Genova Anno VI - n°33 - 09.04.2008 Pagine Nazionali

del 27/05/2008

 

Il consumo di Droghe favorisce il Parkinson


L’uso illecito di droghe e in particolare di metcatinone per via endovenosa, o la soluzione a base di manganese usata nelle formulazioni della droga, determina una sindrome parkinsoniana distinta e persistente associata all'uso illecito. E’ quanto sostiene uno studio pubblicato su N Engl J Med. 2008 (358: 1009-17). In base a quanto rilevato dalla Risonanza Magnetica nei soggetti che fanno uso di questo psicostimolante con susseguenti sintomi extrapiramidali, esso determina cambiamenti nel segnale dei gangli basali ed un elevato livello di manganese nel sangue. La fonte del manganese alla base degli effetti neurotossici risede probabilmente nel permanganato di potassio usato nel processo di ossidazione dell'efedrina per la formazione della droga. Conosciuto nelle strade della Russia come "efedrone", questo psicostimolante era stato precedentemente associato a psicosi, ma non a parkinsonismo.


La malattia di Parkinson, che colpisce il sistema nervoso centrale, fu descritta per la prima volta nel 1817. E’ caratterizzata dalla perdita progressiva di cellule dopaminergiche situate nella substantia nigra mesencefalica di Sommering (detta più comunemente, sostanza nera per la presenza di pigmenti scuri). Tale zona è sede della produzione ed immagazzinamento di dopamina, un neurotrasmettitore utile per trasmettere messaggi chimici fra neuroni coinvolti nell’attivazione del circuito del movimento.


Con la riduzione di almeno il 50% di tali neuroni dopaminergici si ha la comparsa dei primi sintomi che caratterizzano la malattia. La prevalenza della Malattia di Parkinson è elevata in Europa e nelle Americhe e bassa nelle regioni subsahariane e nelle popolazioni rurali cinesi e giapponesi. In Europa è colpita circa lo 0,05% della popolazione totale, negli Stati Uniti i parkinsoniani sono oltre 1.500.000. La prevalenza aumenta con l’età, esponenzialmente dopo i 65 anni:
0,3% circa della popolazione generale
0,5% tra i 65-68 anni
1-3% oltre gli 80 anni
In Italia le persone colpite sono circa 200.000, con prevalenza del 1-3% intorno ai 55 anni (3-4% oltre i 75 anni. Raro invece è l’esordio al di sotto dei 20 anni.

Eziologia
Sebbene l’eziologia sia ancora sconosciuta, tra le varie ipotesi prevale quella multifattoriale (fattori ambientali, fattori genetici, fattori legati all’invecchiamento). Esistono, infatti, fattori di rischio di tipo ambientale per chi abita in zone rurali dove sono utilizzati in largo uso erbicidi, insetticidi, pesticidi Questi sarebbero responsabili di un danneggiamento dei neuroni dopaminergici. Altrettanto probabile ma ancora da dimostrare è l’ipotesi genetica. Da studi sui familiari di pazienti parkinsoniani è emerso che questi hanno una maggiore probabilità di sviluppare la malattia ciò tuttavia non spiega quali geni siano coinvolti e se ci sia una reale ereditarietà genetica.
Infine l’ipotesi legata all’invecchiamento afferma che più il paziente invecchia e più è probabile che la sua percentuale di neuroni persi aumenti e quindi possa generare una vera malattia di Parkinson.

Sintomi
La diagnosi del morbo di Parkinson non è sempre facile. All’inizio il paziente ha sintomi generici, avverte una sensazione di debolezza e di maggiore affaticabilità, spesso lamenta rigidità ad un arto oppure presenta un abbassamento del tono dell’umore non responsivo a terapie farmacologiche. La malattia però in seguito presenta alcuni sintomi cardinali che consentono al neurologo di fare diagnosi. Questi sintomi sono: il tremore a riposo che spesso interessa una mano soltanto ed ha un’oscillazione come di chi conta i soldi, la bradicinesia o lentezza a compiere i movimenti, la rigidità (muscolare) e l’instabilità posturale.
L’esordio di questi sintomi è di solito monolaterale.

Terapie
Dalla scoperta della malattia le terapie sono molto cambiate in virtù delle esperienze maturate e delle nuove scoperte scientifiche. Dalla fine degli anni ’60 il farmaco più utilizzato è stata L-Dopa, un precursore della dopamina. Questa, una volta introdotta nell’organismo, è trasformata in dopamina e si sostituisce alla dopamina mancante. Purtroppo questo prezioso strumento terapeutico non è scevro da importanti effetti collaterale chiamati complicanze motorie da L-Dopa, s’instaurano dopo 4-5 anni dall’uso continuato e portano a problematiche ancor più gravi della malattia stessa. Oggi le linee guida per il trattamento della malattia di P consigliano di utilizzare L-dopa il più tardi possibile e di sfruttare invece una nuova classe di farmaci: i dopamino-agonisti.
Questi mimano l’azione della dopamina migliorando la sintomatologia parkinsoniana e riducendo al minimo la comparsa di fluttuazioni motorie. Portano in dote, inoltre, un’ottima tollerabilità ed una maneggevolezza d’uso. In particolare due molecole sembrano aver dato un giro di boa alle terapie per il Parkinson: pramipexolo (Mirapexin) e cabergolina (Cabaser). Entrambi appartengono alla categoria dei dopamino agonisti. Per pramipexolo inoltre è stato pubblicato uno studio importante su una rivista scientifica di fama mondiale (JAMA) nella quale gli autori dimostrano un rallentamento di progressione di malattia su pazienti parkinsoniani in terapia con pramipexolo rispetto ai pazienti trattati con L-dopa. Lo studio si è avvalso di metodi d’indagine sofisticati come la SPECT (tomografia assiale ad emissione di singolo fotone). Questo dato apre la strada ad una serie di considerazioni importanti…sebbene si parli di una malattia cronica e progressiva risulta particolarmente importante riuscire a controllare la sintomatologia, ma sopratutto a rallentarne il decorso. Si ottiene così una maggiore accettazione della malattia da parte del paziente e una migliore aspettativa di vita.

 

 






 
 
 
 

  



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