Venerdì 16 maggio, a partire dalle ore 8,30, presso il Centro
Incontri Regione Piemonte di corso Stati Uniti 23 si svolgerà la terza
edizione del Congresso regionale di medicina dei viaggi organizzato, con
il patrocinio della Regione Piemonte, dal Servizio di Medicina dei
viaggi dell’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino che, diretto dal
dott. Guido Calleri, è Centro di riferimento regionale.
Rivolto agli operatori del settore (medici, infermieri, assistenti
sanitari), l’incontro si propone di approfondire i vari aspetti, non
solo infettivologici, legati alla medicina dei viaggi, un settore sempre
più importante in un mondo globalizzato in cui le migrazioni e le
mobilità professionali, insieme al turismo, hanno assunto una portata
rilevante.
Oltre agli aspetti formativi e didattici, durante il convegno sarà
sottolineata la necessità di realizzare una rete di sorveglianza degli
eventi infettivi conseguenti ai viaggi e saranno presentati i dati
raccolti dalla rete di sorveglianza attuata presso i Centri di medicina
dei viaggi e i reparti di malattie infettive regionali.
Ampio spazio sarà infine dedicato ai rischi ambientali e a quelli
associati ai viaggi, affrontando i vari temi correlati: dalle punture
d’insetto alla prevenzione nell’immigrato e nel viaggiatore, ai costi di
una corretta politica preventiva.
Segreteria organizzativa: 339.4317477.
La profilassi antimalarica, linee guida in evoluzione
Le linee guida per la prevenzione della malaria sono da sempre basate
sui dettami dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che consigliano
la chemioprofilassi a tutti coloro che si recano in aree a rischio.
Questo modo di vedere sta progressivamente lasciando spazio ad un
approccio più analitico che consiglia di valutare caso per caso quali
sono i benefici (protezione dalla malattia) ed i rischi (tossicità da
farmaci) dell’assunzione di farmaci continua, tenendo conto di tutti i
fattori che possono modificare il rischio di contrarre la malaria. La
valutazione è d’obbligo soprattutto per destinazioni a basso rischio di
malaria: ad esempio dall’India provengono solo il 1-3% dei casi di
malaria notificati in Europa, circa un caso ogni 1923 anni di
esposizione, se si tiene conto della quantità di viaggiatori destinati a
quella sede. Al contrario la chemioprofilassi antimalarica comporta
effetti indesiderati lievi nel 80-90% dei casi, gravi nel 1-12% dei
casi. Per questo le più recenti linee guida non la consigliano più per
queste destinazioni (linee guida Svizzera), o la limitano alle zone ad
alto rischio (linee guida Regno Unito). Anche la malaria importata in
Europa dall’America latina è rara (1-4% dei casi) e prevalentemente
dovuta a Plasmodium vivax, una specie meno pericolosa e meno sensibile
alla profilassi (con possibilità di causare malattia a lunga distanza di
tempo). Visto l’alto numero di visitatori, con conseguente alta
frequenza di effetti tossici da farmaci, e la bassa incidenza di
malattia (un caso su 95-105 anni di esposizione in Guyana francese ed
Honduras, 1 caso su 22.665 anni di esposizione in Messico!) anche in
questo caso, eccetto situazioni di particolar rischio, si tende a
consigliare solo la protezione accurata dalle punture di insetti ed il
trattamento presuntivo degli episodi febbrili.
L’argomento è sviluppato dall’intervento del dott. Ron H. Behrens
(London School of Hygiene and Tropical Medicine).
Il viaggiatore immigrato
Negli Stati Uniti e nel Nord-Europa circa il 40% dei viaggiatori verso
Paesi a basso reddito è costituito da immigrati che tornano al Paese di
origine per visitare parenti ed amici (Visiting Friends and Relatives –
VFRs). In Italia l’immigrazione ha date più recenti ma è in continuo
aumento, e presto si raggiungeranno le stesse cifre.
Inoltre in tutte le casistiche nazionali ed internazionali, gli
immigrati costituiscono il gruppo più numeroso tra coloro che sono
affetti da malaria, tifo, colera, tubercolosi e da molte delle malattie
infettive di importazione. Ad esempio, nella casistica di malaria
dell’Ospedale Amedeo di Savoia, i VFRs costituiscono il 60% dei casi;
negli Stati Uniti il 40% dei casi di febbre tifoide era nei VFRs (solo
il 4% nei turisti).
