Si chiama raltegravir
il primo farmaco di una nuova classe, quella degli inibitori
dell’integrasi, che promette di combattere l’AIDS, da oggi in commercio
anche in Italia. Una molecola tutta italiana messa a punto a Pomezia dai
ricercatori dell’Istituto Ricerche di Biologia Molecolare (IRBM) “Pietro
Angeletti”, Così come Italiani sono i ricercatori e il primo paziente
arruolato. Raltegravir inibisce l’enzima chiave per la replicazione
dell’HIV, abbassa rapidamente la carica virale portandola al di sotto
delle 50 copie/ml così come indicato dalle Linee Guida, alza
notevolmente la conta dei linfociti e non presenta gli effetti
collaterali normalmente correlati alla somministrazione di terapie
antiretrovirali.
“Gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) della Merck & Co. sono tre
volte superiori a quelli dell’insieme delle aziende farmaceutiche
operanti in Italia”, sottolinea Josè Luis Romàn, Presidente
ed Amministratore Delegato del gruppo MSD in Italia. Per oltre 20
anni, la Merck & Co. si è impegnata su più fronti nella lotta contro
l'infezione da HIV. L’azienda ha investito fondi ed energie in ricerca
clinica ma anche in programmi di collaborazione con i governi di vari
paesi al fine di supportare le infrastrutture sanitarie, favorire
l'accesso alle cure, realizzare progetti di prevenzione e di educazione,
nonché promuovere accordi socio-economici in ciascun paese. Solo negli
ultimi dieci anni abbiamo investito nel Paese più di 300 milioni di euro
in programmi di Ricerca & Sviluppo e contiamo di investirne altri 200
milioni di euro nei prossimi cinque anni. Inoltre – conclude –
attraverso il centro di ricerca IRBM, abbiamo concretamente contribuito
a frenare la ‘fuga dei cervelli’, riportando in Italia molti
ricercatori”.
Il nuovo farmaco, per la prima volta, blocca l’integrasi che, insieme
alla trascrittasi inversa e alla proteasi, è uno dei tre enzimi
necessari alla riproduzione e alla propagazione del virus all'interno
delle cellule umane. “Siamo particolarmente orgogliosi dei risultati
che abbiamo conseguito grazie all’impegno del nostro IRBM di Pomezia,
dove Merck Sharp & Dohme ha deciso di localizzare uno dei centri di
ricerca di punta per lo sviluppo di nuovi farmaci”, dichiara
Gennaro Ciliberto, direttore scientifico dell’IRBM di Pomezia.
“L’IRBM conta più di 200 ricercatori, prevalentemente italiani, molti
dei quali con esperienze di studio e professionali all’estero, di età
media compresa fra i 30 e i 35 anni e con una maggioranza del 52% di
donne. La nostra ricerca era incentrata sullo studio di un importante
enzima bersaglio per l'epatite C che presenta caratteristiche del tutto
simili a quelle di un bersaglio enzimatico dell'HIV: l'integrasi,
appunto. Anche i laboratori americani lo stavano studiando e, quindi,
abbiamo cominciato a collaborare come se fossimo un unico laboratorio.
Abbiamo così portato avanti studi su più molecole, selezionando poi la
“candidata migliore”. Ma non è finita perché, con ulteriore
soddisfazione, quello che oggi è diventato un farmaco è il prodotto di
una molecola generata all’origine proprio nel nostro IRBM”.
