I
poveri, le persone meno istruite, quelle di bassa classe sociale, si
ammalano di più e muoiono prima. Si tratta di una constatazione comune
in tutti i paesi sviluppati che continua ad essere tollerata dai più e
che scandalizza pochi. Ma un'altra constatazione a questo favore arriva
da un articolo pubblicato in questi giorni su Cancer online 2008
(23/giugno). Secondo i dati di questo articolo sembra infatti che i
pazienti di basso status socioeconomico presentino un elevato tasso di
mortalità dopo una diagnosi di tumore. La povertà può dunque essere un
fattore di rischio di mortalità complessiva: il maggior tasso di decessi
può essere attribuito a diagnosi in stadio più avanzato della malattia
ed a trattamenti meno aggressivi, ed ammonta circa al 35 percento.
Il Piano sanitario nazionale italiano del 1998-2000 ha raccolto questi
argomenti e li ha tradotti in una autorevole proposizione di principio
che sovrintende a tutti gli obiettivi di salute e di assistenza che esso
propone (Ministero Sanità, 1998). Tutta l'equità che è possibile
raggiungere nella salute e che è doveroso garantire nell'assistenza
debbono essere perseguite esplicitamente da ogni programma del sistema
sanitario e sociale nel suo complesso, a tutti i livelli di
responsabilità, nazionale, regionale e locale, professionali e delle
forze sociali. Attualmente queste diseguaglianze si osservano su tutte
le dimensioni della struttura demografica e sociale: a parità di età, il
rischio di morire è più alto tra i meno istruiti, nelle classi sociali
più svantaggiate, tra i disoccupati, tra chi abita in case meno agiate e
in quartieri più degradati, tra chi vive solo o in situazioni familiari
meno protette. Ma tale fenomeno non interessa solo le fasce estreme più
svantaggiate delle popolazione: su ogni dimensione che sia misurabile su
di una scala ordinale, si osservano vantaggi nel rischio di morte tra le
posizioni superiori rispetto a quelle immediatamente inferiori.