In occasione della 16ma edizione di Cardiostim, che si sta svolgendo in
questi giorni a Nizza, si celebra il cinquantesimo anniversario del
primo impianto di pacemaker che ha dato inizio allo sviluppo di
dispositivi sempre più perfezionati e avanzati (pacemaker,
defribillatori o risincronizzatori) in grado oggi di prolungare la vita
di pazienti un tempo condannati da disturbi del ritmo cardiaco.
Come vivono questi pazienti la diagnosi e l’impianto di un simile
dispositivo?
Come vivono la vita di tutti i giorni dopo l’intervento?
Al fine di capire meglio questi pazienti ai quali non era mai stata data
voce, è stato realizzato per Sorin Group il primo studio qualitativo sul
vissuto dei soggetti impiantati.
I pazienti hanno accettato di rendere pubblica la loro esperienza: dalla
notizia della malattia alla <<vita dopo l’impianto>>, rivelando ai
ricercatori le proprie emozioni, paure e aspettative. Hanno raccontato,
nel dettaglio, come questo apparecchio abbia trasformato la loro vita
quotidiana.
Da questi lunghi colloqui sono emersi alcuni importanti elementi:
La presenza tangibile della morte: i pazienti sono a tutti gli
effetti coscienti di essere sfuggiti alla morte e sono riconoscenti al
proprio medico. Sebbene la consapevolezza della propria precarietà
talvolta generi una certa angoscia, essa sollecita la maggior parte di
loro a godersi la vita e la vitalità restituitegli dalla tecnologia:
« Ho la sensazione di fare il bis »
Il ritorno alla vitalità si basa sulla fiducia nella tecnologia.
L’impianto permette di dare sollievo al proprio cuore indebolito:
« Ho un impianto proprio per non morire! »
« Mi ripeto che in caso di difficoltà, l’impianto mi darà il cambio!»
Il ruolo del rapporto con il ritmologo è fondamentale:
consigliere, confidente ed esperto, questo specialista è lì per guidarli
e rassicurarli in situazioni quotidiane o particolari. Cosa devo
mangiare?
Come gestirò lo stress del lavoro? Posso avere dei rapporti sessuali?
Quali attività sportive mi sono concesse? Il mio cuore può sopportare
l’emozione del matrimonio di mio figlio? Il ritmologo ascolta,
identifica i rischi più o meno reali di tutte le situazioni che, a
volte, preoccupano il paziente impiantato di recente, al fine di
accompagnarlo « nel suo ritorno alla vita ». I pazienti impiantati, si
sono dimostrati molto rispettosi delle visite regolari con il proprio
ritmologo e non hanno manifestato l’intenzione, a priori, di diminuirle
anche se hanno la possibilità di beneficiare di un apparecchio di
sopravvivenza a distanza.
Se il rapporto di fiducia con il medico interviene nel miglioramento
del malato, i rapporti con la sfera affettiva, particolarmente con la
famiglia, possono essere difficili. In effetti, quest’ultima è
spesso ben più preoccupata del paziente stesso ed esercita su di lui una
pressione affinché si riguardi, incoraggiandolo in particolare a ridurre
l’attività, a controllare la propria alimentazione. Queste richieste «
ansiogene » della sfera famigliare sono spesso vissute male dal paziente
che si sente talvolta rinchiuso in una situazione di handicap
ingiustificata, fino a creare delle tensioni nei suoi rapporti
affettivi.