Il primo paziente arruolato per la sperimentazione di fase III della
molecola è un Italiano. “Le Agenzie Regolatorie e i Comitati etici ci
hanno consentito di arruolare il primo caso al mondo, afferma
Adriano Lazzarin, Primario della Divisione di Malattie Infettive
IRCCS del San Raffaele di Milano. Abbiamo così somministrato la nuova
molecola in combinazione a un backbone terapeutico ottimizzato (OBT)
(cioè associata a uno o due farmaci antiretrovirali), sia a pazienti con
un’infezione da HIV mai sottoposti a una terapia antiretrovirale che a
quelli pretrattati. I risultati hanno evidenziato che raltegravir,
rispetto ai pazienti del gruppo placebo, associato ad altri farmaci
contro l’HIV, possiede un’attività antivirale di gran lunga più potente
rispetto alle terapie combinate sinora somministrate. E cioè che la
percentuale dei pazienti con una virulemia negativa, al di sotto delle
50 copie, quindi con una quantità di virus praticamente assente nel
sangue, era praticamente doppia (circa il 66%) rispetto a quella
riportata dal gruppo placebo (33%)”.
I farmaci, inoltre, per essere efficaci, devono essere metabolizzati.
“Uno dei meccanismi per garantire questo risultato è la loro
ossidazione, demolizione ed eliminazione”, aggiunge Ciliberto.
"Risultato che si ottiene tramite un sistema chiamato boost, che
comporta la contemporanea somministrazione del farmaco antiaids insieme
ad un altro farmaco, il ritonavir, per assicurare il mantenimento di
alti livelli plasmatici del medicinale nell’organismo. Ma tutto ciò, se
da una parte comporta maggiore efficacia della terapia, dall’altra
provoca seri effetti collaterali. Raltegravir, invece, non necessita del
sistema boost perché è metabolizzato con un altro meccanismo di
detossificazione, meglio tollerato dall’organismo”. “Un farmaco
sicuramente vincente - aggiunge Rosaria Iardino, Presidente
Network Italiano Persone Sieropositive (NPS) - ma è fondamentale
l’aderenza al trattamento da parte del paziente. Il paziente, infatti,
non deve mai dimenticare di assumere il farmaco. Anzi l’aderenza
dovrebbe essere di circa superiore al 95% per sfruttare tutte le
potenzialità della nuova molecola e non rischiare di sviluppare
resistenza”.
HIV e AIDS hanno ucciso più di 25 milioni di persone in tutto il mondo e
a tutt’oggi sono circa 35 milioni quelle che convivono con il virus.
Solo nel 2007 sono stati circa 2 milioni e mezzo i casi di nuove
infezioni. “E’ di gran lunga cambiato il target del paziente che
scopre di avere l’AIDS. Non è più un tossicodipendente o un omosessuale,
ma sempre più spesso una persona di 40 anni, eterosessuale, che arriva
tardi alla diagnosi perché ritiene di non aver avuto rapporti a
rischio”, commenta Stefano Vella, direttore del Dipartimento
del farmaco dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS). “E questo
costituisce un problema terapeutico perché spesso la malattia è in uno
stadio così avanzato da essere difficilmente curabile. Oggi, grazie a
nuovi farmaci come quello che viene presentato oggi, siamo in grado di
‘recuperare’ anche questo tipo di pazienti”.
Intervista a Gennaro Ciliberto
Direttore scientifico dell'Istituto Ricerche di Biologia Molecolare
(IRBM) “P. Angeletti” di Pomezia
Come nasce raltegravir?
L’attività dell’IRBM è da sempre incentrata sulla ricerca dei virus
patogeni, soprattutto sulle malattie virali croniche. Qui a Pomezia da
molto tempo stavamo lavorando sul virus dell’epatite C, in particolare
sull’enzima polimerasi. In contemporanea, i ricercatori della casa madre
americana Merck & Co. avevano dimostrato che alcune piccole molecole, i
dichetoacidi, erano in grado di inibire l’attività di uno dei tre enzimi
esenziali alla replicazione del virus dell’HIV, l’integrasi. A questo
punto ci siamo accorti che il meccanismo d’azione dell’enzima integrasi
dell’HIV aveva delle somiglianze notevoli con il meccanismo d’azione
dell’enzima polimerasi dell’epatite C, anch’esso inibito dai
dichetoacidi. Noi stavamo lavorando su quest’ultimo enzima e i risultati
suggerivano che ci trovavamo quindi di fronte a due enzimi che, pur
catalizzando due reazioni diverse, venivano inibiti dalla stessa classe
di molecole.
