Genova Anno VI - n°34 - 09.06.2008 Pagine Nazionali

Aids: l’infezione non si arresta ma la ricerca italiana sfida l’hiv


clicMedicina - redazione@clicmedicina.it

Sono 59.500 i casi di AIDS notificati in Italia dall’inizio dell’epidemia. E nel 2007 non si è più registrata la tendenza al declino dell’incidenza della malattia che invece aveva caratterizzato l’ultimo decennio. Oggi più di una persona su due scopre di essere sieropositiva al momento o poco prima della diagnosi di AIDS. Accade sempre più di frequente che finché non si manifestano i sintomi gravi della malattia non si sa di essere sieropositivi.

 

Le caratteristiche delle persone infette o con AIDS sono cambiate rispetto all’inizio dell’epidemia: sono sempre meno i tossicodipendenti mentre aumentano le persone che prendono l'infezione per via sessuale. E il fenomeno riguarda adesso più gli eterosessuali che gli omosessuali. Aumenta anche l'età delle persone colpite che, per i casi di AIDS conclamato, ormai supera i 40 anni. Sono aumentati i cittadini stranieri colpiti dalla malattia: all’inizio dell’epidemia erano l’1% mentre ora siamo addirittura al 20% dei casi di AIDS e si arriva al 30% delle nuove diagnosi di infezione, quindi 1 persona su 4 fra i nuovi sieropositivi è straniera. La regione più colpita è sicuramente la Lombardia, ma nell’ultimo anno l’incidenza più alta è stata riscontrata nel Lazio, a seguire l’Emilia Romagna e la Toscana. Questi i dati del nuovo rapporto epidemiologico dell’ISS presentati durante il convegno “La ricerca italiana sfida l’HIV” promosso da Fondazione MSD e Istituto Superiore di Sanità.

“Purtroppo da circa tre anni stiamo assistendo ad una stabilizzazione dell’incidenza di nuovi casi di AIDS e i dati ci confermano la difficoltà di riuscire ad andare al di sotto di questa soglia - spiega Giovanni Rezza, Direttore del Reparto di Epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) - sicuramente oggi rispetto al 1995 siamo ad un livello molto più basso, circa a meno della metà dei nuovi casi per anno, ma questo dato è ormai fermo da troppo tempo.
Questo è dovuto al fatto che molte persone, più del 60% di quelle a cui oggi viene diagnosticato l’AIDS, non avevo fatto terapia antiretrovirale nella maggior parte dei casi perché non sapevano di essere sieropositivi. Non credo che la gente non sia informata sul rischio della malattia -
prosegue Rezza - ma spesso all’informazione non consegue necessariamente una percezione del rischio e neanche un’attitudine a comportamenti protetti. Inoltre oggi le campagne di informazione rispetto al passato sono molto meno visibili e il fatto di vedere meno ammalati, magari tra amici e parenti, non genera quella paura che serve da deterrente per comportamenti a rischio”.

La maggior parte dei nuovi casi riguardano persone che si presentano alla visita specialistica già con l’AIDS, sono pazienti molto avanzati che non hanno neanche l’idea di come possano essersi infettati. l’AIDS è sempre stata vista come una malattia che poteva colpire solo gli omosessuali e i tossicodipendenti. Questi gruppi adesso, proprio perché maggiormente allertati, hanno acquisito la consapevolezza del rischio di contagio. Perciò effettuano il test tempestivamente, scoprono precocemente un’eventuale infezione e iniziano a curarsi da subito. Sono anche i primi a evitare il più possibile comportamenti a rischio.

"Uno dei prossimi obiettivi nella lotta all’AIDS è la creazione di un servizio di sorveglianza nazionale che permetta di tenere maggiormente monitorata la situazione. Nonostante esistano problemi legati a vincoli imposti dalla legge sulla privacy - spiega Rezza - abbiamo trovato una soluzione che può essere accettata sia dai pazienti che dalla sanità pubblica e su cui c’è un accordo estremamente ampio. Si tratta di un codice che non risale all’identità della persona ma che permetterà di raccogliere dati per conoscere meglio la distribuzione sul territorio dell’infezione e le modalità di trasmissione e quindi programmare meglio interventi di sanità pubblica per la prevenzione, l’assistenza e la cura”.

Nonostante questi numeri impressionanti, in Italia sembra sia scemato l’interesse generale verso la lotta all’HIV/AIDS. E’ come se si avesse l’errata sensazione che l’epidemia si stia estinguendo. Invece la battaglia non è finita. La lotta contro questa terribile malattia rappresenta una sfida complessa nella quale la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci giocano un ruolo predominante.
“Il virus infatti diventa resistente solitamente a tutto, quello che oggi fa la differenza nel successo delle cure - sottolinea Stefano Vella, Direttore del Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) - non è solo la messa a punto di molecole particolarmente efficaci e innovative, ma soprattutto l’uso che ne viene fatto. La situazione clinica è cambiata proprio perché abbiamo finalmente imparato ad usare i farmaci”.
“In passato, quando usciva un nuovo prodotto – continua Vella - veniva semplicemente aggiunto alla terapia preesistente, finendo per somministrare una monoterapia. Si dava cioè un solo farmaco buono innovativo insieme a tutti i vecchi verso i quali, spesso, il paziente aveva già sviluppato un’elevata resistenza. Così lo sviluppo della resistenza anche verso il nuovo farmaco avveniva in un attimo. Oggi è mutato il paradigma della terapia, soprattutto della cosiddetta terapia di salvataggio (quella che viene applicata ai pazienti in uno stadio molto avanzato), in quanto si usano più farmaci nuovi insieme. Il segreto sta quindi nel costruire una terapia con diversi nuovi farmaci, in modo da azzerare la replicazione virale anche in soggetti molto avanzati. Una diagnosi non precoce è spesso correlata a una carica virale oramai molto elevata su cui, con a disposizione solo i farmaci tradizionali, potremmo fare veramente poco. Oggi, invece, grazie alla ricerca che ci consegna sempre nuovi farmaci, riusciamo a recuperare molti pazienti e riportarli ad una vita ‘normale”.

L’Istituto Superiore di Sanità e la Fondazione MSD, ultimo tassello della presenza del Gruppo Merck in Italia, hanno voluto promuovere una giornata di riflessione e dibattito sullo stato dell’arte dell’infezione HIV in Italia, le prospettive della ricerca e la problematica dell’accesso ai farmaci. “Per rendere il sistema più efficiente ed efficace - sostiene José Luis Roman, Presidente e Managing Director del Gruppo MSD Italia - ritengo sia necessaria un'iniezione di meccanismi di libero mercato e competitività che possano incentivare sia i farmaci innovativi che i farmaci generici, come pure eliminare le barriere restrittive ai farmaci innovativi attraverso un sistema dei prezzi remunerativo, che possa alimentare, in un circolo virtuoso, le capacità di reinvestire in Ricerca e Sviluppo. L'industria farmaceutica - prosegue Roman - è un sistema complesso che deve poter bilanciare ed integrare elementi apparentemente in contrasto tra loro: innovazione ed imitazione, valori e costi, concorrenza e regolazione, dimensione pubblica e privata, accesso e sostenibilità, centralizzazione e decentralizzazione. Nessuno di questi elementi è di per sé assolutamente positivo o negativo, ma il vero problema è quello di trovare un punto di equilibrio dinamico”.
 


 






 
 
 
 

  



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