L’ alzheimer colpisce oltre 600 mila italiani e il morbo di parkinson
con circa 230 mila malati. Nuovi farmaci mirati, neuroprotezione, deep
brain stimulation chirurgia stereotassica e vaccini.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità vista la sua diffusione in
continuo aumento la definisce l’epidemia silente: progressiva e
irreversibile la malattia di alzheimer distrugge le cellule del cervello
e provoca il deterioramento della memoria, del pensiero e del
comportamento affligge 29 milioni di persone nel mondo di cui circa 600
mila italiani - il 5 per cento degli over sessanta e quasi il 50 per
cento di coloro con 85 o più anni. L'incidenza è maggiore nelle donne,
aumenta con il progredire dell’età e in Italia si prevede un raddoppio
dei casi nel 2020. “La malattia” spiega il professor Lorenzo
Pinessi, Ordinario di Neurologia Direttore Clinica Neurologica II
Università di Torino, – Dipartimento di Neuroscienze – Ospedale Le
Molinette di Torino, “è accompagnata da una forte diminuzione di
acetilcolina nel cervello, sostanza fondamentale per la memoria ma anche
per le altre facoltà intellettive e causata da una diffusa distruzione
di neuroni (spopolamento neuronale), legata alla deposizione nei neuroni
di una particolare proteina la beta–amiloide che esercita una azione
tossica in grado di distruggerli favorendo la progressiva degenerazione
del cervello. L’alzheimer è una patologia dovuta a più cause e
multifattoriale. In alcune famiglie la malattia ha una chiara
ereditarietà dominante, ma si tratta di casi molto rari (circa 1%). In
un maggior numero di casi si riscontra una certa predisposizione
genetica, con la presenza di qualche altro familiare, anche lontano,
colpito dalla stessa malattia."
I nuovi farmaci
La recente scoperta, pubblicata su Nature Genetics, una delle più
prestigiose riviste scientifiche mondiali, di un nuovo gene per la
sortilina 1 che svolge un ruolo di particolare importanza nella genesi
della malattia da parte di neuroscienziati internazionali coordinati da
Peter St. George-Hyslop dell’Università di Toronto in collaborazione con
il nostro gruppo di ricerca torinese e di altri centri Italiani ha
dimostrato che la riduzione e l’alterazione della sortilina 1 aumenta la
produzione della proteina neurotossica beta-amiloide responsabile della
distruzione dei neuroni. “Questo processo”, precisa il professor
Innocenzo Rainero, Associato di Neurologia, Clinica Neurologica
II dell’Università di Torino – Ospedale Molinette “è il target per
strategie terapeutiche estremamente innovative in grado di rallentare la
progressione della malattia stessa." “Nell’animale da
esperimento”, continua Pinessi, “diversi farmaci - inibitori
degli enzimi secretasi - hanno dimostrato di essere efficaci nel ridurre
la deposizione della beta–amiloide. In base a questi incoraggianti dati
è già iniziata la sperimentazione negli Stati Uniti di alcuni di questi
farmaci anche nell’uomo. Infine, è in studio la messa a punto di uno
specifico “vaccino” che, bloccando la produzione di beta–amiloide
potrebbe bloccare la progressione della malattia mentre si sta già
sperimentando sempre negli States un altro vaccino che agendo sul
sistema immunitario potrebbe bloccare la formazione delle placche
amiloidi, un punto chiave nella genesi della malattia. I farmaci oggi
disponibili intervengono solo sui sintomi. Inibiscono un enzima, l'acetilcolinesterasi,
che distrugge l'aceticolina, neurotrasmettitore importante nella memoria
e nell'attenzione, la cui disponibilità è particolarmente ridotta nell'Alzheimer
- solo un 30 % dei pazienti in fase non avanzata ne trae beneficio. Per
i disturbi del comportamento, si ricorre ai neurolettici atipici, la
stimolazione cognitiva (utile nel potenziamento delle funzioni mentali);
la Reality orientation therapy (basata sul mantenimento del paziente
nella realtà e nell’orientamento spazio temporale) In prospettiva i
ricercatori, forti di nuove conoscenze, mirano a trovare nuovi farmaci
capaci di bloccare la distruzione dei neuroni."
Costi economici
I costi sociali ed economici della patologia sono drammatici. E’ stato
calcolato che ogni paziente costa alla società, sia per spese mediche
che assistenziali, circa 20.000 euro all’anno all’inizio della malattia
per arrivare a 45.000 nelle fasi più avanzate.