Che rapporto si è instaurato tra ricercatori americani e italiani?
Tra i nostri laboratori e quelli americani c’è sempre stata
comunicazione e dialogo e così abbiamo iniziato a occuparci insieme
dello studio di questi due virus. Così le nostre Sezioni di Chimica e
Farmacologia dell’IRBM hanno intrapreso un programma di collaborazione
con le Sezioni di Chimica e Biologia dell'Istituto di ricerca in
Pennsylvania della Merck & Co.. Di fatto, abbiamo lavorato come se
fossimo un ‘open laboratory’, cioè un unico gruppo di lavoro e un unico
laboratorio, soprattutto grazie a continue videoconferenze, all’utilizzo
di strumentazioni web e frequenti viaggi per riunioni di gruppo.
Poi cosa è successo?
Dal punto di vista dello sviluppo degli inibitori chimici si sono
verificati degli sforzi in parallelo sia in America che in Italia. Per
aumentare le chances di successo abbiamo portato avanti sul doppio
fronte studi su più molecole. A un certo punto il progetto di Pomezia è
andato più avanti di quello in America. Sono così stati identificati
molti preclinical candidates, cioè molecole diverse tra loro che
potevano essere portate in sviluppo clinico.
Tuttavia tra i molti candidati l'unico che ha mostrato il profilo
desiderato per il farmaco che desideravamo, è stato proprio MK-0518,
generato presso i nostri laboratori. Dopo alcuni anni di sviluppo
clinico, l'MK-0518 è diventato raltegravir ed ora Isentress. Con grande
soddisfazione di tutti noi, perché la molecola portata avanti fino alla
fine nasceva proprio dalla ricerca fatta nell’IRBM di Pomezia.
Qual è la storia dell’IRBM di Pomezia?
L’IRBM nasce nel 1987 come joint venture tra la MercK Sharp & Dohme e la
Sigma Italia SPA. I laboratori sono stati aperti ufficialmente nel 1990.
Nel luglio del 2000 l’IRBM è stato acquistato ufficialmente dalla casa
madre americana della Merck & Co. Attualmente sono circa 200 le persone
che, tra ricercatori e funzioni di supporto, lavorano nella struttura.
L’IRBM è uno dei sette principali istituti della ricerca di base della
Merck & Co americana, rientrando così nella divisione della Merck
Research Laboratories (MRL) e uno dei centri di punta per lo sviluppo di
nuovi farmaci. Lo testimoniano i 180 milioni di euro investiti negli
ultimi cinque anni e i 200 previsti per il periodo 2008-2012. Ci
occupiamo prevalentemente dei virus che infettano cronicamente, come
epatite C e HIV. Ma anche di oncologia, in particolare dello sviluppo di
nuove terapie mirate non chemioterapiche (cosiddette ‘nuove terapie a
bersaglio specifico’).
Intervista a Rosaria Iardino
Presidente Network
Italiano Persone Sieropositive (NPS)
Che prospettive apre questo nuovo farmaco per la qualità della vita
dei pazienti?
Questa molecola è potente ed efficace, è sicuramente un farmaco
vincente, ma è fondamentale l’aderenza al trattamento da parte del
paziente. Questo vuol dire che, come accade per l’ipertensione, il
paziente non deve mai dimenticare di assumere il farmaco. Anzi
l’aderenza deve essere superiore al 95%, altrimenti si corre il pericolo
di vanificare tutte le enormi potenzialità di questo nuovo farmaco. In
altri termini, il paziente che non abbia buona volontà e aderisca al
trattamento in maniera saltuaria, rischia di sviluppare una rapida
resistenza. Questo vuol dire anche che il paziente non deve superare mai
la soglia del 5% di non adesione, allo scopo di mantenere una certa
soglia di farmaco all’interno del plasma. L’assunzione del farmaco
dovrebbe avvenire come bere il caffè al mattino. Per questo sarebbe
auspicabile che anche l’azienda fornisse un supporto al paziente allo
scopo di non fargli sospendere o interrompere la terapia.
