L’uso
illecito di droghe e in particolare di metcatinone per via endovenosa, o
la soluzione a base di manganese usata nelle formulazioni della droga,
determina una sindrome parkinsoniana distinta e persistente associata
all'uso illecito. E’ quanto sostiene uno studio pubblicato su N Engl J
Med. 2008 (358: 1009-17). In base a quanto rilevato dalla Risonanza
Magnetica nei soggetti che fanno uso di questo psicostimolante con
susseguenti sintomi extrapiramidali, esso determina cambiamenti nel
segnale dei gangli basali ed un elevato livello di manganese nel sangue.
La fonte del manganese alla base degli effetti neurotossici risede
probabilmente nel permanganato di potassio usato nel processo di
ossidazione dell'efedrina per la formazione della droga. Conosciuto
nelle strade della Russia come "efedrone", questo psicostimolante era
stato precedentemente associato a psicosi, ma non a parkinsonismo.
La malattia di Parkinson, che colpisce il sistema nervoso centrale, fu
descritta per la prima volta nel 1817. E’ caratterizzata dalla perdita
progressiva di cellule dopaminergiche situate nella substantia nigra
mesencefalica di Sommering (detta più comunemente, sostanza nera per la
presenza di pigmenti scuri). Tale zona è sede della produzione ed
immagazzinamento di dopamina, un neurotrasmettitore utile per
trasmettere messaggi chimici fra neuroni coinvolti nell’attivazione del
circuito del movimento.
Con la riduzione di almeno il 50% di tali neuroni dopaminergici si ha la
comparsa dei primi sintomi che caratterizzano la malattia. La prevalenza
della Malattia di Parkinson è elevata in Europa e nelle Americhe e bassa
nelle regioni subsahariane e nelle popolazioni rurali cinesi e
giapponesi. In Europa è colpita circa lo 0,05% della popolazione totale,
negli Stati Uniti i parkinsoniani sono oltre 1.500.000. La prevalenza
aumenta con l’età, esponenzialmente dopo i 65 anni:
0,3% circa della popolazione generale
0,5% tra i 65-68 anni
1-3% oltre gli 80 anni
In Italia le persone colpite sono circa 200.000, con prevalenza del 1-3%
intorno ai 55 anni (3-4% oltre i 75 anni. Raro invece è l’esordio al di
sotto dei 20 anni.
Eziologia
Sebbene l’eziologia sia ancora sconosciuta, tra le varie ipotesi prevale
quella multifattoriale (fattori ambientali, fattori genetici, fattori
legati all’invecchiamento). Esistono, infatti, fattori di rischio di
tipo ambientale per chi abita in zone rurali dove sono utilizzati in
largo uso erbicidi, insetticidi, pesticidi Questi sarebbero responsabili
di un danneggiamento dei neuroni dopaminergici. Altrettanto probabile ma
ancora da dimostrare è l’ipotesi genetica. Da studi sui familiari di
pazienti parkinsoniani è emerso che questi hanno una maggiore
probabilità di sviluppare la malattia ciò tuttavia non spiega quali geni
siano coinvolti e se ci sia una reale ereditarietà genetica.
Infine l’ipotesi legata all’invecchiamento afferma che più il paziente
invecchia e più è probabile che la sua percentuale di neuroni persi
aumenti e quindi possa generare una vera malattia di Parkinson.
Sintomi
La diagnosi del morbo di Parkinson non è sempre facile. All’inizio il
paziente ha sintomi generici, avverte una sensazione di debolezza e di
maggiore affaticabilità, spesso lamenta rigidità ad un arto oppure
presenta un abbassamento del tono dell’umore non responsivo a terapie
farmacologiche. La malattia però in seguito presenta alcuni sintomi
cardinali che consentono al neurologo di fare diagnosi. Questi sintomi
sono: il tremore a riposo che spesso interessa una mano soltanto ed ha
un’oscillazione come di chi conta i soldi, la bradicinesia o lentezza a
compiere i movimenti, la rigidità (muscolare) e l’instabilità posturale.
L’esordio di questi sintomi è di solito monolaterale.
Terapie
Dalla scoperta della malattia le terapie sono molto cambiate in virtù
delle esperienze maturate e delle nuove scoperte scientifiche. Dalla
fine degli anni ’60 il farmaco più utilizzato è stata L-Dopa, un
precursore della dopamina. Questa, una volta introdotta nell’organismo,
è trasformata in dopamina e si sostituisce alla dopamina mancante.
Purtroppo questo prezioso strumento terapeutico non è scevro da
importanti effetti collaterale chiamati complicanze motorie da L-Dopa,
s’instaurano dopo 4-5 anni dall’uso continuato e portano a problematiche
ancor più gravi della malattia stessa. Oggi le linee guida per il
trattamento della malattia di P consigliano di utilizzare L-dopa il più
tardi possibile e di sfruttare invece una nuova classe di farmaci: i
dopamino-agonisti.
Questi mimano l’azione della dopamina migliorando la sintomatologia
parkinsoniana e riducendo al minimo la comparsa di fluttuazioni motorie.
Portano in dote, inoltre, un’ottima tollerabilità ed una maneggevolezza
d’uso. In particolare due molecole sembrano aver dato un giro di boa
alle terapie per il Parkinson: pramipexolo (Mirapexin) e cabergolina (Cabaser).
Entrambi appartengono alla categoria dei dopamino agonisti. Per
pramipexolo inoltre è stato pubblicato uno studio importante su una
rivista scientifica di fama mondiale (JAMA) nella quale gli autori
dimostrano un rallentamento di progressione di malattia su pazienti
parkinsoniani in terapia con pramipexolo rispetto ai pazienti trattati
con L-dopa. Lo studio si è avvalso di metodi d’indagine sofisticati come
la SPECT (tomografia assiale ad emissione di singolo fotone). Questo
dato apre la strada ad una serie di considerazioni importanti…sebbene si
parli di una malattia cronica e progressiva risulta particolarmente
importante riuscire a controllare la sintomatologia, ma sopratutto a
rallentarne il decorso. Si ottiene così una maggiore accettazione della
malattia da parte del paziente e una migliore aspettativa di vita.