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Anna Carderi -
psicologa |
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«un neonato è qualcosa che non esiste... senza cure materne non ci
sarebbe nessun neonato» (Winnicott, 1940)
La trascuratezza, il rifiuto verso il neonato e la conseguente omissione
volontaria delle cure necessarie alla sua vita e l’infanticidio sono
tutti esempi di tragedie familiari che forse potevano e potrebbero
essere evitate attraverso una adeguata identificazione del disturbo
psichico sottostante e la tempestiva messa in atto di un idoneo
trattamento. La presenza di patologie psichiatriche post-partum possono
avere gravi ed evidenti ripercussioni socio-relazionali che spesso
consentono di spiegare solo in parte la messa in atto di comportamenti
lesivi.
Nei primi giorni dopo il parto, al caratteristico esaurimento fisico e
alla mutevole labilità dell’umore posso sovrapporsi vissuti
contraddistinti da angosce di separazione e di perdita e dall’incertezza
sulle proprie capacità materne non ancora sperimentate.
In questo periodo di vulnerabilità possono comparire una serie di
sintomi psichici che tendenzialmente sono sminuiti dai famigliari e
dagli stessi operatori sanitari ma che potenzialmente possono evolvere
in comportamenti tali da arrecare drammaticamente un danno al bambino.
Alcuni casi di infanticidio sono, ad esempio, ad opera di neomamme che
hanno sviluppato una depressione post-partum o una psicosi puerperale
non riconosciuta. Nelle madri depresse spesso si osserva una riduzione
del coinvolgimento emotivo e delle possibilità comunicative ed una
notevole ostilità nei confronti dei figli. Sono madri in cui uno
stressor specifico come il pianto o le urla del bambino può scatenare
una reazione spropositata che può culminare nell’aggressione del figlio
stesso picchiandolo, pugnalandolo, soffocandolo, annegandolo nella vasca
da bagno oppure defenestrandolo. Si tratta di donne che, nella maggior
parte dei casi, hanno subito loro stesse maltrattamenti e abusi da
bambine. Esattamente l’opposto accade nei disturbi ossessivi in cui sono
presenti impulsi a danneggiare o uccidere il neonato ma che assumendo il
tipico aspetto della ideazione parassita determinano nella donna manovre
difensive a favore della salvaguardia del neonato come ad esempio
togliere tutte le chiusure degli scarichi dell’acqua della casa per
evitare di poter annegare il bambino e simili.
Tale connotazione di tutela è alla base della decisione da parte di
alcune madri affette da depressione ed in cui non è più presente una
progettualità futura, di uccidersi insieme al figlio, per non lasciarlo
appunto a vivere in un mondo ostile e senza speranza.
Rimanendo su questa linea, caratteristica è la “Sindrome di
Munchausen per Procura” dove, solo apparentemente la madre si prende
cura del figlio, mentre, in realtà, vuole far male o addirittura
uccidere il figlio al solo scopo di stare al centro dell’attenzione del
personale sanitario e dei mass media.
Numerosi studi hanno evidenziato che una gravidanza non desiderata può
determinare nella donna una reazione di rabbia e di rammarico, un
vissuto di frustrazione delle ambizioni personali che può sfociare
nell’infanticidio. Qui l’atto è compiuto lucidamente, ad esempio
gettando il neonato in un cassonetto. Questo tipo di madre presenta
solitamente tratti di personalità impulsivi e antisociali e può esserci
una storia personale di comportamenti devianti e abuso di droghe.
Da un punto di vista psicologico sono stati descritti alcuni casi di
diniego della gravidanza, collegato ad una gravidanza accidentale o ad
una prima gravidanza, che possono andare dal totale e duraturo
disconoscimento, all’occultamento, alla mancata consapevolezza dello
stato gravido. Fra i fattori che si collegano con questa manifestazione
psicopatologica, vengono descritti una condizione sociale di relativo
isolamento, un clima morale contrario alle relazioni sessuali fuori dal
matrimonio, la giovane età della donna, abuso sessuale, un livello
intellettivo non elevato e solo raramente un pregresso disturbo mentale.
A volte donne che soffrono di disturbi di personalità con aspetti
aggressivi, comportamenti impulsivi, tendenze suicidarie e una storia
pregressa di ricoveri in ospedali psichiatrici possono uccidere il
figlio al solo scopo di vendicarsi dei torti, reali o presunti, subiti
dal marito (Complesso di Medea).
Oltre a questi casi di morte violenta vi sono quelli conseguenti alla
mancanza di cure e attenzioni (alimentazione scarsa e scadente, assenza
di cure per le malattie, incidenti mortali apparentemente dovuti a
fatalità) ad opera di madri che spesso presentano una sintomatologia
psicotica e/o in cui è presente la paura di fusione e l’angoscia di
annientamento.
Nonostante tali evidenze il dato sconcertante è che la maggior parte
delle madri che si rendono responsabili di questo tipo di crimine non
presentano malattie mentali riconosciute o alterazioni che influiscono
in maniera sensibile sulla capacità di intendere e di volere.