Cosa hanno dimostrato gli studi?
Gli studi dimostrano che questo farmaco ha indubbiamente l’enorme pregio
di annullare praticamente tutti gli effetti collaterali normalmente
ricollegati alla somministrazione delle terapie antiretrovirali. Questo
perché, per essere efficace, non deve essere somministrato insieme a un
altro farmaco per essere metabolizzato. In sostanza non è un farmaco ‘boosterizzato’,
non necessita quindi della contemporanea somministrazione del ritonavir
per aumentare l’efficacia della terapia.
Com’è cambiata la qualità del paziente?
Il vissuto psicologico del paziente è oramai sorprendente. La messa a
punto di nuovi farmaci ci ha creato un’aspettativa di vita di oltre 30
anni. Quindi si può dire che oramai questi pazienti possono condurre una
vita normale in tutto e per tutto. Stanno molto bene. Ma c’è un gap
importante tra quantità e qualità della vita. Perché vivere con l’HIV è
comunque diverso: fosse già solo per l’obbligo dell’assunzione
quotidiana dei farmaci. Il farmaco è comunque un veleno: quando entra in
corpo se va a fare bene da una parte, sicuramente va a lederne un’altra,
come fegato, pancreas, rene. Senza dimenticare le discriminazioni sui
luoghi di lavoro che, sebbene incostituzionali, continuano ad esistere
in alcune realtà. Assistiamo ancora a casi in cui il datore di lavoro
chiede l’effettuazione dell’esame dell’HIV come condizione necessaria
per l’assunzione.
Perché è cambiato l’identikit del paziente?
L’identikit del paziente di oggi è la conseguenza di una cattiva
politica attuata dieci anni fa. In passato si è descritto l’Aids come
una malattia che poteva colpire solo gli omosessuali, i
tossicodipendenti e le prostitute. I primi che hanno imparato a non
avere più comportamenti a rischio. Tuttavia si assiste a un ‘rebound’ di
infezione molto triste, soprattutto tra quelli con un’età più adulta
perché si sono ‘annoiati’ di rapporti sessuali sempre e comunque
protetti. Nei giovani omosessuali, invece, è di nuovo in aumento la
diffusione perché anche loro sono vittime di questa ultima convinzione
che l’Aids non costituisca più un problema, che sia un’epidemia quasi
debellata e comunque oramai curabile.
Come si trasmette l’HIV, come è possibile fare prevenzione, quali
sono le prospettive future?
Le risposte le conosciamo tutti: per via sessuale, trasfusionale ed
ematica. E il modo migliore per fare prevenzione rimane l’uso del
profilattico. Una volta contagiati, le nostre aspettative sono tutte
riposte nella messa a punto di vaccini e farmaci innovativi. Come la
molecola messa a punto dai laboratori dell’IRBM: è un farmaco che farà
benissimo ai pazienti, però a questo punto la palla non è né del medico
né dell’azienda stessa che, da questo punto di vista, ha già segnato il
grande gol di mettere a punto un farmaco tanto efficace.
Intervista a Stefano Vella
Direttore del Dipartimento del Farmaco dell’Istituto Superiore di
Sanità (ISS)
Qual è allo stato attuale la diffusione dell’AIDS nel mondo?
I casi di AIDS sono sicuramente drasticamente calati. Secondo i dati
diffusi dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le persone
viventi con infezione da HIV sarebbero nel mondo 33.3 milioni, di cui
2.5 milioni bambini. La maggior parte dei sieropositivi, circa 22.5
milioni, vive nell'Africa sub-Sahariana, mentre la seconda area più
colpita, con circa 4 milioni di persone infette, è il Sud-Est Asiatico.
In Europa occidentale e centrale vivono circa 760.000 sieropositivi e
1.6 milioni in Europa.
E nel nostro Paese?
