stata messa a tacere in nome di
credenze che nulla hanno a che fare con la realtà delle cose. La cosa
che più mi fa indignare è che la commissione parlamentare incaricata di
redigere la legge ha invitato esperti di fama internazionale per avere
da loro opinioni autorevoli che aiutassero a prendere le decisioni
migliori, ma che di queste opinioni non c’è traccia nel testo della
legge, che fin dal suo primo articolo denuncia a mio avviso uno scopo
nemmeno tanto recondito: quello di rendere impossibile la vita di chi,
come io e mia moglie, ha deciso di avere un bambino in un modo che i
alcuni cattolici giudicano sbagliato.
Il successivo tentativo, questa volta presso un ospedale pubblico
genovese, lo abbiamo effettuato vigente la nuova legge. A mia moglie
sono stati prelevati solo pochi ovociti, perché la nuova legge limita a
tre il numero di embrioni da creare e trasferire in un colpo solo. Sì,
perché una volta creati gli embrioni essi non possono più essere
congelati ma devono essere tutti impiantati, anche se in questo modo si
incrementa il rischio di gravidanze trigemine. Altra facezia, se per
caso la donna cambia idea durante il periodo che trascorre tra la
fecondazione e l’impianto, e non vuole più effettuare il trasferimento
degli embrioni, la legge le impone di sottoporsi egualmente ad esso. Una
specie di violenza carnale istituzionalizzata, una pratica che spero
nessun medico vorrà mai mettere in atto.
L’effetto della legge si è comunque sentito subito. Il tentativo è
andato a vuoto. A questo punto io e mia moglie siamo stati messi di
fronte ad una scelta difficile. Continuare nel centro pubblico,
sottostante alla legislazione italiana, o emigrare all’estero, dove vige
una legislazione meno moralista e più centrata sulla riuscita del
procedimento? Non è stata una decisione facile. I medici che avevamo
fino a quel momento incontrato ci erano parsi competenti e spesso
davvero impegnati, nonché ammirevoli sul piano umano. Ma la legge aveva
loro legato le mani. Abbiamo preso l’altra strada, andare all’estero.
Sì, ma dove? Grazie ad Internet ed ai forum dedicati alla PMA, dove si
possono condividere gioie e dolori con altri sfortunati con il nostro
stesso problema, abbiamo scelto il centro europeo di riferimento per la
ICSI, il luogo dove questa tecnica è stata utilizzata la prima volta in
Europa, nei primi anni novanta: l’AZ V.U.B. di Bruxelles.
E’ iniziata così l’ultima fase del nostro cammino di coppia infertile,
fatta questa volta anche di voli aerei low cost da Milano, di settimane
in albergo in una città mai vista prima ma che oggi è quasi una seconda
casa. Fatta di colloqui in francese e inglese con medici efficientissimi
ma un po’ freddi, di fax e telefonate fatte durante la prima fase del
trattamento, che inizia in Italia per limitare i costi. Fatta di
rocambolesche avventure per trasportare per mezza europa il contenitore
criogenico con il mio sperma congelato, nel terrore che qualche zelante
agente di polizia ci fermasse e sospettasse che fossimo pericolosi
terroristi intenti a trasportare i componenti di una pericolosa arma
biologica……………
L’anno scorso il primo tentativo, in estate. Procedura perfettamente
riuscita, grande numero di embrioni ottenuti e congelati, inizio di
gravidanza, speranze al massimo e poi…. nulla di fatto!
Anche in Belgio non hanno la bacchetta magica. Riproveremo. Almeno
un’altra volta. L’ospedale là è moderno e efficiente, la città
interessante (si beve ottima birra, si mangiano cozze e patatine fritte,
e i cioccolatini sono un trionfo….) ma sarebbe bello vivere in un paese
in cui se si ha un problema risolvibile lo si può affrontare a casa
propria, nel posto in cui si è vissuto, in cui ci si è innamorati, in
cui si è deciso di avere un figlio.
Anche noi coppie con problemi di infertilità un figlio lo vorremmo, non
per egoismo, ma per dargli amore. Lo vorremmo, ma oggi con questa legge
noi siamo stati messi in un ghetto, senza sbarre, ma lo stesso un ghetto
per minoranze con problemi che la società nel suo complesso considera
marginali, poco importanti.
Esagero? Forse, ma il nostro vissuto, e quello di tante coppie con
problemi simili al nostro, è di emarginazione e indifferenza. Chi ha
sostenuto questa legge direttamente o con la sua astensione al
referendum ci ha colpito nel profondo, spero senza saperlo.
Ma è ora di aprire gli occhi e riaprire il dibattito, perché la legge
può essere cambiata, deve essere cambiata.
Come faranno altrimenti le coppie infertili che non hanno i mezzi
economici o culturali per recarsi all’estero ad avere un figlio con la
PMA? Dovranno forse rinunciare al loro legittimo desiderio di essere
genitori? Non mi sembra una prospettiva degna di un paese che si dice
laico e moderno.
Andrea
P.S. Un grazie a tutti i medici meravigliosi che ho incontrato nel
nostro “calvario”. Non mi sono parsi nemmeno per un momento gli
squallidi approfittatori raccontati da qualcuno, in malafede. Mi sono
parsi professionisti convinti che quello che fanno sia buona medicina,
non certo moderni Mengele…… !