La malattia di Parkinson (IPD nelle abbreviazioni - Idiopathic
Parkinson's Disease) è una patologia dovuta alla degenerazione cronica e
progressiva che interessa soprattutto alcune strutture del sistema
extrapiramidale. Detta anche paralisi agitante, fu descritta per la
prima volta nel 1817 dal medico inglese James Parkinson.
L'alterazione biochimica che ne causa i sintomi principali, il deficit
del neurotrasmettitore dopamina, è stata identificata negli anni
sessanta.
Questa patologia colpisce generalmente persone oltre i cinquant'anni,
con una leggera prevalenza per il sesso maschile attualmente in Italia
ci sono più di 230.000 malati di Parkinson, con circa 1.200 nuovi casi
l'anno. È diffusa in tutto il mondo ma ha minore incidenza in Cina e
Africa
Nel cervello del paziente con malattia di Parkinson si crea uno
squilibrio fra i meccanismi inibitori e quelli eccitatori, a favore di
questi ultimi. L'innervazione eccitatoria (colinergica) prevale su
quella inibitoria provocando progressivamente tremore a riposo,
ipertonia con rigidità, incapacità al movimento senza riduzione della
forza muscolare (acinesia), instabilità posturale, disturbi della parola
e della scrittura, turbe vegetative e spesso sintomi ansioso-depressivi.
Sebbene il deterioramento intellettivo non rappresenti un elemento
tipico del quadro clinico delle fasi precoci della malattia, la demenza
appare come uno degli esiti più frequentemente riscontrabili nelle fasi
tardive, nella misura di circa un terzo dei casi. Si osserva stretto
legame di proporzionalità tra la perdita di cellule dopaminergiche e la
sintomatologia clinica, anche se esiste una fase di malattia preclinica,
in cui la perdita neuronale non è ancora tale da determinare sintomi.
Quando il numero di neuroni dopaminergici scende al 20-30% dei livelli
normali si ha esordio clinico. Ma le alterazioni alla base della
malattia di Parkinson sono molto più vaste. I neuroni ricevono, oltre ad
una innervazione dopaminergica, anche una stimolazione colinergica che
nella malattia sembra essere aumentata. Lo squilibrio tra sistemi
neurotrasmettitoriali sembra dunque essere alla base della malattia,
anche se il ruolo della dopamina è chiaramente centrale.
In passato si riteneva che la malattia di Parkinson fosse dovuta
esclusivamente a fattori ambientali. Negli ultimi anni sono stati
isolati diversi geni che svolgono un ruolo nella malattia. Vi sono
almeno due geni a trasmissione autosomico-dominante, alpha-sinucleina e
dardarina, e tre geni responsibili di forme di malattia a trasmissione
autosomico recessiva, parkina, DJ-1 e PINK-1. Sebbene mutazioni in
questi geni non sono comuni, la loro identificazione ha permesso una
nuova comprensione sui meccanismi patogenetici della malattia.
La levodopa resta il farmaco principale e più utilizzato nella malattia
di Parkinson. Essa va somministrata in associazione con un farmaco
inibitore della decarbossilasi in modo da evitare gli effetti
collaterali a livello sistemico. Dopo un certo numero di anni (in media
5) compaiono una serie di complicazioni e di effetti collaterali
denominati con il termine di “long term levodopa syndrome”. Questa
sindrome è caratterizzata da: “wearing off”, ossia la riduzione del
tempo di efficacia del farmaco, che in certi casi deve essere assunto
ogni ora, con notevole peggioramento dei sintomi prima della dose
successiva; “fasi on-off”, caratterizzati da alternanza anche molto
ampia di risposta alla terapia, con periodi di remissione (fasi on)
associati a periodi di refrattarietà alla terapia (fasi off); turbe
neuropsichiatriche, caratterizzate da disturbi del sonno e
allucinazioni. Per questo motivo si è cercato di trovare dei farmaci che
possano sostituire o essere associati a questo farmaco, in modo da
ritardare l’insorgenza di queste manifestazioni collaterali. Gli
agonisti dopaminergici stimolano, con diversa specificità rispetto ai
diversi tipi, i recettori per la dopamina. Si dividono in ergolinici (bromocriptina
pergolide lisuride cabergolina), e non ergolinici (pramixolo ,ropinirolo,
apomorfina). Il vantaggio rispetto alla levodopa consiste nella minor
frequenza di effetti collaterali e di oscillazione nella risposta. Il
razionale nel loro utilizzo in pazienti giovani, o che presentano
sintomi poco pronunciati consiste nel posticipare in questi soggetti
quanto più possibile il ricorso alla levodopa. I dopaminoagonisti
possono presentare effetti collaterali importanti come ipotensione
ortostatica e nausea. La neuroprotezione è un tipo di trattamento che si
sta diffondendo sempre di più nelle patologie del SNC. Il suo razionale
nella malattia di Parkinson risiede nella evidenza che questa malattia è
successiva alla perdita di almeno il 70% dei neuroni della substantia
nigra a livello del mesencefalo e che le ultime scoperte a livello
molecolare stanno aiutando nella comprensione dei meccanismi
patogenetici, e nell’elaborazione di presidi terapeutici capaci di agire
alla base del problema. Diversi farmaci sono in fase di sperimentazione,
e stanno ottenendo buoni risultati: tra questi un inibitore della
monoaminossidasi B (MAO-B) (enzima che catalizza la dopamina già di per
sé carente), la rasagilina. Altre categorie di farmaci sulle quali la
ricerca sta andando avanti sono: i farmaci favorenti la funzione
mitocondriale (funzione fondamentale nella cellula), gli antagonisti
degli aminoacidi eccitatori, gli antibiotici, gli antinfiammatori, ed i
fattori neurotrofici. Anche in campo neurochirurgico la terapia si sta
evolvendo verso forme sempre più efficaci: attualmente la tecnica più
utilizzata è la stereotassica: la chirurgia stereotassica permette di
trattare punti in profondità nel parenchima cerebrale con precisione
millimetrica, con l’aiuto di dispositivi radiologici. La scoperta che
alcuni nuclei responsabili come il globo pallido e il nucleo subtalamico
potevano essere un bersaglio aggredibile nella malattia di Parkison, ha
permesso di elaborare una tecnica, detta Deep Brain Stimulation (DBS),
che permette una buona remissione clinica e una significativa riduzione
della dipendenza da levodopa. Le persone candidate a questo tipo di
intervento sono persone anziane in stadio già avanzato di malattia, che
presentano effetti collaterali da uso di levodopa già abbastanza
importanti.