In Italia, come negli altri Paesi industrializzati, frena l'incidenza di
malattia conclamata e diminuisce la mortalità. Dall'inizio dell'epidemia
ad oggi si sono verificati circa 58.400 casi, di cui 35.300 sono
deceduti. Ma la curva epidemica dei casi di AIDS tende a rallentare:
mentre nell'anno del picco, il 1995, si sono verificati oltre 5.600 casi
di malattia conclamata, per l'anno in corso ne stimiamo circa 1.200. Ciò
è dovuto soprattutto all'effetto delle terapie antiretrovirali
combinate. L'allungamento della vita determina però un aumento della
prevalenza di persone che vivono con una diagnosi di AIDS: ad oggi ne
stimiamo oltre 23.000. Inoltre si stima che i sieropositivi in Italia
siano intorno ai 100.000-130.000 e la maggioranza di loro non sa di
esserlo.
Possiamo tracciare una sorta di identikit del nuovo paziente?
Le caratteristiche delle persone infette o con AIDS sono cambiate
rispetto all’inizio dell’epidemia: sono sempre meno i tossicodipendenti
mentre aumentano le persone che prendono l'infezione per via sessuale. E
il fenomeno riguarda adesso più gli eterosessuali che gli omosessuali.
Aumenta anche l'età delle persone colpite che, per i casi di AIDS, ormai
supera i 40 anni in media. Ciò è dovuto per lo più al fatto che sempre
più persone (oltre il 50%) scoprono di essere sieropositive a ridosso
della diagnosi di malattia conclamata.
Perché è cambiato questo profilo?
E’ il chiaro segnale di una bassa percezione del rischio, soprattutto
fra chi si infetta per via sessuale. Numerosi nuovi casi riguardano
persone che si presentano alla prima visita specialistica già con
l’AIDS, sono cioè pazienti molto avanzati che non hanno neanche l’idea
di come possano essersi infettati. In passato l’AIDS veniva vista come
una malattia propria solo di alcune ‘categorie a rischio’, in
particolare gli omosessuali e i tossicodipendenti. Questi gruppi,
maggiormente ‘allertati’, sono stati i primi che in caso di un rapporto
a rischio hanno acquisito la consapevolezza del rischio di contagio.
Perciò hanno effettuato il test tempestivamente, scoperto precocemente
un’eventuale infezione e iniziato a curarsi da subito. Sono stati anche
i primi a evitare il più possibile comportamenti a rischio.
Perché il contagio è aumentato tra gli eterosessuali e con che
conseguenze?
Accade che tutte quelle perone non rientranti nelle categorie a rischio
si sentono immuni dal pericolo di contrarre il virus. Sono per la
maggior parte persone adulte ed eterosessuali che hanno rapporti non
protetti nella convinzione che non rappresenti un comportamento a
rischio. Spesso per molti anni non si pongono nemmeno lo scrupolo di
effettuare il test e arrivano alla diagnosi molto tardi. Questo nuovo
target di pazienti rappresenta un vero e proprio problema terapeutico.
Una diagnosi non precoce è spesso correlata a una carica virale oramai
molto elevata su cui, con a disposizione solo i farmaci tradizionali,
potremmo fare veramente poco. Oggi, invece, grazie alle terapie
combinate e a nuovi farmaci, riusciamo a ‘recuperare’ pazienti molto ‘avanzati’,
che vengono “ripresi” e riportati a una vita ‘normale’, come tornare a
giocare a tennis quando si potrebbe essere sull’orlo del decesso.
Come agiscono questi nuovi farmaci e come devono essere utilizzati?
Il virus diventa resistente solitamente a tutto, fenomeno che può
verificarsi anche per i nuovi farmaci. Quello che oggi fa la differenza
nel successo delle cure, non è solo la messa a punto di molecole
particolarmente efficaci e innovative come raltegravir, ma soprattutto
l’uso che viene fatto. La situazione clinica è cambiata proprio perché
abbiamo finalmente imparato a usarli. Per esempio, in passato, quando
usciva un nuovo farmaco veniva semplicemente aggiunto alla terapia
preesistente, finendo per somministrare una ‘monoterapia’. Si dava cioè
un solo farmaco buono innovativo insieme a tutti i ‘vecchi’ verso i
quali, spesso, il paziente aveva già sviluppato un’elevata resistenza.
