Genova Anno VI - n°33 - 09.04.2008 Pagine Nazionali

 

La malattia di Parkinson secondo il Prof. Lorenzo Pinessi e il Prof. Innocenzo Rainero


Prof. Lorenzo Pinessi - redazione@clicmedicina.it

La malattia di Parkinson (IPD nelle abbreviazioni - Idiopathic Parkinson's Disease) è una patologia dovuta alla degenerazione cronica e progressiva che interessa soprattutto alcune strutture del sistema extrapiramidale. Detta anche paralisi agitante, fu descritta per la prima volta nel 1817 dal medico inglese James Parkinson. L'alterazione biochimica che ne causa i sintomi principali, il deficit del neurotrasmettitore dopamina, è stata identificata negli anni sessanta.


Questa patologia colpisce generalmente persone oltre i cinquant'anni, con una leggera prevalenza per il sesso maschile attualmente in Italia ci sono più di 230.000 malati di Parkinson, con circa 1.200 nuovi casi l'anno. È diffusa in tutto il mondo ma ha minore incidenza in Cina e Africa


Nel cervello del paziente con malattia di Parkinson si crea uno squilibrio fra i meccanismi inibitori e quelli eccitatori, a favore di questi ultimi. L'innervazione eccitatoria (colinergica) prevale su quella inibitoria provocando progressivamente tremore a riposo, ipertonia con rigidità, incapacità al movimento senza riduzione della forza muscolare (acinesia), instabilità posturale, disturbi della parola e della scrittura, turbe vegetative e spesso sintomi ansioso-depressivi. Sebbene il deterioramento intellettivo non rappresenti un elemento tipico del quadro clinico delle fasi precoci della malattia, la demenza appare come uno degli esiti più frequentemente riscontrabili nelle fasi tardive, nella misura di circa un terzo dei casi. Si osserva stretto legame di proporzionalità tra la perdita di cellule dopaminergiche e la sintomatologia clinica, anche se esiste una fase di malattia preclinica, in cui la perdita neuronale non è ancora tale da determinare sintomi. Quando il numero di neuroni dopaminergici scende al 20-30% dei livelli normali si ha esordio clinico. Ma le alterazioni alla base della malattia di Parkinson sono molto più vaste. I neuroni ricevono, oltre ad una innervazione dopaminergica, anche una stimolazione colinergica che nella malattia sembra essere aumentata. Lo squilibrio tra sistemi neurotrasmettitoriali sembra dunque essere alla base della malattia, anche se il ruolo della dopamina è chiaramente centrale.


In passato si riteneva che la malattia di Parkinson fosse dovuta esclusivamente a fattori ambientali. Negli ultimi anni sono stati isolati diversi geni che svolgono un ruolo nella malattia. Vi sono almeno due geni a trasmissione autosomico-dominante, alpha-sinucleina e dardarina, e tre geni responsibili di forme di malattia a trasmissione autosomico recessiva, parkina, DJ-1 e PINK-1. Sebbene mutazioni in questi geni non sono comuni, la loro identificazione ha permesso una nuova comprensione sui meccanismi patogenetici della malattia.

La levodopa resta il farmaco principale e più utilizzato nella malattia di Parkinson. Essa va somministrata in associazione con un farmaco inibitore della decarbossilasi in modo da evitare gli effetti collaterali a livello sistemico. Dopo un certo numero di anni (in media 5) compaiono una serie di complicazioni e di effetti collaterali denominati con il termine di “long term levodopa syndrome”. Questa sindrome è caratterizzata da: “wearing off”, ossia la riduzione del tempo di efficacia del farmaco, che in certi casi deve essere assunto ogni ora, con notevole peggioramento dei sintomi prima della dose successiva; “fasi on-off”, caratterizzati da alternanza anche molto ampia di risposta alla terapia, con periodi di remissione (fasi on) associati a periodi di refrattarietà alla terapia (fasi off); turbe neuropsichiatriche, caratterizzate da disturbi del sonno e allucinazioni. Per questo motivo si è cercato di trovare dei farmaci che possano sostituire o essere associati a questo farmaco, in modo da ritardare l’insorgenza di queste manifestazioni collaterali. Gli agonisti dopaminergici stimolano, con diversa specificità rispetto ai diversi tipi, i recettori per la dopamina. Si dividono in ergolinici (bromocriptina pergolide lisuride cabergolina), e non ergolinici (pramixolo ,ropinirolo, apomorfina). Il vantaggio rispetto alla levodopa consiste nella minor frequenza di effetti collaterali e di oscillazione nella risposta. Il razionale nel loro utilizzo in pazienti giovani, o che presentano sintomi poco pronunciati consiste nel posticipare in questi soggetti quanto più possibile il ricorso alla levodopa. I dopaminoagonisti possono presentare effetti collaterali importanti come ipotensione ortostatica e nausea. La neuroprotezione è un tipo di trattamento che si sta diffondendo sempre di più nelle patologie del SNC. Il suo razionale nella malattia di Parkinson risiede nella evidenza che questa malattia è successiva alla perdita di almeno il 70% dei neuroni della substantia nigra a livello del mesencefalo e che le ultime scoperte a livello molecolare stanno aiutando nella comprensione dei meccanismi patogenetici, e nell’elaborazione di presidi terapeutici capaci di agire alla base del problema. Diversi farmaci sono in fase di sperimentazione, e stanno ottenendo buoni risultati: tra questi un inibitore della monoaminossidasi B (MAO-B) (enzima che catalizza la dopamina già di per sé carente), la rasagilina. Altre categorie di farmaci sulle quali la ricerca sta andando avanti sono: i farmaci favorenti la funzione mitocondriale (funzione fondamentale nella cellula), gli antagonisti degli aminoacidi eccitatori, gli antibiotici, gli antinfiammatori, ed i fattori neurotrofici. Anche in campo neurochirurgico la terapia si sta evolvendo verso forme sempre più efficaci: attualmente la tecnica più utilizzata è la stereotassica: la chirurgia stereotassica permette di trattare punti in profondità nel parenchima cerebrale con precisione millimetrica, con l’aiuto di dispositivi radiologici. La scoperta che alcuni nuclei responsabili come il globo pallido e il nucleo subtalamico potevano essere un bersaglio aggredibile nella malattia di Parkison, ha permesso di elaborare una tecnica, detta Deep Brain Stimulation (DBS), che permette una buona remissione clinica e una significativa riduzione della dipendenza da levodopa. Le persone candidate a questo tipo di intervento sono persone anziane in stadio già avanzato di malattia, che presentano effetti collaterali da uso di levodopa già abbastanza importanti.
 

 






 
 
 
 

  



Queste pagine sfruttano standard di programmazione avanzata , sebbene i contenuti sono visibili con tutti i browser, una grafica più piacevole è ottenibile con un browser attuale. Se leggete questo messaggio, avete salvato la pagina sul Vs. disco, oppure siete in Internet con un browser non attuale. Se lo desiderate potete scaricare gratuitamente un browser standard attuale adatto alla Vs. piattaforma dal sito http://webstandards.org/act/campaign/buc/

Stampa ottimizzata con standard avanzati