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Genova Anno VI - n°33 - 09.04.2008 Pagine Nazionali
Attività mentale e fisica “disturbano” l’Alzheimer Bruna Taravello - www.clicmedicina.it
Il progressivo aumento di età nella popolazione dei paesi industrializzati, conseguente alle migliorate condizioni socio-economiche e alle risposte terapeutiche alle malattie degenerative, ha spostato molto in avanti l’attesa di vita: un uomo di 70/75 anni ha un’aspettativa di 10-12 anni; una donna di oltre 15. L’età alla quale un paziente è considerato anziano varia nei diversi ambiti nei quali viene trattato: si parla dei 65 anni come età limite per un “giovane anziano” che sempre più spesso però viene spostata ai 70; attualmente appartiene a questa fascia circa il 22% della popolazione, ma questo dato è in rapida crescita (30% nel 2030). Appare quindi chiaro come la prevenzione delle malattie tipiche di questa classe di età sia importante per un miglioramento su larga scala delle condizioni di vita di ampi strati di popolazione.
L’ozio conseguente all’uscita dall’attività lavorativa sembra, infatti, che accorci la vita, o ne diminuisca la qualità, diminuendo l’attività cerebrale: da recenti studi risulta che, pur in assenza di demenza, ben il 22.2% dei pazienti al di sopra dei 71 anni siano interessati da lievi danni cognitivi; ne consegue che è strategica una diagnosi precoce al fine di prevenire, o ridurre gli effetti, di una futura demenza senile. La valutazione delle funzioni cognitive, mini-mental state (MMS) è essenziale per comprendere una serie di sintomi e fare prevenzioni su diversi fronti al fine di ridurre significativamente l’insorgenza di manifestazioni collaterali, a volte scatenanti, quali ictus o malattie cerebrovascolari. Anche uno stato depressivo, specialmente nel maschio, può essere l’anticamera di importanti manifestazioni quali il morbo di Alzheimer, tanto che da alcuni viene raccomandato un periodo di sei mesi di terapia antidepressiva dopo una sua prima manifestazione in età avanzata.
Secondo la rivista Neurology, è invece
unanime il consiglio di prolungare l’attività lavorativa, o trovare
un’occupazione gradita dopo l’uscita dal mondo del lavoro: un’intensa
attività mentale e fisica consente ai ritmi vitali di continuare
normalmente, e crea un ambiente favorevole al funzionamento dei neuroni.
Certo questo non basta ad evitare l’insorgere della malattia, per la
quale non si hanno finora esami predittivi: se un danno cognitivo può
essere reversibile e dovuto a cause diverse, come disturbi del tono
dell’umore o forme metaboliche/endocrine, è chiaro che il passaggio alla
demenza non è assolutamente certo; è un fatto però che, nel mondo, su 10
pazienti affetti da demenza 8 sono affetti da Alzheimer. La valutazione
però non si presenta sempre facile: i criteri per la diagnosi sono ben
definiti, ma una larga parte di soggettività è quasi inevitabile.
Occorre quindi stabilire un programma di sorveglianza preventiva di
questo tipo di patologie che hanno un costo molto elevato, sia sociale
che psicologico, per tutte le parti coinvolte e per la collettività.
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