Così lo sviluppo della resistenza anche verso il nuovo farmaco avveniva
in un attimo. Oggi è mutato il paradigma della terapia, soprattutto
della cosiddetta ‘terapia di salvataggio’ (quella che viene applicata ai
pazienti in uno stadio molto avanzato), in quanto si usano più farmaci
nuovi insieme. Il segreto sta quindi nel costruire una nuova terapia con
diversi nuovi farmaci tutti insieme, in modo da riazzerare la
replicazione virale anche in soggetti molto avanzati.
Che dimensioni ha il fenomeno AIDS tra donne e bambini?
Tra i bambini si è registrato un drastico calo di casi, realizzato
grazie alla somministrazione dei farmaci nelle donne in gravidanza, che
impedisce la trasmissione del virus dalla madre al bambino. E’ invece
aumentato il numero delle donne infettate, che ha pian piano raggiunto
quello degli uomini. Perché l’AIDS risponde a una sola verità: è una
malattia a trasmissione sessuale. Colpisce indifferentemente maschi e
femmine ma è più facile per una donna contagiarsi da un uomo infetto che
viceversa. Semplicemente per un fattore biologico: il contatto dell’uomo
con le secrezioni genitali femminili è più breve, mentre il liquido
seminale, in caso di un rapporto non protetto, rimane nella vagina per
diverse ore.
Quali sono le zone del mondo attualmente più colpite dall’AIDS?
Indubbiamente il Sud del Mondo, soprattutto l’Africa e l’Est europeo. In
Africa il fenomeno colpisce in particolare le donne, dove i rapporti non
protetti sono diffusissimi. Nell’Est europeo invece c’è molta
tossicodipendenza e sta scoppiando oggi quella stessa epidemia che anni
fa si registrò nei nostri paesi. E poi anche India e Cina. E’
un’epidemia globale: in queste zone le Istituzioni italiane stanno
cercando di portare tutti quei farmaci che qui hanno cambiato la storia
della malattia. In particolare è in corso un Progetto Italiano di
Ricerca sull'AIDS coordinato dall'ISS che ha permesso al nostro Paese di
essere protagonista della storia della terapia dell'AIDS. L'Italia è
inoltre uno dei più grandi donatori del Global Fund. Nonostante questo,
l’interesse generale verso la lotta all’Aids sta un pochino scemando: è
come se si avesse l’errata sensazione che l’epidemia stia estinguendosi.
La storia invece non è per niente finita: abbiamo sempre bisogno di
continuare a fare ricerca e sviluppare farmaci innovativi, come quello
che presentiamo oggi.
Intervista a Adriano Lazzarin
Primario della Divisione di Malattie Infettive IRCCS San Raffaele di
Milano
Qual è il meccanismo d’azione di raltegravir?
E’ un inibitore di un enzima, l’integrasi, che impedisce per l’appunto
al virus HIV di integrarsi nel patrimonio genetico della cellula ospite,
un passaggio indispensabile perché possa poi replicarsi e infettare le
altre cellule. E’ il primo farmaco che è stato reso disponibile nella
pratica clinica per interferire nell’attività di questo enzima, quindi
entra nella pratica clinica come primo rappresentante di questa nuova
classe di farmaci. E come tutti i farmaci anti-retrovirali è di uso
ospedaliero e viene dispensato con procedure che consentono la
distribuzione del farmaco solo negli ospedali e nei Centri accreditati.
E’ vero che siete stati i primi sperimentatori della molecola?