Tuttavia questo tipo di viaggiatori presenta problematiche particolari
per quanto riguarda la prevenzione: in Italia come altrove la loro
accessibilità alle strutture del SSN è ridotta (per motivi legati
all’immigrazione illegale, all’informazione, alla lingua), così come la
loro percezione del rischio. Altri fattori che intervengono sono una
scarsa fiducia nella medicina occidentale ed i costi della prevenzione.
Infine, la scarsa esperienza con questi gruppi da parte dei fornitori di
informazioni (medici di famiglia, centri di medicina dei viaggi) può
talora ridurre la qualità dell’assistenza. Al contrario, l’esposizione
alle infezioni durante il viaggio è decisamente superiore, in relazione
alla durata, alle sedi ed alle condizioni di soggiorno,
all’alimentazione, all’assistenza sanitaria in loco, ai contatti con la
popolazione locale, ai contatti sessuali.
Le scelte di comportamento da parte dei fornitori di informazioni
dovranno quindi essere in parte diverse, tenendo conto di questi
fattori: si dovrà tenere conto delle precedenti vaccinazioni, o dei
precedenti contatti con le malattie a rischio, si dovrà porre l’accento
su indirizzi comportamentali possibili (ad esempio il lavaggio delle
mani piuttosto della selezione dei cibi, o la protezione dalle punture
di insetto piuttosto che la chemioprofilassi antimalarica, o l’uso
corretto dei profilattici piuttosto che l’astensione dai rapporti
sessuali).
Anche a livello di sistema alcuni interventi sono ipotizzabili, come un
collegamento tra i Centri di Medicina dei Viaggi e i servizi sanitari,
pubblici e privati, per gli immigrati, finanziamenti pubblici per le
immunizzazioni su questo gruppo, pubblicazioni o comunicazioni
specificamente destinate ad essi.
L’argomento è sviluppato dall’intervento del dott. Guido Calleri
(Servizio di Medicina dei Viaggi dell’Ospedale Amedeo di Savoia di
Torino).
La reintroduzione delle malattie tropicali
Le mutazioni ambientali nel globo ed alcuni episodi specifici, quali
l’epidemia di febbre Chikungunya in Romagna, portano oggi a discutere
sulla possibilità di reintroduzione di malattie tropicali anche ai climi
temperati.
Il 23 agosto 2007 un certo numero di casi di malattia febbrile con
dolori e rash cutaneo, sono stati segnalati in un’area ristretta della
Romagna, e 121 di essi hanno richiesto ospedalizzazione. L’Istituto
Superiore di Sanità ha evidenziato nel sangue dei malati anticorpi
contro il virus Chikungunya, un virus diffuso in molti Paesi tropicali,
in particolare in India ed isole dell’Oceano Indiano, trasmesso dalle
zanzare “tigre” (Aedes albopictus). Alcuni casi si sono diffusi nelle
città di Ravenna, Cervia, Cesena ed in Lombardia. L’epidemia si è poi
estinta con la stagione più fredda e la ridotta attività delle zanzare.
Tuttavia l’insetto vettore è lo stesso della febbre Dengue, anche se con
minore efficienza, ma nulla esclude che anche questa possa essere
reintrodotta.
Occorre inoltre ricordare che anche l’insetto vettore del plasmodio
della malaria è ancora diffuso in Italia. Nonostante le grandi opere di
bonifica delle paludi abbiano permesso di eradicare la malaria in Italia
(l’ultimo caso autoctono è stato segnalato nel 1961), complici
variazioni climatiche che aumentino la diffusione della zanzara, si
potrebbe pensare anche ad una possibile reintroduzione di questa
malattia.
Risulta quindi necessario mantenere e potenziare le reti di sorveglianza
facendo leva sulle strutture di medicina dei viaggi e sui reparti di
malattie infettive, coinvolgendo anche la medicina generale e la
medicina di base, per poter prendere i provvedimenti adeguati con la
massima tempestività.
L’argomento è sviluppato dall’intervento del dott. Zeno Bisoffi
(Centro per le Malattie Tropicali, Negrar – Verona).