Musica
e intelligenza: è vero che c’è un legame? È vero che i bambini che
studiano il pianoforte vanno meglio a scuola di quelli che nel
pomeriggio fanno ginnastica o nuoto? La questione è da anni al centro di
dibattiti intensi tra gli scienziati. Finalmente alcune ricerche fanno
il punto sulla questione e distinguono una volta per tutte il grano dal
loglio. Sono state presentate al congresso The Neuroscience and music –
III, Disorders and plasticity che si è tenuto il 25-28 giugno, a
Montreal, ed è stato organizzato dalla Fondazione Pierfranco e Luisa
Mariani dopo il successo di due precedenti congressi su cervello e
musica, tenutesi a Venezia nel 2002 e a Lipsia nel 2005. Quattro, in
particolare, propongono un nuovo sguardo sulla faccenda.
Sylvain Moreno e Glenn Schellenberg, della York University
di Toronto (in Canada), hanno svolto un complesso esperimento per
valutare l’influenza dell’esercizio musicale sulla mente, partendo da
una constatazione: il quoziente di intelligenza (il QI) è relativamente
stabile nel corso della vita, eppure alcuni studi hanno mostrato che
studiare musica migliora le prestazioni intellettive. L’ipotesi è stata
dunque che la musica non faccia crescere esattamente l’intelligenza, ma
la capacità di risolvere i problemi: quell’insieme di abilità che gli
psicologi chiamano funzioni esecutive, comprendenti la pianificazione
delle azioni, l’attenzione e il controllo dell’impulsività, e che si
possono migliorare con l’esercizio. Per dimostrarlo, Moreno e
Schellenberg hanno sottoposto 108 tra bambini e ragazzi, alcuni studenti
di musica e altri no, a una serie di test psicologici. E i risultati
hanno dato loro ragione. Così come un’altra ricerca in cui hanno
confrontato musicisti e non musicisti di fronte ai test di intelligenza:
i musicisti non avevano affatto prestazioni migliori degli altri in
termini di punteggio totali di QI. Dunque, tra musica e intelligenza la
faccenda si complica: le note non fanno diventare dei geni, ma
sicuramente aiutano a usare il cervello.
Altre due ricerche presentate e discusse a Montreal hanno confrontato la
musica e il linguaggio. L’esercizio delle lingue straniere, come quello
con tasti e spartiti, migliora l’attenzione, la memoria, la lettura,
l’apprendimento. Lo hanno osservato Ellen Bialystok, Sylvain
Moreno, Glenn Schellenberg e Fergus Craik, tutti della York
University di Toronto, che hanno confrontato gruppi di bambini bilingue
con bambini monolingue e con bambini musicisti. Insieme ad Anne-Marie
DePape e Takako Fujioka, della McMaster University di
Toronto, hanno anche analizzato la questione nei giovani adulti: come
previsto, non si sono rilevate differenze significative nei risultati
dei test di intelligenza, mentre in particolari compiti visivi e uditivi
in cui era necessaria una buona pianificazione del compito, i musicisti
se la cavavano decisamente meglio. In conclusione: l’esercizio della
musica fa bene al cervello, perché lo rende più veloce, preciso ed
efficiente.