L’identificazione della molecola destinata allo sviluppo clinico è stata
sviluppata in un Centro di Ricerca italiano. Lo studio per la
registrazione del farmaco, grazie alla professionalità dei Comitati
Etici e alla loro rapidità, ci ha consentito di trattare con raltegravir
il primo caso italiano. Segno di come anche in Italia si possa essere
competitivi e primeggiare nel campo della ricerca biomedica.
Che effetti ha mostrato la sperimentazione del farmaco?
Sicuramente il farmaco ha dato prova di elevata efficacia. La terapia
antiretrovirale va sempre somministrata in combinazione, e questo perché
gli antiretrovirali non devono essere messi in competizione ma devono
allearsi tra di loro. Il vantaggio di raltegravir è certamente la
dimostrata efficacia e la percentuale di successi virologici che sono
stati ottenuti, soprattutto se impiegato insieme ad altri farmaci
attivi.
Per farmaci attivi intendiamo quelli che agiscono su altri target
cellulari, diversi da quello dell’integrasi e che quindi interferiscono
con altri meccanismi di replicazione virale. Questo vuol dire che
abbiamo somministrato raltegravir almeno con uno o meglio ancora due
farmaci attivi. Le prove di successo sono state particolarmente evidenti
in quei soggetti che hanno un virus multi-resistente, cioè che avevano
sviluppato resistenza al virus, sensibile in alcune tipologie fino
all’80% dei casi.
Ci può indicare qualche dato sull’efficacia di raltregavir?
Due studi di BENCHMRK (PN018 e PN019), di cui uno europeo e uno
americano, hanno mostrato l’efficacia e la sicurezza di raltegravir in
combinazione con un background ottimale (OBT). Nel primo caso la
percentuale dei pazienti con una virulemia negativa, cioè al di sotto
delle 50 copie/ml, dopo 48 settimane di terapia, era del 31% nel gruppo
placebo mentre nel gruppo trattato con raltegravir del 65%. Nello studio
PN019, sempre dopo lo stesso periodo di trattamento, era del 34% nei
pazienti del gruppo placebo e del 60% in quelli trattati con la nuova
molecola. Quella delle 50 copie/ml è la soglia fissata dalle Linee Guida
dell’OMS, al di sotto della quale la carica dei virus nel sangue è
indeterminabile e quindi praticamente assente, che equivale a un buono
stato di salute del paziente. La somministrazione di raltegravir
raddoppia quindi le probabilità di successo per la cura dell’HIV
rispetto a tutte le terapie sinora somministrate.
Inibitori dell'integrasi
Gli inibitori dell’integrasi rappresentano una nuova classe di farmaci
per il trattamento dell’infezione da HIV / AIDS; essi inibiscono
l’inserzione del DNA di HIV nel DNA umano.(1)
Un inibitore dell’integrasi è un farmaco promettente in quanto può
essere utilizzato in combinazione con farmaci attualmente in commercio
che hanno come bersaglio differenti fasi del ciclo replicativo di HIV.(2)
Il primo lavoro di ricerca sull’integrasi è stato pubblicato nel 1994
sulla rivista Science dai ricercatori dell’Istituto Nazionale per il
Diabete e le Patologie Digestive e Renali (NIDDK), presso i National
Institutes of Health (NIH).(3)
Nel 1995, il NIH ha sponsorizzato la prima conferenza sull’enzima
integrasi di HIV, che ha raccolto scienziati da tutto il mondo per
esporre tutti gli aspetti della ricerca.(4)
L’integrasi è uno dei tre enzimi di HIV – trascrittasi inversa, proteasi
e integrasi – necessari al virus per replicarsi.(4)
I tre enzimi di HIV lavorano a diverse fasi del ciclo replicativo del
virus. Dopo l’attacco e la fusione di HIV alla cellula, il virus
utilizza l’enzima trascrittasi inversa per tradurre le istruzioni
codificate nel filamento di RNA virale a singola elica in un DNA virale
a doppia elica, che la cellula può leggere per dare origine alla
produzione di nuovi virioni.(5-7)
Il DNA di HIV viene trasportato all’interno del nucleo della cellula
dove è inserito o integrato nel DNA della cellula ospite grazie
all’enzima integrasi.(2) Solo dopo
l’integrazione del DNA di HIV da parte dell’integrasi e dopo
l’attivazione della cellula, il DNA di HIV può essere utilizzato
dall’apparato cellulare per la produzione dei mattoni necessari per
assemblare un nuovo virione di HIV.
