Genova Anno VI - n°34 - 09.06.2008 Pagine Nazionali

del 07/07/2008

 

Gli effetti delle note sull’intelligenza


Musica e intelligenza: è vero che c’è un legame? È vero che i bambini che studiano il pianoforte vanno meglio a scuola di quelli che nel pomeriggio fanno ginnastica o nuoto? La questione è da anni al centro di dibattiti intensi tra gli scienziati. Finalmente alcune ricerche fanno il punto sulla questione e distinguono una volta per tutte il grano dal loglio. Sono state presentate al congresso The Neuroscience and music – III, Disorders and plasticity che si è tenuto il 25-28 giugno, a Montreal, ed è stato organizzato dalla Fondazione Pierfranco e Luisa Mariani dopo il successo di due precedenti congressi su cervello e musica, tenutesi a Venezia nel 2002 e a Lipsia nel 2005. Quattro, in particolare, propongono un nuovo sguardo sulla faccenda.

Sylvain Moreno e Glenn Schellenberg, della York University di Toronto (in Canada), hanno svolto un complesso esperimento per valutare l’influenza dell’esercizio musicale sulla mente, partendo da una constatazione: il quoziente di intelligenza (il QI) è relativamente stabile nel corso della vita, eppure alcuni studi hanno mostrato che studiare musica migliora le prestazioni intellettive. L’ipotesi è stata dunque che la musica non faccia crescere esattamente l’intelligenza, ma la capacità di risolvere i problemi: quell’insieme di abilità che gli psicologi chiamano funzioni esecutive, comprendenti la pianificazione delle azioni, l’attenzione e il controllo dell’impulsività, e che si possono migliorare con l’esercizio. Per dimostrarlo, Moreno e Schellenberg hanno sottoposto 108 tra bambini e ragazzi, alcuni studenti di musica e altri no, a una serie di test psicologici. E i risultati hanno dato loro ragione. Così come un’altra ricerca in cui hanno confrontato musicisti e non musicisti di fronte ai test di intelligenza: i musicisti non avevano affatto prestazioni migliori degli altri in termini di punteggio totali di QI. Dunque, tra musica e intelligenza la faccenda si complica: le note non fanno diventare dei geni, ma sicuramente aiutano a usare il cervello.

Altre due ricerche presentate e discusse a Montreal hanno confrontato la musica e il linguaggio. L’esercizio delle lingue straniere, come quello con tasti e spartiti, migliora l’attenzione, la memoria, la lettura, l’apprendimento. Lo hanno osservato Ellen Bialystok, Sylvain Moreno, Glenn Schellenberg e Fergus Craik, tutti della York University di Toronto, che hanno confrontato gruppi di bambini bilingue con bambini monolingue e con bambini musicisti. Insieme ad Anne-Marie DePape e Takako Fujioka, della McMaster University di Toronto, hanno anche analizzato la questione nei giovani adulti: come previsto, non si sono rilevate differenze significative nei risultati dei test di intelligenza, mentre in particolari compiti visivi e uditivi in cui era necessaria una buona pianificazione del compito, i musicisti se la cavavano decisamente meglio. In conclusione: l’esercizio della musica fa bene al cervello, perché lo rende più veloce, preciso ed efficiente.

 

 






 
 
 
 

  



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