Il terzo enzima di HIV, proteasi, agisce come una forbice che processa
questi mattoni in modo che essi possano assemblarsi in maniera
appropriata e formare nuovi virus che diffondono l’infezione ad altre
cellule.(8)
Inibire l’integrasi nella sua funzione essenziale limita la capacità
di HIV di replicare e infettare nuove cellule.(1,2)
I farmaci che inibiscono la funzionalità della proteasi e della
trascrittasi inversa di HIV includono inibitori nucleosidici (e
nucleotidici) della trascrittasi inversa (NRTI), inibitori non –
nucleosidici della trascrittasi inversa (NNRTI) e inibitori della
proteasi (PI).(9)
ISENTRESS® (raltegravir) di Merck, Sharp and Dohme (MSD) è il primo
farmaco approvato che, nel ciclo cellulare del virus HIV – 1, colpisce
l’enzima integrasi.(1)
Altri farmaci disponibili includono un inibitore della fusione e un
antagonista del CCR5 (inibitore dell’entrata), che impediscono ad HIV di
entrare nei linfociti T CD4+ sani. (9-11)
Nuovo meccanismo d’azione contro la resistenza
Grazie al suo nuovo meccanismo d’azione, un inibitore dell’integrasi
è attivo contro gli isolati di HIV resistenti agli inibitori della
trascrittasi inversa e agli inibitori della proteasi.(2)
Molti studi internazionali sottolineano l’insorgenza di resistenze nei
confronti delle attuali terapie antiretrovirali, specialmente nei
pazienti pretrattati, ipotizzando che la resistenza ad almeno una classe
di farmaci antiretrovirali possa arrivare fino al 76 % dei casi.(12,13)
L’ Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha definito le resistenze
una preoccupazione emergente nell’ambito della salute pubblica e ha
promosso, insieme alla Società Internazionale dell’ AIDS (IAS), lo
sviluppo di una rete di sorveglianza globale sulle resistenze ai farmaci
contro l’ HIV per registrare i quadri di resistenza nei paesi in via di
sviluppo e nei paesi sviluppati.(14)
Raltegravir
MSD ha sviluppato raltegravir, l’unico farmaco approvato che inibisce
l’enzima integrasi. Raltegravir è stato studiato in combinazione a un
backbone terapeutico ottimizzato (OBT) in pazienti con infezione da HIV
sia naïve alla terapia che pretrattati.
I risultati derivati da molti studi dimostrano che raltegravir, rispetto
al placebo, entrambi associati ad altri farmaci contro l’HIV, possiede
una maggiore attività antivirale a fronte di una tollerabilità simile.(1,15-18)
Nel 2007, raltegravir ha ricevuto regolare approvazione negli Stati
Uniti, Messico, Canada e Unione Europea per l’utilizzo in combinazione
ad altri farmaci antiretrovirali nel trattamento dell’infezione da HIV –
1 in pazienti adulti già trattati con evidenza di replicazione del virus
HIV-1 nonostante la terapia antiretrovirale in corso. Inoltre, nel
gennaio 2008, raltegravir ha ricevuto regolare approvazione in Perù,
Australia e Brasile. Infine, MSD sta avviando le procedure per la
registrazione del prodotto in molti paesi del mondo.
Bibliografia:
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for treatment experienced HIV patients. Available at:
www.nelm.nhs.uk/Record%20Viewing/vR.aspx?id=577785. Accessed on June 21,
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patients with multidrug-resistant virus: a phase II randomised
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3. Dyda F, Hickman AB, Jenkins TM, et al. Crystal structure of the
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